EZIO GALIANO.

VECCHIO GALLUPPI. UN LICEO, UNA CITTA'.


1986 Rubbettino Editore, Soveria Mannelli.

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Parte 3.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Il libro di Ezio Galiano dedicato al "suo" liceo ed alla "sua" citt, ha per certo segnato di s un'epoca, registrando risonanza ampia non solo nei limitati ambiti scolastico e cittadino, ma precorrendo, con la lungimiranza che era propria del suo autore, la genesi tutto un filone letterario e sociale di rivisitazione d'epoche e ricordi scolastici giovanili che era forse gi nell'aria nel lontano 1984 in cui l'idea balenava nella sua mente, ma che pochissimi, o forse ancora nessuno aveva tentato di realizzare in forma scritta.
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Si pu ben dire che la galleria di studenti-personaggi che popolano questo libro in qualit di trascrittori di se stessi e della propria univoca esperienza, rende bene l'immagine d'una pinacoteca di scatti, di foto istantanee di giovani volti, sorridenti o tristi, in transizione sfumata mentre sullo sfondo permane il cancello della loro scuola, immutato nel volgere delle stagioni, ora intriso della sferza della pioggia, ora sbrilluccicante sotto un nuovo sole, ed al contempo si sbirciano volti immaturi mentre evolvono, acquisendo pi decise le fattezze loro, per poi alfin sparire lasciando il posto ai nuovi.
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Galleria di nitide immagini colte al volo sotto scuola, che fino ad allora non era appartenuta alla cultura italiana e men che meno a quella calabrese, in cui tutt'al pi un freddo Albo Scolastico fitto di date e nomi, riusciva a rendere sol che sbiadita la vivezza delle emozioni dei ragazzi di quei tempi. Questo  invece un vero facebook scolastico di stile americano, con studenti d'ogni anno e d'ogni epoca, ma non volti immobili, fissi in uno sguardo di circostanza, allineati in bello stile, ma persone di generazioni differenti che dialogano fra loro, scambiandosi esperienze sofferte e vissute, e tutto questo quando l'ideatore del Facebook informatico globalmente conosciuto indossava ancora il pannolino.
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Immagini di ex ragazzi vivi e sclacianti, anzi scriventi, sul filo della narrazione proposto da Galiano, o meglio, sulla traccia del tema scritto imposto dal professor Ezio Galiano, esimio docente di Storia e Filosofia, primo non vedente in Italia a vincere un pubblico concorso per la dirigenza scolastica e quindi Preside di Licei Scientifici prima e finalmente poi Preside del Liceo "Pasquale Galluppi" di Catanzaro che l'aveva visto docente e vice preside per oltre 30 anni.
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Personaggio, il Galiano, affabile ed umano, brillante e coinvolgente, uomo e professore al cui sguardo non ti puoi sottrarre, tanto che la maggior parte di chi lo conobbe stentava sulle prime a capacitarsi di come quegli penetranti azzurri occhi indagatori, fossero invece ciechi alla luce. Ma la senzazione d'essere osservato per permaneva, dando modo ai pochi sensibili, di osservare come Galiano leggesse forse nell'aria l'impronta dell'energia dell'altro o forse "vedesse" la mistica aura che gli occhi non bastano a vedere, di sicuro, per pareva scrutarti l'anima e leggerti i pensieri.
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Ancora oggi questo libro, arricchito da foto d'epoca e ricordi vari, viene letto e citato fra i giovani che frequentano quel liceo. Viene qui proposto a quei lettori che vogliano gettare uno sgardo su uno spaccato di vita e societ italiana per trovarci, tutti insieme, l'ovvio e l'inatteso. 
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INDICE di questa parte.
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L'INVITO.
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Le risposte:
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99. - CORRADINI DOMENICO.
100. - RIPEPE EUGENIO.
101. - SICILIANI de CUMIS NICOLA.
102. - TASSONE MARIO.
103. - ANSANI ADOLFO GIOVANNI.
104. - CICCARELLI FRANCESCO.
105. - DONZELLI MARIA.
106. - FURRIOLO MARCELLO.
107. - BEVILACQUA PIETRO.
108. - PAPARAZZO FRANCESCA.
109. - SCARPINO WALTER.
110. - RUBINO SERGIO.
111. - PAPARAZZO AMELIA.
112. - ZUMPANO BONAVENTURA.
113. - MAZZOTTA RAFFAELE.
114. - TETI RAFFAELE.
115. - DAGA LUIGI.
116. - REPICI LUCIANA.
117. - DONZELLI CARMINE.
118. - VASAPOLLO DOMENICO.
119. - VITALE ARMANDO.
120. - VECCHIO FABIO.
121. - CATRICALA' ANTONIO.
122. - SINGLITICO LUCIANA.
123. - SOLURI GIUSEPPE.
124. - DE MARCO ANTONIO.
125. - COGNETTI GIUSEPPE.
126. - CANNISTRA' ANTONIO GENNARO.
127. - DE STEFANI FILIPPO.
128. - GALIANO FAUSTO.
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APPENDICE. DIDASCALIE DELLE FOTOGRAFIE.
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Fine Indice.
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L'INVITO.
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Sono Ezio Galiano, dallo scorso settembre preside della scuola della Sua adolescenza e della Sua giovinezza.
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Qualche giorno prima di Natale ho aiutato i ragazzi che oggi occupano i banchi che furono anche i Suoi a ripiegare gli striscioni con i quali avevano chiesto ai responsabili della citta ci che manca al loro liceo. Il "Galluppi" manca di auditorium, di biblioteca, di laboratori scientifici e linguistici e per tutto auesto i ragazzi dell'85 hanno protestato, ma io credo che a loro e alla loro scuola manchi anche qualcosa che solo cento e cento ex studenti, come Lei, possono donare al loro vecchio liceo e ai mille giovani che oggi lo frequentano.
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Il "Galluppi" manca della sua storia, di una storia scritta e testimoniata da chi l'ha vissuta, di una storia che dica quanto, dalla Grande Guerra al 1975, il Liceo ha dato alla citt attraverso i suoi migliori ex studenti i quali si sono arricchiti di umanit nelle aule buie di Corso Mazzini e poi quell'umanit, esaltata dalle doti della loro personalit, hanno irradiato ed irradiano nell'esercizio della loro professione, entro e fuori Catanzaro.
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Per i mille ragazzi che oggi frequentano la Scuola che fu Sua Le chiedo di rileggere nella memoria uno o tanti ricordi che legano la Sua giovinezza al "Galluppi" e di trascriverli in una o tante pagine da far confluire in un'opera che, tra l'altro, potrebbe offrire agli studenti di oggi modelli di vita e di professionalit e potrebbe illuminare di speranza gli angusti spazi che i tempi lasciano alle loro prospettive di lavoro.
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La prego di autorizzarmi a pubblicare le pagine che cortesemente vorr farmi recapitare perch sono certo che se Ella e gli altri egregi professionisti ai quali ho rivolto la stessa preghiera racconteranno i loro incontri o scontri con le idee, gli uomini e le cose della citt nel tempo in cui frequentavano il ginnasio ed il liceo, i loro incontri o scontri con i docenti, i bidelli, il preside, con le discipline pi o meno amate, con i compendi di tutte le storie, con i manuali di tutte le regole, con le opere eterne del pensiero e dell'arte; se Ella e gli altri rievocheranno giorni di scuola trascorsi nel coro della classe attenta al fitto dialogo tra i banchi e la cattedra o nel gruppo dei pochi sussurranti e nascosti nelle viuzze pi chiuse o nella massa dei molti vocianti per le strade aperte sulle piazze battute dal vento; se Ella e gli altri rivivranno amicizie e amori sognati o vissuti negli anni in
cui, nel fluttuare del noi, del voi e del loro, ciascuno inventa la solitudine dell'io su cui poi cadono le responsabilit di tutte le scelte, il Liceo Ginnasio "P. Galluppi" avr la sua storia che, saldando il passato al presente, contribuir a dare speranza per il domani ai giovani che frequentano la Scuola che  stata ed  Sua.
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Grazie,
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Catanzaro, 20 gennaio 1986.
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Ezio Galiano.
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Le Risposte:
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99. - Domenico Corradini.
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di Rocco e di Assunta Nicotera.
nato a Catanzaro il 4 novembre 1942.
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A.
(Registro generale dell'anno scolastico 1955/1956).
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Giulia  una parola.
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Nao sei, mas meu ser
Tornou-se-me estranho.
E eu sonho sem ver
Os sonhos que tenho.

Non so, ma il mio essere
mi si rese estraneo,
e io sogno senza vederli
i sogni che ho.
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Pessoa, Abdicacao (Abdicazione).
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Un quartiere della citt vecchia attraversato dalla via Tripoli, a quel tempo
passaggio dell'arcivescovo in visita all'Educandato. E noi bambini a corrergli
incontro per baciargli l'anello, nascondendo le spade di legno dietro la
schiena.
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Quando nacqui c'era ancora la guerra. Mi piacevano le patate fritte, suonavano
in bocca. La pianola la chiamavano organino, andava a manovella. Dalle
finestre e dai balconi, palchi di un teatro povero, gia buttar monetine, uno
scroscio, e l'omino a raccoglierle una alla volta, grazie grazie dicendo.
I nonni, dai denti come giunchi, ci raccontavano che il regno dei cieli 
poggiato sull'acqua e per arrivarci bisogna prendere una barca e fare croc
croc coi remi.
Costruivamo il nostro mondo in un sogno di secoli. Sognavamo il cielo sospeso
sull'acqua. Sulle barche si poteva mangiare, si poteva dormire. Ma quando era
freddo nemmeno il pi esperto marinaio avrebbe saputo come difendersi.
C'erano noci sugli alberi. E gli alberi erano tanti, quanti erano gli uomini,
vivi e morti.
Non rest che capovolgere una barca e metterla su un'altra diritta. Ogni noce,
a tagliarla nel mezzo, dava due barche. Le case furono gusci di noce. Si
entrava da una porticina. Di sera la porticina si chiudeva e si stava bene al
caldo. I bambini crescevano.
Sui mari delle pozzanghere giocavamo alla carica dei centomila girando intorno
al palazzo del marchese. Il marchese aveva perso un occhio durante i
bombardamenti. Il suo occhio lo rivoleva di diamante. Un giorno part per
l'America. Glielo rimisero di vetro.
Una barca capovolta su un'altra diritta. Ancora una barca capovolta su
un'altra barca diritta. E sulla cima del monte pi alto dieci gusci di noce
conficcati obliquamente, in modo che le punte di ciascun guscio si toccassero
come lance dopo una battaglia vinta. Sulle punte dei dieci gusci altri otto.
Poi sei e quattro e due. Sulle punte degli ultimi due gusci, un guscio bello e
saldo.
La torre ci sembrava toccare il cielo.
Fu l al Gelso Bianco, che trascorsi una parte della mia vita.
Un giorno, da una grande stazione ferroviaria, partii per Dublino. Ci rimasi a
lungo. Nevic il primo di maggio e in una vetrina vidi le albicocche secche.
Al mercato, nell'ora di chiusura, vidi mele marce rotolare nei bidoni della
spazzatura.
C'era un vecchio nel mio quartiere, e tutti lo chiamavano Principe perch suo
nonno entrava senza permesso nella reggia dei Borbone. Frugava tra i bidoni
con guanti grigi. Frugava pezientemente. Appena gli pareva di aver trovato una
mela buona, se la strofinava al cappotto. La mela splendeva, trapunta di
macchioline nere. Il Principe pensava che anche le belle dame hanno qualche
neo. Riprendeva il cammino con la sua mela in mano. E c'era il mondo in
quella mano.
Sapevamo del Caos, che all'origine dei tempi occupava tutto come la polpa di
una mela dentro la buccia. La polpa aveva la compattezza di una pietra dura
e liscia, nemmeno un forellino dove potesse nascere qualcosa.
Il Caos voleva un figlio. Mancava il posto.
Il Caos voleva amici che lo togliessero dalla sua solitudine. Mancava il
posto.
Il Caos si sarebbe accontentato di un verme che gli rosicchiasse l'anima.
Anche per il verrme mancava il posto.
Marcire era l'unico rimedio.
E il Caos cominci a marcire. Quando mor, la buccia della mela rassomigliava
alla pancia di un agnello squartato in mezzo ai prati.
Le vene del Caos si aprirono e ne usc sangue raggrumato. Cos nacque la terra
dei campi.
Le ossa del Caos picchiarono l'un contro l'altro finch non ebbero trovato una
posizione di quiete. Dal midollo nacquero gli oceani e sugli oceani i
continenti.
Dagli occhi del Caos nacque la volta celeste. Un occhio per il giorno e uno
per la notte.
Dalla testa del Caos sprizzarono i suoi mille pensieri. Dai pi complessi
nacquero gli di, dai pi semplici gli uomini.
Prima di separarsi, di e uomini si preoccuparono che gli occhi del Caos
rimanessero perennemente in alto. Fecero girare un cerchio di ferro per le
pareti interne della mela, che torn a gonfiarsi. Conficcarono chiodi lunghi e
robusti nel cerchio, saldandolo al centro della mela e lasciando che la met
di ogni chiodo sporgesse a raggiera. La volta celeste si appoggi mite sopra
le punte della raggiera. E gli occhi azzurri del Caos, uno chiaro e uno scuro,
brillarono per sempre di lass.
Tornai da Dublino portando alla pi piccola delle mie sorelle un pupazzetto di
maiolica, il pescatore di salmoni.
Dove lo avr sepolto? Da tanto volevo chiederglielo.
Il pescatore di salmoni mi ostino a cercarlo nella sua casa. Invano lo cerco
nelle cassettiere che confondono l'odore di spigo e di lino.
 affondato in un mare d'azzurro. Sembra un bambino tra i pesci.
A scuola non trovai mai liete sorprese. Il mio unico amico si chiamava Giulia,
la figlia maggiore di Gaetano Mascaro e della signora Emma.
Giulia faceva lunghe assenze, finch non si assent per sempre.
Yo el Rey, mi firmavo. E lei ricopriva il banco di arabeschi, ricami su un
tombolo di lacca nera, sorridendo debolmente come si guardasse in uno specchio
graffiato dalla sua tristezza.
Mi dissero che al manicomio Giulia non riconosceva nessuno, ed era inutile
provarci.
Quel giorno scrissi sul diario: Giulia  una parola, regina della sua Babele.
I tram, allora, smettevano a mezzanotte e all'alba riprendevano. Solo nelle
ore del sonno non si viaggiava.
Il tram di mezzanotte chiudeva la giornata.
Dove conduceva l'ultimo viaggio?
Dai merli del palazzo del marchese, attraverso il lucernario, arrivava di sera
il segnale per Salvatore, conosciuto come don Turi el conquistador perch aveva
navigato nel Golfo di Biscaglia.
Salvatore cercava subito un amico e gli metteva in mano un paio di nacchere:
Vamos a castanetear. E andavano.
L'amico batteva le nacchere con l'aria di chi stesse suonando lo
scacciapensieri. Per non fare rumore, don Turi usava scarpe ricavate da un
copertone d'automobile.
Era esperto in rasoi e tre volte alla settimana insaponava e radeva quelli di
casa che ne avevan bisogno.
I marchesi dormivano. La cameriera aspettava timorosa sulla porta.
Il battitore di nacchere continuava indomito senza badare al tempo. Si sentiva
sollevato da ogni incombenza non appena el conquistador ricompariva per strada.
Cinque centesimi per il servizio.
Il servizio fin quando la cameriera rimase incinta.
Salvatore prese il rasoio e ridusse in pezzettini le scarpe di copertone.
Spos la cameriera in modo che il figlio nascesse con tutte le regole.
Il giorno stesso del matrimonio part per Napoli. E si seppe che da l si era
nuovamente imbarcato.
Il figlio nacque e venne tenuto a battesimo dal marchese, col nome di Rosario.
All'eta di quindici anni, Rosario ebbe l'onore di insaponare e radere il
marchese afflosciato sul letto con entrambi gli occhi freddi.
Giovanni era fratello di don Turi. Dopo circa un anno d'assenza ritorn dalla
collina con una giovane moglie.
Maddalena aveva i capelli lunghi e ricci, li pettinava al mattino con un
pettine d'osso a denti strettissimi e diceva che era pi facile pettinare una
pecora.
Di aspetto florido, prometteva figli in abbondanza.
Al suo paese la consideravano stramba per essersi messa con Giovanni,
sifilitico.
I primi tre parti andarono bene. Al quarto, Maddalena pianse.
Giovanni tagli col coltello il cordone ombelicale e lo leg con una lenza da
pesca.
Raccolse da terra una massa informe di carne che si gonfiava e sgonfiava come
un polmone. La stese sopra un cesto, cal il cesto nel pozzo dell'aia e spieg
a Maddalena che aveva partorito un pesce, che il pesce non sarebbe morto
nell'acqua del pozzo, che il padrone del pozzo era lui e che i falchi non si
azzardassero ad avvicinarsi al pozzo, gli avrebbe strappato il collo con le
sue mani.
L'acqua del pozzo brulicava grigia. Giovanni la fissava per ore spiando se si
dondolava in un movimento pi fondo.
Una vita abbozzata che non aveva chiesto di nascere.
Di tanto in tanto il Principe si offriva di fare qualche servizio presso la
famiglia di Gaetano Mascaro. Ci guadagnava il pranzo.
Una mattina, dopo la scuola, accompagn ai giardini pubblici la seconda figlia
dei Mascaro, la piccola Maria.
Raccolsero pinoli, gettarono sassi nel lago dei pesci e si misero a giocare
con un mazzo di carte sopra un muricciolo.
Cadde una carta e Maria cadde nel vuoto per afferrarla.
Il Principe strinse tra i suoi guanti grigi le mani di Gaetano Mascaro e lo
implor con occhi febbricitanti, altrimenti ci avrebbe pensato lui: possedeva
una pistola con canna lunga e l'impugnatura di noce lavorato.
Gaetano Mascaro rispose che non era pi tempo di pistole, semmai si procurasse
una pistola ad acqua per divertire la piccola Maria quando fosse guarita.
Con le pistole ad acqua, mentre Giovanni e Maddalena se ne stavano muti a
guardarci, cercavamo nel pozzo il pescebambino inseguendone i giri. E intorno
si formavano paludi, paludi. Intorno c'era un mondo dove il fare dava luce ad
un sogno, nel ronzio dei secoli.
Avevamo graffiato le rocce con le punte dei nostri coltelli. Sulle rocce i
cerchi indicavano isole. Le croci segnalavano i pericoli. Un alfabeto di
pietra eravamo riusciti a creare. Occorreva un nocchiero che se lo ricordasse.
E il nocchiero eri tu, Giulia.
La moglie aveva partorito otto volte e ogni volta una femmina. Altieri era un
avvocato di grido con la passione per l'astrologia. Perse la pazienza e da un
suo cliente imputato di omicidio si fece consegnare la pistola.
Se sparo  per legittima difesa diceva.
Spar in aria dinanzi alla levatrice mentre fumavano le pentole d'acqua a
bollore e la governante preparava la stanza del parto ricoprendo il mobilio
con lenzuola di bucato.
Il nono figlio fu un maschio.
L'avvocato Altieri si affacci al balcone annunciando che il raccolto era
stato buono, propiziato da stelle benigne.
Spar ancora.
Una terra che ha prodotto sempre cipolle produrr sempre cipolle, pens,
a meno che non venga fecondata da un'altra seminagione.
La moglie dormiva. Non si accorse di niente.
Neppure la strada si era accorta di niente, chiusa in un sonno bianco come il
gelso.
Aveva cinque piani l'albergo in cui cominci a lavorare dopo la fine delle
scuole elementari. E c'era un ascensore ingabbiato nella tromba delle scale.
Rosario, il figlio di don Turi el conquistador, pigiava i bottoni e gli
sembrava di comandare una mongolfiera.
La madre di Rosario, morta anche la marchesa, si era fatta sarta. Mandava
l'ago in su e in gicon velocita sorprendente.
Un incendio distrusse l'albergo.
Rosario divenne disoccupato. Cerc qualcuno che l'assumesse. E parendogli di
aver trovato una via perch un giorno il direttore di una banca, ex cliente
dell'albergo, si era premurato di chiedergli se sapesse manovrare ancora gli
ascensori, torn a casa pieno di speranza.
La madre gli disse che quella del direttore non era una via.
Rosario impar il mestiere del falegname.
Una volta alla settimana girava per le case raccogliendo olio fritto in un
coppo di latta. L'olio fritto serviva in bottega.
Solo la domenica, lungo la gradinata della Scesa della Misericordia, a due
passi dal Gelso Bianco, guidava ascensori. Prendeva una larga tavola dura e
l'insaponava col grasso di sugna. Dal primo all'ultimo gradino si reggeva in
equilibrio seduto sulla tavola, con le braccia e le gambe rannicchiate
all'altezza del petto. Poi rimontava la gradinata portandosi a spalla il suo
ascensore di legno.
Rosario smise di chiedere olio fritto quando venne la moda del tek. Chiuse la
bottega e riusc a farsi assumere come spazzino comunale.
Non butt via il coppo. Lo mise su una mensola dinanzi all'immagine
dell'Addolorata e lo riempiva coi fiori ancora buoni che trovava nei bidoni
della spazzatura, dove il Principe continuava a frugare sferzato dal vento
mattinale.
Sulla mensola, accanto all'Addolorata, tra vetri incorniciati col nastro
isolante, c'erano le fotografie di don Turi e del marchese.
Giovanni e Maddalena abitavano quasi uscio a uscio con Rosario e la madre. Ma
non misero mai un fiore nel coppo.
Appoggiati al pozzo, sicuri che i falchi non si sarebbero azzardati a venire,
guardavano con mestizia l'acqua nel fondo tremolante. L'acqua rispecchiava un
cerchio di cielo. E nel cerchio passava la luna.
Giovanni non sopportava che il fratello, lui che per morire era ancora troppo
giovane, stesse insieme a un morto, insieme al marchese dall'occhio di vetro.
La madre di Rosario invecchi cucendo dalla mattina alla sera.
Solo da vecchia, come se il suo passato appartenesse a un'altra, il pensiero
che Rosario era figlio del marchese non le gel pi il cuore.
Giovanni e Maddalena invecchiavano intorno a quel pozzo. Nel pozzo vedevano
gelare e fiorire le stagioni. La casa di pietra del pescebambino era la loro
casa.
Al sesto giorno della luna nuova recidevamo un ramo di noce. E cominciava il
sacrificio delle mosche che avevamo preso con le nostre abili mani.
Infilzavamo le mosche con un lungo spillo. Poi appoggiavamo lo spillo su due
forcelle. Alle estremit dello spillo attaccavamo due lacci, e i due lacci a
due cuscinetti a sfera.
I cuscinetti giravano e girava lo spillo.
Sotto c'era il fuoco. Le mosche arrostivano.
A furia di sacrificare mosche, il cielo si era popolato di bestie. Qui il Toro
e l'Orsa e il Capricorno, l il Sagittario e il Leone e anche i Pesci tra le
stelle.
Tutti gli animali si inseguivano nell'acqua del pozzo e al centro danzava il
pescebambino.
Bisognava mandare qualcuno in cielo a far piazza pulita. Lo dicemmo a Giulia e
lei promise di rendere terso il cielo. La chiamammo regina e l'aiutammo a
salire.
Sorrise mentre saliva, e ilare era il fumo che avvolgeva lo spillo delle
mosche arrostite. Saliva la regina dell'alfabeto sulla torre costruita con
gusci di noce. Saliva sull'ultimo guscio bello e saldo, come una nave
mercantile che lascia maestosa il porto. Salpava verso il buio eterno.
Giovanni e Maddalena vegliavano la notte.
Quel giorno che nevic a Dublino il primo di maggio, nevic anche sulle croci
celtiche.
Le croci celtiche hanno cerchi tra le braccia. Sul mare diventano zattere.
Lasciando il porto di Dublino, accanto alla maiolica del pescatore di salmoni
avevo in valigia un bardo di stoffa. Si copriva la testa con le mani,
impaurito. Temeva che da un momento all'altro potessero spezzarsi i fili che
tengono sospeso il cielo.
Le croci celtiche, che spuntavano numerose da ogni villaggio, anche dalle
aspre scogliere sull'Atlantico, reggevano cos bene il cielo che i gabbiani
volavano come dentro un vetro soffiato.
Tra i rododendri e i cespugli di biancospino era gi estate alla mia partenza.
Il sole aveva sciolto la neve sui colli, l'aveva sciolta sui tetti delle case,
sulle palizzate che recintavano i campi, sui becchi degli uccelli di lago,
sugli occhi di ferro dei soldati alla dogana.
Faceva freddo nel buio della galera. Ma l'avvocato Altieri non si curava di
niente.
Aveva la coscienza tranquilla, si considerava vittima dell'ipocrisia.
Continuava i suoi studi astrologici con una lampada ad acetilene. I gendarmi
lo canzonavano.
Che fai con quella carta del cielo?.
Ho scoperto che nell'universo i corpi cadono verso il basso. Ve li sospinge
la forza dell'aria, la forza di repulsione. E se si potesse togliere tutta
l'aria da questa cella, io affermo che il mio corpo galleggerebbe.
E il compasso a che ti serve?
Rovescio la terra di centottanta gradi, l'emisfero boreale lo metto al posto
dell'australe. Poi prendo ago e filo. Ogni meridiano lo cucio al meridiano
accanto, ogni parallelo al parallelo accanto. Alla fine mi ritrover con due
capestri per il vostro boia. E per completare l'opera taglier la striscia di
cuoio che avvolge la terra lungo l'equatore. Ne far una cintola per mia
moglie, se la sua pancia dovesse gonfiarsi ancora di un figlio.
Andai a trovarla col padre e la madre. Gaetano Mascaro e la signora Emma
portavano negli occhi una leggenda di guerra. La piccola Maria aveva preferito
restarsene a casa, una rara tenerezza univa le due sorelle.
La stanza era stretta e lunga. Dava su un corridoio stretto e lungo. E su
questo corridoio davano altre stanze simili a un tunnel. I medici indossavano
camici bianchi. Biancovestite anche le suore. Solo le malate in abiti
variopinti. Tra loro si chiamavano madamigelle.
Madamigella Giulia chiedeva ogni mattina che preparassero il suo cavallo di
razza per guidare i centomila nella carica decisiva. Ogni mattina felice,
perch mille cavalli erano partiti all'attacco.
Di notte, come una cicala nella calura, singhiozzava fino al tormento.
Lungo una fiumara prosciugata, bianca sotto il sole estivo, io correvo per
raggiungerla.
In mezzo alla fiumara, una casa con figure senza volto. E Giulia era l,
bionda.
Guardava nel vuoto, lo sguardo fermo come il bianco della fiumara.
La guardavo ma non mi guardava.
Le dicevo: Uno sguardo, uno sguardo soltanto.
Mi rispondeva:  inutile, non posso guardarti. Vengo da un lungo viaggio.
Vengo da un guscio di noce. Guai a toccarmi, rabbrividirei come le foglie
secche quando le agita il vento o il fuoco le brucia.
Le dicevo ancora: I sassi ti soffocano. Anche d'inverno, con la fiumara in
piena, l'acqua scivola sui sassi, non ti disseta.
E ancora mi rispondeva: Presto me ne andr sulla Montagna Grande.
Gamarro era venuto da lontano. Lo chiamavano Gamarro lo spagnolo, o pi 
semplicemente il forestiero. Tra i denti radi e luminosi, come da una grotta
di stalattiti e stalagmiti vive, la voce gli usciva insieme alla tosse.
Da bambino, Gamarro aveva avuto una febbre altissima e il fuoco nei polmoni.
Ma era guarito. Forte nelle spalle e nelle mani, riusciva a sollevare un
torello di dieci mesi e a rompergli l'osso del collo torcendolo per le corna.
Sul fianco sinistro, all'altezza della milza, un elastico di pelle bluastra.
La cicatrice gli ricordava il padre, il tono delle sue parole dopo il colpo di
trincetto: E non toccarle, le monete.
Pi in gi, sulla coscia, una macchia da ustione.
Era da un'amica per un po' di festa, con una bottiglia di porto.
All'improvviso le fiamme su ogni cosa. Gamarro vuot la tinozza d'acqua e
anche il paiolo con la minestra al prosciutto. Accorse il marito dell'amica,
richiamato dalle grida. Prese un tizzone ardente e si scagli contro Gamarro.
Difendimi, mio Dio, difendimi, diceva Gamarro. E ammazz il marito dell'amica
con un calcio al basso ventre. Spieg poi che quell'uomo meritava di tornare
nella pancia della madre.
Gamarro aveva la sua dimora all'aperto, nel cimitero. Dormiva accanto alle
reliquie di San Giacomo. E ogni volta che si girava per cambiar posizione,
pensava che anche le ossa di San Giacomo si muovessero.
Dopo San Giacomo, Gamarro era il padrone del cimitero. Suo il campo, e sua la
stella che brillava come per trafiggere la notte.
Quando la sua stella gli sembr una cometa con la testa volta a Oriente,
Gamarro cap che doveva lasciare l'estrema regione della Spagna dove il sole
muore.
Le ossa di San Giacomo avrebbero continuato a muoversi. Col freddo si
sarebbero ritirate di qualche millimetro, col caldo allungate nuovamente.
Part con un cintolone a cui aveva fatto una tacca col trincetto, in ricordo
del marito dell'amica. Part e trascorse cinque anni da randagio. Vedeva una
capanna di pastori e la conquistava. Pretendeva che lo servissero, il letto
gli piaceva caldo di donna. E chi non ubbidiva, un'altra tacca nel cintolone.
Si imbarc clandestinamente su una nave. Fece amicizia con don Turi. E don
Turi gli consegn un pacchetto per Rosario.
Giunto sulle rive del Tirreno, torreggiando su una scaletta secondaria della
nave come un ammiraglio sulla plancia, Gamarro si dette un'aggiustata al
cintolone e cont ventitr tacche.
Attese la sera fumando foglie secche. Il sole tramont sul mare. Gli sembr di
essere ancora nel cimitero accanto a San Giacomo. Riprese il viaggio
inerpicandosi su una montagna. E sulla cima, mentre lo Jonio si allargava per
tutto l'orizzonte, si ferm dinanzi a un tabernacolo della Madonna.
Sul marmo del tabernacolo c'era scritto che la Madonna aveva resuscitato un
uomo dopo diciassette giorni.
La notte fu fredda e caldo il mattino. Gamarro si convinse che la Madonna, per
compiere il suo miracolo, aveva esposto il corpo del morto per diciassette
mattini al sole violento.
La Madonna poteva forse resuscitare anche i ventitr del cintolone. Per
Gamarro non sopportava di rivedere tra i vivi colui che l'aveva ustionato
con un tizzone mentre spegneva l'incendio.
S, la casa non era sua. E nemmeno la donna. Ma era stato lui a riverniciare
la casa. E a lui la donna voleva bene.
Al Gelso Bianco, Gamarro lo spagnolo consegn il pacchetto di don Turi.
Rosario ne fu meravigliato. Il padre lo conosceva solo in fotografia. E
adesso, chiss da dove, gli mandava un regalo. Fu indeciso se legare il
pacchetto a una lenza e calarlo nella casa di pietra del pescebambino, per
giocarci come alle giostre. Poi lo apr senza entusiasmo.
Avvolto tra giornali, c'era un piccolo diamante lavorato. Rosario lo strinse
tra le dita e pens al marchese.
Se lo meritava dopo tanta attesa.
Giovanni vide splendere il diamante sull'altare bislacco. Il diamante era del
fratello e Rosario non era figlio del fratello. Smont l'altare lasciandovi
solo l'immagine dell'Addolorata. Disse a Maddalena che sicuramente il fratello
stava ancora navigando in buona salute. Infine strapp il diamante dalla
fotografia del marchese e lo gett nel pozzo al sorgere della luna nuova.
Il pescebambino si dondol nel cerchio della luna.
Tornato al Gelso Bianco, don Turi si mise a commerciare in generi alimentari.
Gli affari procedevano a meraviglia.
Don Turi comprava la roba senza curarsi di dazi e ufficiali sanitari. Una parte
la vendeva al dettaglio, un'altra l'ammassava in un garage aspettando che i
prezzi aumentassero.
A chi lo chiamava strozzino, spiegava che per comprare la roba ci vogliono ore
di contrattazione, ore per caricarla e scaricarla, ore per difenderla da topi
e insetti.
Un giorno mont sul camion col tendone ben chiuso e dentro un puledro della
sua stalla. Gli amici gli chiedevano dove andasse, se a Napoli per imbarcarsi
nuovamente o a Valverde in cerca della signora Bella. Don Turi prima nitriva,
e nitriva nel tendone il puledro, poi diceva che andava a Roma per portare la
bestia in dono all'esercito.
A Roma le ragazze scesero dal camion e puzzavano di puledro. Anche per questo
costavano meno delle altre.
Dopo circa un mese, don Turi accompagn le ragazze alla stazione perch
tornassero a casa. Rimont sul camion e rifece da solo la strada all'indietro.
Il puledro l'aveva legato a un paletto, vicino a una caserma.
Pens alla serva del marchese, che l'aveva tradito. Pens alla signora Bella,
al marito grasso che masticava peperoncini pizzicanti per sentire meglio il
sapore del vino fresco. Penso alle notti passate a Valverde quando il marito
della signora Bella era in giro per le fiere. Pens al regalo che le avrebbe
portato per il Natale.
Il vento mandava bianco nel cielo, aria fredda nel freddo. La strada per
Valverde correva tra abetaie e paesini.
Don Turi era indeciso se tornare indietro, ridiscendere la schiena del monte
verso la citt. Ma la neve lo inseguiva e gli dava solo la possibilit di
perdere.
Come a quel pastore che perse la casa perch il padrone l'aveva affittata a un
industriale del burro, e lui era rimasto tre mesi al pascolo sicuro che il
giorno del suo rientro sarebbe stato un sabato. Come a quel contadino che era
alla finestra aggiustandosi le unghie col coltello da potatura e gli spararono
una fucilata. Non voleva vendere le sue arance a uno stabilimento di
confetture e gli si schiantava il cuore immaginandole tra gli ingranaggi delle
macchine, impastate nello zucchero, peggio del latte e miele che era costretto
a bere caldo per la sua bronchite.
Il cavallo di don Turi, il cavallo che preferiva per le grandi occasioni, si
impenn ed emise un urlo. Sembrava che dalla sua gola uscisse una cascata
d'acqua. Penetr il vento nella sua gola e la cascata continu a scendere.
Il muso del cavallo non si chiuse pi .
La signora Bella era stata soffocata dal marito nel bagno.
Don Turi si dedic esclusivamente al commercio di grassi animali.
Diceva che se le patate fritte fanno croc croc in bocca,  per il grasso buono
e non per i denti.
Mise su un capannone con molti barili di grasso. I barili glieli costruiva un
artigiano con legno di rovere e di castagno. Nei barili di rovere c'era il
grasso pi costoso, quello di balena e di foca.
Quando si ricordava della signora Bella nella cascata d'acqua, del cavallo
sgozzato dal vento, don Turi avrebbe preferito che tutto il suo grasso
imputridisse pur di tornare a Valverde come un tempo o di navigare nel golfo
di Biscaglia.
I binari sapevano di pazienza, sopportavano la notte. Agitando la torcia
elettrica, il capostazione dette il via.
Dalla finestra della sua stanza, al quarto piano del manicomio, Giulia
seguiva lo sfilare dei vagoni contro gli alberi. Nell'alba che tardava, il suo
respiro si perdeva in un cuore vuoto.
Il treno andava sulla Montagna Grande. L'ultima stazione si trovava in un
paesino di boscaioli, un centinaio di persone fiere nel portamento come aquile
reali.
Giulia aveva un paio di scarpe strette, troppo strette. Ci stava male. Ed era
un modo per sentire male solo ai piedi.
Quando il treno scomparve, Giulia si accarezz i capelli e le sembr di
accarezzare la piccola Maria.
Bianche e lisce, le mani di Giulia assomigliavano a fazzoletti di lino dopo il
bucato.
Il viaggio pi lungo che feci con Giulia fu per andare alla marina, curve a
scendere e a salire, su una bicicletta a motore noleggiata un giorno senza
voglia per la scuola.
Mi disse: La tua Giulia partir per tre bianchi giorni, la luna mi chieder
perch ho perduto tanto tempo e le risponder che sono stata sopra la bianca
rocca della Montagna Grande e ho perduto il mio tempo a contemplare il midollo
delle mosche infilzate con lo spillo.
Il viso di Giulia era come una mela incastonata nella curvatura del cielo. E
mi sentivo piccolo nella via lattea, e piccola era la mosca che all'alba
tormentava il lattaio sugli scalini della mia casa.
Mi disse anche: La tua Giulia finir con l'ultima palata di neve, ultimo
cesto di fiori freschi. C' un gelo eterno sulla rocca della Montagna Grande.
Il mio midollo si  ghiacciato, annacquato il mio sangue. Avvolgetemi in un
telo, rimarra impresso del mio pallore. E poi portatemi tra le figure senza
volto, lagginella fiumara.
Al ritorno dalla marina, Giulia volle fermarsi davanti alla casa dove era
morto il nonno ed era nato il padre, una casa ormai abbandonata ai racconti di
guerra. Apr l'uscio e la luce primaverile si rassegn subito al buio della
stanza d'ingresso.
Sull'erba che circondava la casa, come tra le onde il passaggio veloce dei
pesci, si muoveva un esercito di ricordi.
Giulia aveva i capelli color del giunco secco.
Sui libri di scuola, ai margini o tra le righe, dovunque trovassi una
strisciolina buona, scrivevo per lei un libro e per lei disegnavo.
Scrissi che l'ultima arca non salp dal mare. Scese da una montagna di fumo. E
poich c'era aria di zolfo, per paura che la ciurma si ammutinasse e gli
animali non figliassero, le porte e le finestre dell'arca vennero sigillate.
Scrissi che il fumo dur giorni infiniti nel cielo, rossastro, velenoso.
Scrissi che il mondo era rimasto chiuso in quell'arca.
Il libro dei miei racconti e dei miei disegni avrei dovuto regalarlo a Giulia
alla fine dell'anno, l'ultimo giorno. Le dicevo che un giorno  lungo, con le
sue ore e i suoi minuti. Mi rispondeva che avrebbe aspettato l'ultimo secondo
nel soffio di un bacio.
Nell'ultimo bacio che detti a Giulia, fu come se un lembo della sua pelle
volesse rimanere attaccato alla mia. Ma ormai Giulia non aveva pi pelle per
me. Se n'era servita per cucire le vele al suo bastimento, ad una falce che da
poppa a prua scivolava sul ghiaccio. Doveva arrivare nell'estrema regione
delle acque, dove il cielo indulgente si adagia.
Il libro di Giulia si perse tra i banchi di scuola. E non potei suonare a
distesa tutte le campane che vi avevo disegnato.
Anche i bicchieri li disegnavo a forma di campana. Per bere bisognava
rovesciarli, altrimenti nascevano dei laghi tra il pane bianco e l'insalata di
radicchio.
La gabbia che mio padre mi aveva comprato di bamb, con dentro un passerotto,
era una campana nella tinozza da bagno. La mandavo in su e in gicon la mia
mano liquida.
E in quell'ultimo bacio Giulia mi disse: Io sono la luna dei tuoi sogni di
ragazzo. Per la luna non si lascia prendere. Pi ti avvicini e pi ti sfugge.
Ascoltami, o Signore, ripetevo tra me,ascoltami e non farla morire, non su
questo palco addobbato con lenzuola d'ospedale, non su questo letto che pare
un antico castello e non si capisce se sia un trono di piume o un circo o
un'escrescenza, ascoltami Signore, e la croce che si porta addosso non
metterla sul coperchio della sua arca.
Il nonno di Giulia era anarchico. Lo chiamavano Spaccamontagne perch lavorava
nella fiumara a rompere le pietre che poi sarebbero servite ai muratori.
In chiesa ci andava due volte l'anno. La notte di Natale gli piacevano i
canti dei bambini che annunciavano la nascita di un bambino come loro, sotto
il cielo blu attraversato dalla stella cometa, quasi una scimitarra appesa
alle altre stelle. La domenica di Pasqua gli piaceva il suono delle campane
dopo due giorni che non suonavano.
Era coi preti che Spaccamontagne non se l'intendeva. Li considerava superflui.
Solo per don Pietro aveva rispetto.
Si incontravano sempre al sabato sera.
Spaccamontagne scherzava: Voi avete fatto il voto del celibato e non quello
di castit, perci potete andare liscio.
Scherzava pure don Pietro: Voi sognate la carica dei centomila, son bastati
quattro fantocci e la lupa  diventata un agnello.
Quando in citt arrivava qualche gerarca, Spaccamontagne lo mettevano in
prigione il giorno prima e ce lo tenevano finch non si fosse spenta l'eco
dell'ultima adunata.
Una volta, uno di questi gerarchi si ammal e dovette rimanere in Prefettura
per tre settimane. Anche Spaccamontagne allung di tre settimane la permanenza
in prigione. E a don Pietro che era andato a trovarlo, disse: Loro non vanno
liscio, purgano.
Un'altra volta ci furono grandi preparativi per un gerarca pi importante.
Spaccamontagne si accorse che i preparativi erano cominciati non appena il
gendarme lo svegli di buon mattino. Presero insieme il caff accanto al
braciere. Il gendarme fece per leggere un foglio. Spaccamontagne
l'interruppe: Lasciate, il vostro foglio lo conosco a memoria. Ma prima o poi
arriveranno i centomila e saranno centomila assi di spada.
Chiamato per l'occasione a dare una mano all'arcivescovo, don Pietro non pot
visitare Spaccamontagne. Gli invi un biglietto: Adesso comanda il re di
bastoni.
Gaetano Mascaro fu battezzato da don Pietro all'insaputa del padre. Quel
giorno don Pietro sollev il calice col vino e l'ostia come se stesse
rivolgendosi a Spaccamontagne: Ecco la coppa offerta per l'eterna alleanza
tra i poveri del mondo.
Ma un altro battesimo, Gaetano Mascaro doveva ricevere.
Aveva diciassette anni e da almeno dieci gli ronzava nelle orecchie la frase
di Spaccamontagne: Arriver la carica dei centomila assi di spade.
Un pomeriggio, mentre la radio suonava marce militari, Gaetano Mascaro usc in
fretta. Attravers tanti vicoli serrati da due file di case, ciascuna casa con
il suo colore, quasi per rispetto delle case vicine. E finita la Scesa della
Misericordia, sbuc dove comincia il burrone e si vede il mare.
Un uomo martellava il cuoio a piano terra. Senza smettere di martellare, fiss
a Gaetano Mascaro un appuntamento per l'indomani. Ci sarebbero stati anche
altri e lo avrebbero messo alla prova.
Via di corsa.
Ormai il figlio di Spaccamontagne, in una strana vigilia di festa, sentiva che
il distintivo dei centomila era attaccato al suo maglione con uno spillo di
sicurezza.
Sentiva dentro di s la forza della vita. E immaginava i giorni avvenire caldi
e gonfi.
Giunse il momento di don Pietro.
Con due valigioni in mano, senza voltarsi, don Pietro sal sulla corriera.
Sapeva che non c'era nessuno a salutarlo, neppure Spaccamontagne che per via
della guerra era dovuto sfollare presso alcuni parenti boscaioli, lui che
amava le fiumare.
Per le continue lamentele del podest e del prefetto, l'arcivescovo aveva
trasferito don Pietro in una parrocchia sperduta, a Serrafiorita.
Sul camino della nuova canonica don Pietro fece mettere un targone con
scritto Solo il pensiero luce.
Pass molti mesi accanto al fuoco che si alzava come battiti irregolari da
ciglia. Poi la sua vita si moviment con l'arrivo in canonica di due ebrei, un
professore e la moglie.
A don Pietro parve che grazie a loro, venuti a Serrafiorita per paura dei
tedeschi, fosse tornato in campo contro l'arcivescovo e il podest. Lo
sbattessero anche in galera quei buffoni vestiti da corvo, lo accusassero
anche di cospirazione, meglio la galera della solitudine.
Il professore leggeva libri di latino e di greco. La moglie curava la sua
pelle. Gir tutta Serrafiorita in cerca di saponette profumate. Dovette
accontentarsi del sapone di grasso animale. Mentre il grasso bolliva, lasciava
cadere nel pentolone scorze d'arance.
I due ebrei si adattarono presto alla gente di Serrafiorita. Comprarono una
casa e da l pi non si mossero.
Stordito dalla noia, don Pietro sogn qualche volta soldati in processione.
Sogn di conquistare una croce uncinata e di attaccarla a una pertica per
tirar gile nespole dall'albero.
Un giorno che Gamarro lo spagnolo si part dal Gelso Bianco per andarlo a
trovare, don Pietro gli chiese se i centomila erano arrivati e di altro non
chiese. Gamarro rispose che stavano arrivando. E don Pietro tir fuori la sua
collezione di carte di spada. La teneva nel comodino, insieme alla fotografia
di Spaccamontagne.
Era una vecchia fotografia. Spaccamontagne aveva un cappello a tese larghe e
un fazzoletto al collo. I suoi occhi somigliavano alle banderiglie del torero,
come se stesse preparandosi per scalare il cielo e prendere la scimitarra che
a Natale pende tra i monti.
Gaetano Mascaro ebbe appena il tempo di scendere dal treno e di consegnare la
sua valigia al deposito bagagli. Ritir lo scontrino, un foglietto rosa con un
numero, lo mise in una tasca della giacca, dove pi tardi avrebbe faticato a
trovarlo, e corse sulla piazza della stazione.
Avvertiti del suo arrivo, c'erano alcuni amici ad abbracciarlo. Attesero che
il sole calasse, parlando in dialetto. Poi presero la strada dei monti e
cantarono canzoni tristi di guerra.
Una sera Gaetano Mascaro scese dai monti. Al teatro davano la Cavalleria
Rusticana.
Durante lo spettacolo, Gaetano Mascaro ripens al Gelso Bianco, al grammofono
sul tavolo vicino la finestra, al suo letto da cui vedeva un rettangolo di
cielo attraverso la finestra, alle tendine di pizzo attaccate ai vetri, al
vetro che aveva rotto tirando il pallone contro il palazzo del marchese.
Ripens a suo padre Spaccamontagne, a don Pietro che smagriva accanto al fuoco
del camino, a don Turi che si era messo in casa Rosario e lo teneva come un
figlio perch dopotutto portavano lo stesso cognome, all'avvocato Altieri che
non riusciva ad aver figli maschi, ai figli che forse un giorno lui
avrebbe avuto, al Principe in guanti grigi, all'acqua grigia in cui si
perdevano gli occhi di Giovanni e Maddalena.
Il Gelso Bianco sembr a Gaetano Mascaro tremendamente ordinato nella sua
selvatica volont di vivere. Ma era lontano, un'ombra.
In sala si accesero le luci. Gli attori vennero avanti sul palco levando in
alto le braccia.
Tra lo scrosciare degli applausi, Gaetano Mascaro incontr lo sguardo di una
ragazza.
Le fece un cenno e l'aspett all'uscita.
I compagni mi chiamano Freccia.
Io sono Emma.
I tedeschi bombardavano senza sosta. La linea del fronte passava a pochi
chilometri dalla casa di Emma. Bastava attraversare un bosco di faggi e si era
dall'altra parte.
Una mattina d'aprile cominci una gran festa.
Freccia scese dai monti con un plotone. Emma cap che era lui il comandante e
ne fu felice.
La stessa mattina, Emma era pronta a partire. Aveva infilato i suoi vestiti e
le sue cose in uno zaino. Pens di essere in ritardo e si tranquillizz solo
quando Freccia le corse incontro.
Tua madre ti ha fatto gli occhi belli.
Mia madre  morta sotto le macerie della chiesa, mio padre  in Russia, se
c' ancora, mio fratello era podest, mia sorella  scomparsa nel bosco di
faggi, dissero che aveva con s un messaggio per i partigiani e che mio
fratello poteva salvarla e non volle.
Presero il primo treno in partenza. Era stracolmo. La gente si agitava,
sventolava fazzoletti e bandiere, passandosi di mano in mano la bottiglia del
vino.
C'era Zapata alla stazione, un contadino che tutti chiamavano cos. Salut col
pugno chiuso, in spalla il fucile e la zappa.
Alla ricerca di un posto, Gaetano Mascaro e Emma arrivarono in un vagone che
trasportava paglia.
Sembrava di stare in aperta campagna, tra i rumori del vento.
Bisogn attraversare uno dei ponti sulla fiumara.
Giulia era morta in manicomio. Il medico aveva detto che era morta ma dovevano
passare ventiquattro ore per portarla via. Dopo ventiquattro ore il medico
aveva acceso un cerino vicino al naso di Giulia. La fiamma non si era messa a
danzare. E il medico aveva ordinato di portar via Giulia.
La portarono nella sua casa.
Gaetano Mascaro disse alla signora Emma e alla piccola Maria che negli occhi
di Giulia era rimasta la storia di una lunga guerra, e che nessuno dimenticasse
quegli occhi.
La casa di Giulia stava sulla parte pi alta del Gelso Bianco, accanto alla
Chiesa. Il luogo le piaceva, il suono delle campane non le dava fastidio.
Dal guscio in cima alla torre, la regina dell'alfabeto se n'era andata. Si era
disfatta nel vuoto, oltre il chiarore della luna tonda che tremolava nel pozzo
del pescebambino.
Si era disfatta nella tenerezza dell'acqua.
Il cerchio di ferro, coi chiodi piantati a raggiera, continuava a sostenere le
pareti della mela marcita per il saggio pensiero del Caos. Ma in quella
rotondit brulicante di gente un vuoto si era prodotto. Forse per colpa degli
di che si erano addormentati. O forse perch gli di erano morti con l'ultima
mora di pesci.
Nei fondali marini, dove la sabbia rendeva l'acqua torba come il nerofumo su
uno specchio, le anguille smisero di scivolare e non c'erano pi dimore di
cristallo.
Enormi uccelli dalle ali nere e dal becco appuntito, abbandonando il carro
dell'Orsa maggiore in cui altri uccelli enormi mandavano luce stellare dagli
occhi, volarono dalla sorgente alla foce dei fiumi.
I fiumi si gonfiarono, e parevano guerrieri che avessero preso gusto a
combattere.
Travolsero ogni cosa, e parevano cavalcare. S'inoltrarono per i prati, e
pareva che desiderassero lasciare il loro cattivo umore ai piedi delle rocce.
Nessuno si cur dei massi sollevati dall'acqua. Si sgombrarono gli alberi dai
detriti, e coi detriti ci si fece pietrisco da muratura per i vivi e i morti.
La luna continu a galleggiare tonda, tuffandosi e rialzandosi dietro ai monti.
Poco dopo croll la torre di noce, in silenzio. E nacque il quotidiano.
Fu una giornata di croce.
Mi sembr che l'universo fosse fatto di barche, alcune piene di morti e altre
in attesa di altri morti. Giulia era legata all'albero maestro, con una spada
di legno in mano.
L'albero maestro era una travatura dentata come il cintolone di Gamarro.
L'elica girava come una stella filante. Le barche senza elica accompagnavano
Giulia col croc croc dei remi.
Giulia era partita dal Gelso Bianco con la trepidazione di un antico crociato.
Sulla camicia le avevano messo una croce perch le proteggesse il cuore.
Col viso sull'arca di Giulia, pregavo: Ascoltami Signore, questa volta
ascoltami.
Pregavo perch Giulia potesse tornare al Gelso Bianco trascinando un carretto
con sopra un'armatura e dentro l'armatura il padrone della fiumara dove
lavorava Spaccamontagne. L'armatura in chiesa. E don Pietro, con l'aspersorio
e i paramenti sfarzosi, a calarla nella terra dicendo: Anche senza il padrone.
Spaccamontagne si sarebbe guadagnato da s solo la settimana.
Cadeva pietrisco mescolato a calce sull'ultimo bastimento di Giulia.
La luce del faro era lontana.
Forse il guardiano del faro osservava i pescatori che si preparavano a
prendere il largo, e forse i pescatori avevano acceso gi le lampare.
Dalle caverne, guizzando tra gli scogli, venivano i tonni. E dalla Montagna
Grande scendevano i lupi, dalle colline le giovenche.
Poi l'alba sul gelso del mio quartiere, sul tronco pieno di lattice, sui
frutti dolciastri, sulle foglie di color verde tenue.

Questo scritto  l'alfabeto di una giovinezza.
Forse.
Nel ricordo di quando anch'io vivevo in una terra stretta tra il mare e i
monti, lo dedico a tutti i miei compagni del Ginnasio-Liceo Pasquale
Galluppi di Catanzaro.
E nel pi tenero ricordo di ci che volevamo essere e non fummo (mai divisi
per le strade della vita), lo offro in dono a Nino Autuori, e la radio a
galena l'aspetto ancora, a Franco Bertucci, ed era senza tempo il nostro
spazio, a Ennio Nicotera, e al 2921 rispondevi a presto, e a mio fratello,
e il nonno ci diceva il 6 Nicola.
(Dimore del Vento, Cascina, 6 marzo 1986)

Eugenio Ripepe.
di Pasquale e di Bianca Rubino
nato a Nicastro l'1 febbraio 1943
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B
(Registro generale dell'anno scolastico 1956/1957)

L'incipit  un interrogativo:
e che c'entro io con tanti ex liceali chiamati a illustrare in un mosaico la
storia del "Galluppi", presumibilmente per averne tenuto alto il nome? Non
sar la mia presenza qui dovuta ad una qualche forma di nepotismo-rectius:
cuginismo - e cio ai rapporti di parentela, oltre che di affetto, che mi
legano ad Ezio Galiano? O il fatto di condurre oscuramente un oscuro mestiere
(sempre meglio che lavorare, comunque) vale davvero a farmi scambiare per uno
di quelli che hanno avuto successo nella vita?
Non che solleticarmi, la cosa un po' mi preoccupa. Certo, l'invito a
partecipare a questa specie di (auto)biografia del "Galluppi" non si pu
propriamente equiparare all'assegnazione del premio Nobel; e, sebbene la
precisazione possa sembrare superflua, io non sono Montale. Nondimeno, di
fronte all'invito, la mia reazione fu all'incirca quella attribuita a Montale
all'epoca del Nobel ricevuto. Avrebbe infatti detto Montale (e comunque mi
sono detto io): Ho sempre pensato che nella vita il successo arrida ai
cretini. Non sar per caso diventato un cretino?. Per Ezio mi ha
poi pazientemente spiegato che scopo dell'iniziativa non era quello di mettere
in vetrina ex allievi del "Galluppi" in qualche modo arrivati chi sa dove (per
ritenersi arrivati, in effetti, bisogna proprio essere partiti), ma
semplicemente quello di raccogliere testimonianze e ricordi sul liceo dei loro
tempi e sui loro tempi al liceo, da parte di rappresentanti delle varie
generazioni di ex liceali: ma rappresentanti la cui rappresentativit deriva
dal loro sentirsi ancora e sempre legati alla propria generazione liceale, e
magari dalla profondit delle radici che continuano ad unirli - sia pure
sotterraneamente, come  ovvio, trattandosi di radici - agli anni decisivi
della loro formazione culturale ed umana. E allora, se le cose stanno cos,
come farsi sfuggire l'allettante occasione di riandare ancora una volta col
pensiero ai tempi del Galluppi?
I tempi del "Galluppi" (Galluppi Times appunto, si chiamava il giornalino che
pubblicammo a quei tempi, in uno spirito per la verit del tutto disimpegnato
e magari spiritoso solo nelle intenzioni; ma d'altronde perfettamente in linea
con quello che era allora lo spirito del tempo, o Zeitgeist che dir si
voglia)... I tempi del "Galluppi", per ognuno di noi, sono naturalmente una
cosa sola col "Galluppi" dei suoi tempi: col suo "Galluppi". Non  difficile
ritrovarli, quei tempi, per chi non abbia bisogno di mettersi alla ricerca di
un tempo perduto che non ha mai perduto perch se l' portato dietro, se l'
portato dentro (ma forse chiunque avverta la necessit di andare alla ricerca
del tempo perduto, in realt quel tempo lo ritrova in se stesso, e dunque non
l'ha mai veramente perduto). Basta tornare ancora una volta a quello che
 per ognuno di noi il suo villaggio nella memoria, per rifarsi al bel
titolo di un bel libro di Luigi Lombardi Satriani e Mariano Meligrana, a sua
volta tratto dal passo di Ernesto de Martino che fa da epigrafe al libro
(alla base della vita culturale del nostro tempo sta l'esigenza di ricordare
una patria e di mediare, attraverso la concretezza di questa esperienza, il
proprio rapporto col "mondo". Coloro che non hanno radici e sono cosmopoliti,
si avviane alla morte della passione e dell'umano: per non essere provinciali
occorre possedere un villaggio vivente nella memoria, a cui l'immagine e il
cuore tornano sempre di nuovo...).
Ma il villaggio nella memoria  spesso, o forse sempre, un villaggio della
memoria.
Non solo perch le strade, le piazze, le chiese, le case vi acquistano
dimensioni e suggestioni ben diverse e maggiori di quelle effettive (come
diventano piccoli e squallidi i luoghi favolosi che ci portiamo dentro,
allorch ci accade di rivederli fuori di noi, attorno a noi!), ma perch,
oltre all'estetica, anche la topografia, le distanze, le condizioni
ambientali, tutto, insomma,  come ricreato dalla memoria, che ne fa
un collage di immagini, situazioni, stati d'animo intimamente connessi e
unitari pur se appartenenti a luoghi, a stagioni, a tempi diversi e distanti
tra loro. Questo insieme, irreale perch non corrisponde ad alcuna precisa
realt, ha tuttavia una sua verit, pi piena di qualsiasi realt storica o
geografica: una verit che  la sola a contare per chi se l' inconsciamente
costruita pezzo a pezzo sulla base delle esperienze e delle impressioni per
lui pi profonde e vive, dunque per lui pi autentiche. Ma se l' poi
costruita davvero lui, a sua immagine e somiglianza, o non  piuttosto lui ad
essere stato fatto da essa a sua immagine e somiglianza?
Il villaggio della memoria, dunque. Nel mio, luoghi, immagini, persone,
sentimenti si armonizzano in un ordine forse oggettivamente discutibile, ma
non del tutto arbitrario, se dalle dissonanze nasce un'armonia. N l'armonia 
determinata solo dall'azione selettiva e manipolatrice della memoria, che
pietosamente attenua, compone, rimuove, sceglie fior da fiore. Prima ancora di
sorgere come tale nel mondo della memoria, quello che sarebbe diventato il
villaggio della memoria gi forse ci appariva diverso da quello che era
davvero allora, quando rappresentava il nostro presente, e non ancora il
nostro mondo di ieri. Perch era in realt il sabato del villaggio quello
che noi vedevamo e vivevamo: la vigilia, e come un'illusoria prova generale
della domenica della vita.
Il villaggio della memoria... Il monte di Tiriolo visto dal marciapiede che
costeggia il muro del castello-carcere (un castello non kafkiano: nessun
agrimensore anel mai ad entrarvi, per quanto lo meritasse; eppure ugualmente
un castello-simbolo, oggi: il simbolo dello sfascio, dell'impotenza di una
citt che si lascia divorare dai vermi nati nelle sue stesse viscere) il monte
di Tiriolo visto dal marciapiede che costeggia il muro del castello-carcere, si
diceva, in un normalissimo giorno di vento, andando verso il vento ancora pi 
gagliardo di piazza Matteotti, un vento che non  un vento, ma una zuffa
furibonda di venti diversi che vengono da Pratica, da via Indipendenza, da via
Acri, da via Nazionale per Tiriolo; o forse non litigano, quei venti, ma
giocano a far mulinelli di carte, di polvere, di foglie... Poco pi avanti la
salita di Mauro, un formicolare di folla la domenica sera dopo la partita: e i
compiti ancora da fare... E a piazza Matteotti, la conclusione
dell'accompagnamento che nessuno avr pi : il corteo delle corone ai due
lati del Corso, le verginelle in fila indiana, il carro funebre, la folla dei
dolenti scortati dai condolenti (certo, qualche discorso fuori tema ci
scappava, e magari qualche maldicenza. Ma che efficace immagine di una
comunit degna di questo nome dava l'accompagnamento! La gente si fermava
sui marciapiedi, si toglieva il cappello: nessuno era tanto preso dalle sue
cose, o da se stesso, da negare un attimo di rispetto, se non al morto, alla
Morte che passava. I negozianti abbassavano simbolicamente la saracinesca, il
barbiere interrompeva il suo lavoro e rimaneva immobile sulla soglia finch il
corteo, o almeno il carro funebre non fosse passato. Chiunque fosse a morire,
la citt non poteva non accorgersene: nessuna morte poteva rimanere veramente
inosservata; e nessuna vita, del resto. Il rintocco della campana a morto
aveva davvero il significato datogli da Donne, che noi scoprimmo attraverso
Hemingway)... Natale e il trionfo di frasche e di muschio a San Rocco e a
Santa Caterina: sugheri, pungitopo, pastori di terracotta (ci sembravano
brutti! Preferivamo, ahim, gli sdolcinati pastori e pastorellerie
dell'Upim)... Il trenino della Calabro-lucana, l'arrivo alla stazione, la coda
variopinta in marcia verso il ponte di ferro, fichi d'India reclamizzati come
gelati! gelati!, e di l dal ponte e dall'odore greve di frutta avviata a
marcire nel mercato sottostante, bizzarria della memoria, non la gloriosa
spiaggia di quella che fu la marina di Catanzaro, oggi trasformata in Lido,
come una qualsiasi Ostia, ma la tranquilla bellezza di Copanello non ancora
stuprata, e un motivetto, quando struggente, quando solo languoroso, ripetuto
all'infinito dall'altoparlante: uno ed uno solo per ogni stagione: Petit f1eur
o Scandalo al sole: a ciascuno il suo; e sempre troppo presto la tromba del
pullman dell'una meno dieci... La balconata di Bellavista, invece, chi sa
perch, in un giorno di pioggia, oltre che, beninteso, di vento: con gli
ombrelli strappati di mano e gocce sfcrzanti che colpiscono di traverso...
E una serata di luglio, e tutta la citt sul Corso; ma tutta davvcro, e non
solo il ragazzume di oggi: famigliole col cono, anziane coppie, bambini,
vecchi, signore e signori, signorine e giovanotti, occhiate, occhiatine,
occhiatacce, occhiolini, sguardi diretti, di sguincio, in tralice, di
sottecchi, di trionfo, saluti, sorrisi, indifferenza ostentata, ostentata
cordialit, rapidi appunti a futura memoria presi da osservatori apparentemente
distratti... Il cimitero in un'azzurra giornata dell'estate di san Martino:
quasi una festa (la disperazione, il raccoglimento sono di altri giorni pi 
cupi, di altre visite pi appartate): la citt intera va a trovare i suoi
morti... E poi, e poi la Villa, la villa per antonomasia, assorta nel
silenzio d'una mattinata invernale sottratta alla scuola... O l'odore dei
forni sotto Pasqua, le lande che vanno e vengono, portate sulla testa...
basta, basta cos, per non scendere sempre pi gicon questa rimpatriata nel
cuore fino a crogiolarsi col folclore pi trito, magari fino all'abiezione
di rievocare l'immancabile morzeddru che diffonde i suoi effluvi da ben noti
locali... Basta cos, certo: ma d'altronde perch uno dovrebbe vergognarsi se
l sua madeleine  una cuzzupa, se le sue intermittenze del cuore sono
legate non ad una frase di violino, ma alla cantilena vagamente levantina
dello stagnino ambulante o del compratore di roba vecchia, alluminio vecchio,
maglie di lana vecchie?
Ecco: nel villaggio della memoria, al centro di tutte queste cose, e di tante
altre ancora, sta un edificio grigio chiaro, di dignitosa bruttezza, le
persiane eternamente chiuse, il portone d'un'incredibile vernice marrone,
situato all'incirca l dove aveva luogo, poco pi su, poco pi gi, uno dei
due dietro-front della passeggiata sul Corso (l'altro dietro-front era al
limitare di piazza Santa Caterina): il liceo; anzi: il "Galluppi".
Dovessi dire che cosa  per me il "Galluppi" (che  precisamente quel che mi
era stato in sostanza chiesto e perci dovrei decidermi a dire) direi che esso,
innanzi tutto,  per me Catanzaro. Catanzaro d'altri tempi? Forse, ma pi 
ancora la continuit di Catanzaro attraverso i tempi. Non solo il "Galluppi",
certo, ma comunque anche il "Galluppi" ha costituito un ideale trait-d'-union
tra le generazioni, oltre che tra gli appartenenti ad una stessa generazione:
il denominatore comune di esperienze di vita per altri versi lontanissime tra
loro, un patrimonio di famiglia che nessun figlio scapestrato avrebbe potuto
dissipare; e nemmeno patrimonio soltanto di chi al "Galluppi" aveva studiato
(o non studiato) del resto, ma dell'intera citt. La piccola borghesia
umanistica che costituiva e costituisce il nerbo della societ cittadina,
infatti, vedeva proprio nel "Galluppi" il simbolo, o addirittura il tempio di
tutto quanto essa collocava al vertice della sua scala dei valori; e magari
anche - perch non dirlo? - il passaggio obbligato per potersi arrampicare su
per un'altra scala, quella delle gerarchie sociali. Di questo non esaltante
nesso tra il liceo e le esigenze di una societ fortemente gerarchizzata - che
non riguardava peraltro solo il "Galluppi" e solo Catanzaro, perch era il
presupposto fondamentale, neanche troppo implicito della riforma Gentile -
qualche traccia innegabilmente rimaneva ancora alla fine degli anni Cinquanta.
Il "Galluppi" antica destinazione naturale dei figli dei galantuomini, a cui
i ragazzi delle classi medio-inferiori potevano accedere solo a condizione di
essere in possesso di qualit eccezionali (dunque a condizione di garantire un
apporto di linfa nuova all'lite che graziosamente, ma non per questo gratis o
a braccia aperte si degnava di accoglierli), aveva gi subito negli anni
Cinquanta un'evoluzione che lo aveva condotto ad avere ben quattro corsi
completi o sezioni, in sintonia con l'evoluzione che consentiva a strati
sempre pi ampi della piccola o minima borghesia, umanistica e non, di
aspirare alla laurea per i propri rampolli. Quattro corsi significavano oltre
600 studenti: in una citt come Catanzaro, praticamente una scuola di massa.
Eppure - questo, a ripensarci, il piccolo miracolo - una scuola di massa che
per diventare tale non aveva rinunciato ad essere una scuola abbastanza
seria. Perch la citt stessa, all'epoca, e prima di tutto la piccola
borghesia umanistica di cui si  detto, non avrebbe sopportato la truffa, cio
un'evoluzione a scapito della seriet degli studi, che si sarebbe tradotta nel
togliere con una mano quel che si donava con l'altra. Naturalmente qualche
residuo della vecchia mentalit non poteva mancare, e perci alla fine degli
anni Cinquanta, c'erano al "Galluppi", accanto a due sezioni per cos dire
miste, una sezione riservata ai figli di pap, ed un'altra alla quale
finivano con l'approdare i figli di nessuno (oggi, se Dio vuole, parecchi
di quei figli di pap non sono nessuno; ma per converso parecchi di quei figli
di nessuno, purtroppo, sono diventati padri di figli di pap).
Al di l di questo, comunque, il liceo era ancora e sempre il tempio di quei
valori che a Catanzaro erano sacri. Ecco perch non  strano che nel villaggio
della memoria il luogo della cattedrale sia tenuto dal "Galluppi". In una
citt non solo piccolo-borghese, come ogni altra citt del Sud, ma
piccolo-borghese al quadrato, se cos si puo dire, per l'assoluta
preponderanza dell'elemento burocratico, il latino, il greco, la filosofia non
erano solo la cultura: erano anche il legame nobile della citt col resto
d'Italia, e quindi col mondo (l'altro legame non meno nobile, il lavoro dei
nostri emigrati, non costituiva motivo d'orgoglio perch conseguenza e simbolo
insieme di una condizione di arretratezza e di inferiorit economica). Il
"Galluppi" significava l'appartenenza a pieno titolo alla comunit nazionale
in una condizione paritaria. Fiorivano anzi antiche leggende a riprova di una
tale ragione d'orgoglio: questo o quel professore del "Galluppi" era stato
intimo amico e sodale di Pascoli o di Croce; poche frasi di circostanza in un
biglietto, una corrispondenza epistolare di cortesia, diventavano
un'investitura ufficiale per il destinatario, che la reverenza popolare
immediatamente innalzava a personaggio illustre alla stregua delle
varie celebrit nazionali pro tempore. Anche questo ingenuo campanilismo
conferma la centralit del "Galluppi" come cattedrale laica a Catanzaro: in
mancanza di campanili da ingrandire con l'immaginazione... patriottica, i
bravi catanzaresi ingrandivano la risonanza nazionale di alcuni loro
professori del liceo. Non gi che costoro, ed altri con loro, non fossero
meritevoli di ogni stima, e certo di molta pi stima di tanti personaggi di
notoriet nazionale, ma il fatto  che, forse appunto perch meritevoli
davvero di stima, essi alla notoriet nazionale non tenevano affatto, perch
nella loro superiore saggezza sapevano che essa non vale nulla, se tanto
spesso spetta a gente che non vale nulla; o comunque non ci tenevano
abbastanza, perch si guardavano bene dal sacrificare sull'altare
dell'ambizione le cose pi care. E nonostante i loro rituali A Mosca! A
Mosca! non vollero mai rinunciare alla passeggiata quotidiana sul
Corso, ai cannoli di sanguinaccio, al profumo delle merendelle - o
semplicemente alle nuvole rosse di un tramonto visto dalla strada di
Pratica - per andare a caccia di (vana) gloria nei luoghi frequentati dai
cacciatori di (vana) gloria.
I nostri anni al "Galluppi" - gli ultimi anni '50, i primi anni '60 - furono,
per quanto riguardava il piccolo mondo antico di Catanzaro, anni tranquilli.
Eppure proprio allora maturava e covava non dir il terremoto, ma
l'inesorabile cataclisma connesso con la trasformazione di un modo di vivere
che era l'indiretto riflesso d'una civilt agricola che si svolgeva altrove,
in un modo di vivere che  l'indiretto riflesso d'una civilt industriale che
si svolge altrove. La disgregazione della vita comunitaria, la perdita
d'identit erano ancora di l da venire; ma forse erano l per venire.
La Calabria non era ancora divenuta quel capolavoro alla rovescia toccato da
un re Mida alla rovescia che  ora (e tra parentesi: grazie di cuore a questo
Re Mida che trasforma l'oro in spazzatura, grazie a nome di tutti gli emigrati
calabresi. Per merito suo la lontananza non li ha privati di nulla di cui non
sarebbero stati privati ugualmente se fossero rimasti, e di cui infatti non
siano stati privati anche coloro che sono rimasti. Visto che non diventer inno
nazionale, Va' pensiero potrebbe diventare l'inno dei calabresi, di quelli che
sono rimasti non meno che di quelli che se ne sono andati, perch gli uni e
gli altri ben potrebbero intonare: O mia patria s bella e perduta!).
Catanzaro stessa non univa, come oggi, quasi tutti i difetti della piccola
citt a quasi tutti i difetti della grande. Al contrario ci sembrava unire, e
forse univa davvero, quasi tutti i pregi della piccola citt a quasi tutti i
pregi della grande. E tra questi era il nostro caro "Galluppi".
Non tardammo ad accorgercene dopo averlo lasciato. Sbarcati dai treni del Sud,
mentre i nostri fratelli ignoti proseguivano il viaggio andando a vivere la
triste epopea dell'emigrazione, ci portavamo dietro anche noi, nelle
rispettive sedi universitarie, mille ragioni di insicurezza e di timore, e la
sensazione d'essere, come del resto irrimediabilmente eravamo, fuor di luogo,
e spaesati. Ci portavamo dietro il nostro colorito olivastro, la voce nasale,
le dure inflessioni della nostra parlata, un complesso d'inferiorit che
qualcuno pi sprovveduto degli altri trasformava in una finta sicurezza, in
un'aggressivit che accresceva il nostro disagio. Ma non ci volle
molto a capire che nelle mille ragioni di insicurezza, novecentonovantanove
potevano anche essere fondate, forse, ma sicuramente una non lo era: la
nostra preparazione, la nostra formazione culturale non comportavano
nessun handicap rispetto a quelle degli altri. Gli altri potevano vantare
- ed in effetti non omettevano di vantare - vari titoli di superiorit in vari
campi: ma i loro anni di scuola non erano stati impiegati meglio dei nostri;
il loro liceo non era stato (perch non era) meglio del nostro. Nessuno poteva
dirsi avvantaggiato nei confronti di un giovane di Catanzaro per aver fatto un
liceo diverso da quello di Catanzaro. E voglia il cielo che sia ancora cos;
voglia il cielo che lo sfacelo, lo sfasciume della citt, se ci sono (e come
ci sono!) non coinvolgano il "Galluppi". In fondo  solo questione di quello
che una volta si chiamava il materiale umano. Conta che ad insegnare siano
professori che non siano tali solo per sfuggire alla disoccupazione, o alla
noia, ma al contrario, proprio per poter essere professori abbiano
consapevolmente rischiato la disoccupazione: e questi ci sono ancora, non
solo al "Galluppi", ma certo anche al "Galluppi". Quando fecero la loro
scelta di vita, gli altri naturalmente si meravigliarono: studenti cos bravi,
tra i migliori (e spesso proprio i migliori), scegliere facolt che li
avrebbero esclusi dai posti al sole, da ogni possibilit di arricchimento o di
potere... Non capivano, gli altri che dietro quella scelta c'era proprio
l'essere stati tra i migliori studenti, l'avere studiato appassionatamente,
l'avere inteso la crescita culturale come un fine e non come un mezzo, l'aver
visto in chi gli trasmetteva l'amore per il sapere un modello di vita. La
rinuncia ai quattrini, al lei non sa chi sono io che in una citt
di provincia diventa l'ancora pi meschino lei sa chi sono io..., in cambio
di che cosa? Ma: in cambio di molto! E per esempio in cambio d'una qualche
sopravvivenza del legame col mondo dei loro anni giovani, in cambio d'una
(quasi) eterna giovinezza il cui prezzo non  stato vendere la propria anima,
ma al contrario non venderla al dio uno e quattrino dell'argent.
I suoi professori al liceo, chi li dimenticher? Pu anche accadere che uno
non li riveda pi , che non si faccia pi vivo con loro. Ma non certo per
dimenticanza... Non una visita, non una telefonata, e un senso di colpa quando
 ormai troppo tardi: perch mai, se non per misteriose ragioni che affondano
nell'inconscio? Pudore esasperato, assurdo timore di essere stati dimenticati
(esorcizzato dimenticando in anticipo chi ci potrebbe dimenticare),
fors'anche un astio inconsapevole quanto irragionevole nei confronti di chi
passa ad occuparsi di altri allievi, quasi questi usurpino ai veri figli
l'affetto di mamm. Insomma, roba da psicologia del profondo.
Poi l'imbarazzo crescente nel tempo, finch non  troppo tardi, finch non
vieni a sapere da qualcuno che l'anno scorso... che due mesi fa... Ma nel
cuore nessuna croce manca; e restano vivi l'indimenticabile professore Morello,
i nostri cari don Antonio Sanzi e don Giorgio Bonapace. Baster a farci
rimettere il nostro debito il fatto che analoghi debiti noi di buon grado li
rimettiamo ai nostri debitori? Come che sia, nella coscienza non c'e stata
nessuna cancellazione dei debiti e volentieri li dichiaro ai relativi
creditori con l'affetto d'un alunno solo apparentemente ingrato: le mie care
professoresse Cannata, Critelli, Giglio, Morica, Zinzi, i professori Sutera,
Torchia, Chiappini, Calaminici. E poi c' il mio debito col professore di
storia e filosofia, un giovane professore che  rimasto mio maestro anche oggi
che sono ben pi vecchio di quanto egli allora non fosse: un allievo che si
porta dentro un maestro pi giovane di lui! Spiegava tutta l'ora, quel
professore, gironzolando tra i banchi, elegante nei suoi abiti impeccabili, e
fumando fino alla fine, fino alla feccia ogni sua sigaretta (nazionale s, ma
esportazione). Spiegava, e i suoi occhi chiari cercavano i nostri occhi come
per leggerci dentro, e i nostri occhi cercavano i suoi per dirgli che
s, capivamo, avevamo capito, e ci sembrava che nuovi mondi ci si aprissero.
Andavamo a casa a trovarlo, e si parlava di tutto, e si scherzava, anche; e
scoprivamo che cosa significasse essere un filosofo sul serio. Non significava
imbrattare carte, o recitare la parte del genio fuori dal mondo, secondo un
vetusto clich, e nemmeno ostentare puzza al naso o mutria filosofica.
Significava essere, come era il nostro professore, un uomo vero: e scusate se
 poco. Chi era quel professore? Per me una specie di innominato: professore
non mi andava di chiamarlo perch mi pareva ipocrita chiamare cos mio cugino,
che quando ero piccolo mi faceva fare le giravolte; e per nome nemmeno, perch
mi pareva irriguardoso. Il debito che ho con lui non glielo ho mai dichiarato:
me lo vietava il pudore di entrambi. Ma questa volta tacere equivaleva a
mentire (perci caro Ezio non censurare queste righe: taglia tutto quello
che vuoi, ma queste righe, no).
E ora quel professore, il professore Galiano, il preside Galiano mi chiede un
po' di rimembranze della mia vita legate al "Galluppi". Ma ho in mente Napoli
milioraria, e gli inutili tentativi del reduce di raccontare le sue avventure.
Di avventure ognuno ha le sue, e le sue per ognuno sono le pi interessanti.
Per ogni reduce la guerra pi guerra  stata la sua. Non racconter le mie
storie di... guerra. Preferisco dire che cos' per me il "Galluppi" se chiudo
un attimo gli occhi.
Il "Galluppi"? Due grandi corridoi (ma erano davvero grandi?), uno pi 
ridente e, come dire?, pi prestigioso, l'altro un po' pi tetro, il pavimento
di marmo (ma era davvero marmo?) su cui Alfieri (lui s, era davvero Alfieri)
passava eternamente della segatura... Le aule del ginnasio, come alla
periferia di un impero: scale da scendere, qualche altra da salire, una specie
di limbo in attesa di essere ammessi in alto loco... Il grembiule nero lucido
(raso?) di Rosina, e il suo bel colletto fatto all'uncinetto... L'aula
magna/sala dei professori: un certo batticuore per chi la vedeva per la prima
volta con l'importante compito di recuperare il cancellino personale del
professore Morello; un certo batticuore anche le volte successive, quando
capitava che ci radunassero l per qualche ragione, e due occhi un po' da
pesce lesso incontravano altri occhi ridenti e fuggitivi; e un certo
batticuore anche quando vi si tenne la festa d'addio del preside Fornari:
abiti da sera, le ragazze, abiti scuri (e fuori stagione), noi, scarpe lucide
(e, confessiamolo, a punta), l'orchestra Monizza... Insomma qualcosa di
simile al gran ballo finale del Gattopardo, ma molto pi in grande,
racconteranno un giorno ai nipoti quelli che possono dire Io c'ero... E poi
coretti, versi sciolti detti da cani sciolti (ma c'era anche chi ci sapeva
fare), imitazioni del festeggiato una pi riuscita dell'altra (la peggiore
imitazione della voce del preside, naturalmente, la fece, forse per l'emozione,
lui medesimo nel discorsetto finale).
Il "Galluppi"... L'entrata dei ragazzi dall'ingresso secondario, quasi un rito
quotidiano, coi professori schierati... Aule di vario genere: grandi, piccole,
buie, semi-buie, qualcuna perfino luminosa, qualcuna con banchi a tre o a
quattro posti (per far passare l'ultimo si dovevano alzare tutti gli altri, e
gli davano una pacca di incoraggiamento, ch quello andava a farsi interrogare,
mica a divertirsi)... Se si apriva la finestra, i rumori del mondo erano
rumori familiari: qualche Totar o qualche Cicciar, qualche fischio di
richiamo, il motore imballato dei pullman che allora potevano risalire corso
Mazzini, la voce degli strilloni il luned: La vittoria dei giallorossi!, o,
a seconda dei casi: La partita dei giallorossi!... Il portone principale
spalancato nei giorni di pioggia... Pucci sussiegoso e compenetrato nel ruolo
di capo-bidello, che bussa con le nocche di due dita, latore di misteriose
circolari... Le discussioni in classe sul processo Eichmann, sulla Dolce
vita, su Peccatori in blue-jeans...
E, a proposito, la temeraria comparsa in classe dei primi blue-jeans, quasi una
profanazione per qualcuno (che non aveva idea di quello che sarebbe venuto
dopo), e la loro immediata esecrazione in quanto pantaloni da peperonaio da
parte di un professore facilmente identificabile... I cosiddetti scioperi,
forse per Trieste all'Italia, forse per i fatti d'Ungheria: tutti ammassati
tra la Medical e l'edicola-libreria Paparazzo, qualcuno che urlava slogan
ormai dimenticati (non si usavano ancora le rime baciate)... I finti, ma pi 
convinti scioperi al grido Passeggiata, passeggiata! e i tentativi di
dissuasione, finti anch'essi ma noi non lo sapevamo - messi in atto da
qualche professore al quale certo veniva da ridere all'idea della ferrea
argomentazione del preside (I campi sono bagnati: e magari non pioveva da
tre mesi)... Qualche passeggiata ottenuta davvero: alla Fiumarella, a
Siano, a Madonna de' cieli, e noi l a giocare a pallone tetragoni per quattro
ore, disprezzando quei pochi che facevano i bellimbusti con le ragazze
esattamente come avremmo voluto fare noi... Oppure, ma gia in terza (da noi
veramente si diceva, e forse ancora si dice, terzo), qualche gita vera: la
Calabria prima dell'era volgare della cementificazione turistica suicida, il
cielo azzurro, gli ulivi della Roccelletta o i pini di Serra San Bruno, le
fanciulle in fiore, arancini e frittate di pasta che passavano di mano in
mano: e che si poteva volere di pi dalla vita?
Che si poteva volere di pi dalla vita quando si faceva l'ultimo anno del
liceo, si era amici di met del "Galluppi" e si era guardati con compunta
deferenza dall'altra met (la stessa deferenza con cui a suo tempo noi avevamo
guardato quelli dell'ultimo anno, e che, sia pure in minima parte, ci si porta
dietro. Sfido qualunque grand'uomo a non provare un po' di soggezione, sia
pure per un attimo, di fronte a chi faceva l'ultirno anno quando lui era al
ginnasio)? Anche per noi quell'anno fatale culmin con la festa di chiusura,
il ballo del liceo che ci vedeva finalmente protagonisti e non
solo comprimari. Allora s che pi d'uno avrebbe voluto poter dire
faustianamente all'attimo fuggente: Fermati, sei bello!; e forse non si
sarebbe pentito. Ma gli attimi fuggenti fanno il loro mestiere: fuggono...
A festa finita scesi in strada dal Comunale, ci salutammo davanti al
"Galluppi" con allegria sfacciata e un po' troppo sopra le righe. Poteva
sembrare l'inevitabile residuo-prolungamento di una festa riuscita; ma era ben
altro, e forse nient'altro che la simulazione di una baldanza che non c'era,
il tentativo inconscio di farsi coraggio, come il bambino che canticchia nel
buio. Ce ne andammo a casa ad uno ad uno, in quella notte di giugno splendida
come poteva essere splendida una notte di giugno a Catanzaro nel 1961, quando
Catanzaro era Catanzaro. Nel silenzio sentivamo il rumore dei nostri passi
come se fossero stati i passi di un altro: un ritmo regolare, ma stranamente
lento... forse per l'inconsapevole proposito di prolungare una situazione
difficilmente ripetibile (perch, quando ci vuole ci vuole, dolce e chiara era
la notte, e senza vento!)... O forse per rinviare il pi possibile il momento
in cui, chiusa la porta di casa, andando a letto, nel toglierci le scarpe
lucide (un po' meno a punta di quelle dell'anno prima, ma pur sempre a punta)
avremmo capito che il ben noto cammino compiuto per l'ennesima volta dal
"Galluppi" a casa nostra era stato qualcosa di diverso dal solito: una
metafora, ed anzi gi l'inizio, dell'inevitabile diaspora.
In chiusura, naturalmente,  d'uopo il pistolotto, il cappello all'inizio e
il pistolotto alla fine: non si faceva cos nei temi del liceo? Concludere
senza pistolotto ci sembrava inurbano, come andarsene senza salutare. Il
pistolotto: un qualche surrogato della piroetta con la quale nei tempi che
furono il saltimbanco metteva fine alla propria performance in piazza
chiedendo con gli occhi allo spettabile pubblico:
avete visto come sono bravo?... Quante cose non si fanno e non si scrivono
se non per chiedere: Avete visto come sono diventato bravo? allorch il
saltimbanco della metafora  un ex genio incompreso divenuto profeta in terra
straniera ma pur sempre alla ricerca di una rivincita in patria! L'assenza di
antiche frustrazioni, veramente, mi priva di una simile molla: semmai a qualche
amico, a qualche maestro o maestra che per affettuosa sopravvalutazione si
aspettavano forse qualcosa di meglio da me, mi toccherebbe dire: Avete visto
come non sono diventato bravo? Avete visto che invece di affermarmi m'
capitato di fermarmi, di fermarmi alla tecnica del cappello e del
pistolotto?.
Ma che genere di pistolotto concluder il mio temino di ex liceale? Una frase
liricheggiante e ben tornita, un abbandono alla piena travolgente dei ricordi,
all'empito dei sentimenti? Mah... di mercanzia simile ce n' anche troppa nelle
pagine precedenti, e comunque abbastanza per i gusti di chi, come il
sottoscritto, non trova molto elegante parlar di s, ed ha l'impressione di
essersi spinto gi troppo oltre nel mettere a nudo sentimenti ed emozioni,
contravvenendo ad un'antica avversione per questo particolare genere di
nudismo. Ricorrere a qualche ben tornita espressione tipo alma tellus, omnia
tempus edax ecc. ecc., e magari a un po' di greco messo l per insinuare
l'ipotesi che il mondo avrebbe potuto avere un grande umanista di pi ?
O non sarebbe di maggiore effetto una bella sventagliata di citazioni a
sensazione, oltre che a senso, o magari prive di senso, alla ricerca d'un'aura
da grand'uomo con cui far colpo sulle brave persone che immaginano debba
essere ammirato tutto ci che risulta privo di senso?
Fare cos? Mi basta pensare ai miei presumibili lettori, pochi ma tutti a me
noti e a me cari, oltre che nient'affatto sprovveduti, per farmi vergognare in
anticipo di una soluzione del genere, il fondato sospetto di far venire alle
labbra, o comunque alla mente anche ad uno solo dei miei amici d'antan la ben
nota paroletta-parolaccia corrente ai nostri bei d galluppeschi per designare
quel tipo d'uomo che a Roma chiamano fanatico (ma la paroletta-parolaccia in
questione fa rima con ministro) vieta a priori un pistolotto del genere
(d'altra parte, si ammetter che, sia pure con una certa qual nonchalance la
sua brava esibizione culturistica questo mio scritto gi la contiene: prego
notare che, scherzando scherzando, tra citazioni, criptocitazioni, allusioni,
l'autore  riuscito ad infilare riferimenti, oltre che ad autori liceali,
anche a Queneau, Cechov, Goethe, Proust, Kafka; e pi avanti ci sar anche
Joyce, a completamento della triade che le attrici, per ordine dell'addetto
stampa, giuravano di adorare fino a qualche tempo fa. Mi sar gi
irrimediabilmente meritata la rima con ministro?).
Basta col culturismo, quindi. Accantoniamo immediatamente l'ipotesi di altri
pistolotti a base di termini come l'odiosamata usato da Joyce (eccolo qua)
per la sua citt, e che parrebbe fatto apposta per esprimere il nostro
rapporto con la vecchia Catacio imbelle, o di espressioni come il
lamento d'amore senza amore di Quasimodo. Oltre tutto, non certo il
villaggio della memoria  odiosamato, e tanto meno il nostro "Galluppi": e qui
del villaggio della memoria e del "Galluppi" si tratta.
Del resto, la stessa Catanzaro d'oggi non ispira in realt lamenti d'amore
senza amore: se la si maledice non  per mancanza d'amore, ma per troppo amore.
E poi, confessiamolo: come il suo natio borgo per quel tale poeta della
saudade, anche per noi Catanzaro ormai non  che una vecchia fotografia appesa
a una parete (Ma come duole!, sempre per rifarsi a quel poeta).
E si pu forse odiare qualcosa che non c' pi , o non  pi come era prima,
solo perche non c' pi , o non e pi come era prima? Dunque, perch maledirla,
questa povera citt che fu la nostra, come direbbe Cioran, e ora non  di
nessuno?
Quanto al pistolotto, potrebbe essere forse il caso di attingere proprio al
repertorio liceale. Quale miglior suggello, per una dichiarazione di debito
(e d'amore) verso il proprio liceo, di quello offerto dai versi di qualche
autore ammannitoci appunto al liceo, e da allora rimasto in soffitta in
qualche angolo della memoria? L'aquilone?
L'aquilone andrebbe benissimo... se non fosse che il morticino noi non
l'avemmo, e per quanto infantili fossimo col nostro giocare imperterriti a
pallone durante le passeggiate, con gli aquiloni francamente non giocavamo
(e nemmeno con lo strumbo), e per la verit non avevamo pi neanche balocchi
da portarci nella tomba. Niente Aquilone perci, e niente Zvanin, sebbene
qualcosa di Zvanin venga pur in mente quando si parla del villaggio della
memoria: viene in mente il paese che sempre mi ride al cuore (o piange)
Severino... Ma se  per questo, forse non viene in mente anche un po' di
Carducci quando, come ora, ci si volta indietro a guardare?
Oh, quel che amai, quel che sognai, fu invano;
e sempre corsi, e mai non giunsi il fine....
Trovato dunque il pistolotto? Macch. Questo Carducci, questo Carducci
insolitamente crepuscolare e pur sempre Carducci, anzi il Carducci: e come
identificarsi veramente con lui? Come dimenticare, in quella stessa poesia lo
sguardo commosso a un verde piano che non ci appartiene, e magari  quello
stesso che si specchia nel pio occhio bovino? E le colline, le colline di
Carducci sono forse le mie, le nostre colline? Infine, chi ha mai corso? Tra
le cose non dir imparate, ma respirate al "Galluppi" ci fu proprio la
consapevolezza che non avesse senso mettersi in corsa: per niente, e con
nessuno. L'importante non  vincere,  non partecipare.
Mica facile, insomma, il pistolotto. Se lo strip-tease dell'anima inteso a
mettere a nudo i propri sentimenti  certo indecente, neppure  decente
ammantare quei sentimenti con la veste elegante che altri, e sia pure un poeta,
ha cucito su misura per s.
Sarebbe come scrivere una lettera d'amore copiandola dal Segretario galante:
meglio non scriverla affatto. E d'altronde, che senso avrebbe andare a
spigolare nell'opera dei poeti laureati se anch'io (sar una (megalo)mania)
come Montale per me preferisco l'odore dei limoni? Niente poeti laureati,
dunque. Meglio, piuttosto, qualche poeta... diplomato, o addirittura
diplomando, e meglio ancora se neppure poeta. Ma ce ne sono?
Uno veramente ci sarebbe, che poeta non era di certo (cosa abbastanza comune),
e neppure credeva di esserlo (cosa un po' meno comune), ma in compenso era
proprio diplomando. In quella tale festa del liceo di cui si  detto prima
delle bellurie sulla notte di giugno a Catanzaro (quando Catanzaro ecc. ecc.),
costui, che era tra i maturandi, si esib in una specie di madrigale - sia
detto col dovuto rispetto per i madrigali - composto alternando a famosi versi
rubacchiati alle due sacre Trimurti liceali (Foscolo-Manzoni-Leopardi e
Carducci-Pascoli-D'Annunzio) altri versi che a quelli facevano appunto il
verso, e spesso anche il versaccio. Dopo una serie di varie amenit (sempre in
quel tale spirito del tempo o Zeitgeist di cui sopra, che se mi si passa un
ritorno di fiamma in quella stessa chiave, si potrebbe definire Kartoffengeist)
la composizione improvvisamente cambiava tono in sul finale per evidenti
esigenze pistolottiere:
Addio liceo. Tra i banchi, chi sa dove,
ho lasciato qualcosa, chi sa dove.
 un pacchettino che ti tieni tu.
C' dentro, guarda, un po' di giovent.
Pu valere come pistolotto di oggi il pistolotto di ieri? Un certo imbarazzo,
veramente, quei versucci lo provocano. Col loro patetismo scontato (e forse
anche un po' cinico, all'epoca), la loro cacofonia (ti-tieni-tu: vengono in
mente i nomi cinesi delle barzellette), l'immagine irrimediabilmente idiota
(il pacchettino!) farebbero anche del pi efferato paroliere dedito alla
circonvenzione d'incapace a danno dei teen-agers un paroliere pentito. Per...
per il sentimento di fondo era genuino, e la sensazione che lasciare il liceo
significava perdere qualcosa era fondata. Fondata: ma non per questo adeguata.
Perch, col senno di poi, si pu dire che in quel famigerato pacchettino non
rimaneva solo un po' di giovent, ma tutta, proprio tutta la mia (la nostra?)
giovent: la parte migliore della mia (della nostra?) vita, cio; e forse,
anche, la parte migliore di me stesso (di noi stessi?).

Nicola Siciliani de Cumis.
nato a Catanzaro il 2 luglio 1943
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1958/1959)

Carissimo Preside,
grazie davvero di quest'invito a rileggere nella memoria i ricordi che, come ex
studente liceale (dal '59 al '62), variamente mi legano al "Galluppi". La Sua
idea di costruire una specie di test collettivo in cui ritrovarci un po' tutti,
vecchi e giovani, per una riflessione ulteriore di tipo pi propriamente
storico, mi sembra di grande interesse: e a maggior ragione lo sara, se - come
Lei vuole - toccher proprio ai Suoi mille scolari di oggi, con l'aiuto dei
loro professori, di tirare le somme in un dossier non solo retrospettivo ma
anche e soprattutto operativo, da utilizzare nell'immediato nella specificit
del loro lavoro didattico normale. Ricordo che ai miei tempi riuscivamo a fare
qualche volta dei giornaletti in cui confluivano tanto i frutti pi acerbi di
un'affrettata ricerca di noi stessi, quanto il meglio delle nostre esperienze
culturali - nel senso che ce la mettevamo tutta a scrivere di politica e di
letteratura, a recensire libri e a gareggiare in umorismo, a registrare le
cronache della scuola e a fare esercizi di critica del mondo circostante ecc.
Ebbene, io non so se sar mai obiettivamente possibile ritrovare e mettere
assieme i fogli periodici degli studenti del Liceo; ma  a questo livello che
i miei ricordi della scuola cominciano ad acquistare un certo spessore, che
non  soltanto individuale ma di gruppo: un gruppo che esce dall'ambito
ristretto della classe,  in qualche misura rappresentativo di pi 
classi o della scuola, e si rivolge alla citt nell'insieme. Ecco perch il
ricordo di quei giornalini s'abbina ora a quest'ipotesi di partecipazione al
recupero di una memoria collettiva; mentre l'eventualit di un risultato
documentativo apprezzabile (quante testimonianze, quanta storia, quante
critiche e autocritiche si concentreranno in un punto solo!) si spezza
nell'uso diversificato, diretto o indiretto, positivo-negativo che
ciascuno ne far. Non facciamoci illusioni quindi, caro Preside, di offrire
noi vecchi, agli studenti di oggi, modelli di vita e di professionalit
diciamo replicabili. Il contesto  di una fluidit incredibile, non c' testo
o pretesto che tenga, le regole che pure dobbiamo cercare per sopravvivere, e
far valere come tali, sono solo relative. Proprio in prima liceo, senza
aspettare lo svolgimento del programma di seconda e di terza, conobbi Montale
(tifavo per lui, anzich per Ungaretti, perch avesse il Nobel). Cerco
alcuni suoi versi, pi recenti rispetto ad allora, che mi pare rendano meglio
l'idea:
La storia non si snoda / come una catena / di anelli ininterrotta. / In ogni
caso / molti anelli non tengono / ... / La storia non e magistra / di niente
che ci riguardi / ... / Lascia sottopassaggi, cripte, buche / e nascondigli.
C' chi sopravvive. / La storia  anche benevola: distrugge / quanto pi pu:
se esagerasse, certo / sarebbe meglio, ma la storia  a corto / di notizie,
non compie tutte le sue vendette...
Difficile pertanto, praticamente impossibile, ritenere che i propri ricordi di
scuola possano assumere una valenza sicuramente pedagogica. E ci a maggior
ragione se, per mestiere, ti trovi a fare il... pedagogista. Se poi, come
studente, ti fosse capitato di frequentare i tre anni del liceo solo per
intervalla insaniae (devo al professor Cancellieri, l'anno prima che diventasse
preside, la spiegazione della formula), allora la prudenza metodologica
diventa niente altro che riconoscimento di una necessit di fatto: sicch il
"Galluppi" che ora mi ritrovo nella memoria, per come venivo pensandolo da
liceale,  pi un esterno che un interno", pi un lontano che un
vicino - nel senso che, dal '60 al '62, attraversai un periodo zeppo di
malanni e di assestamenti organici, che mi costringevano a stare per mesi e
mesi fuori dalla routine della scuola. Ecco perch i dati che la memoria mi
fornisce somigliano piuttosto alla rimozione di uno stato generale di
emergenza, che alla acquisizione di un'esperienza scolastica complessivamente
omogenea. Un po' per farmi coraggio, un po' per darmi un tono culturale
alto (cui non era estranea una certa dose di pedanteria), ricordo che
interpretavo il mio stato attribuendomi il ruolo di un Emilio roussoiano dei
nostri tempi... in diciottesimo, ovvero sentendomi migliore di
Hanno Buddenbrook (giacch io avevo potuto leggcre Thomas Mann, dopo aver
letto le Lettere dal carcere di Antonio Gramsci). Il "Galluppi" restava
nell'insieme fuori dai miei veri pensieri attorno ad esperienze e letture
disordinate, passioni bambinesche, tentativi di interagire con il mio prossimo,
una faticosa ricerca della politica e la certezza ingenua di averla per
intanto trovata nello stesso gusto di leggere libri e giornali, nelle
discussioni ora patetiche ora confuse, ma sempre oneste, che avevamo con
Gianni Amelio o con Maria Donzelli (e con Andrea Pisani, Gigetto Fantasia,
Guido Raffaelli, Luisa Citriniti, Aldo Rapex della classe avanti ecc.), ed
infine nella lezione diversa, per rigore e ricchezza di prospettiva, del
professore Mastroianni.
Mastroianni  stato innanzi tutto questo per il me liceale (e faccio uno
sforzo di obiettivit, per non essere influenzato dall'altra immagine del
professore, mio maestro ed amico senza una pausa che io ricordi da allora ad
oggi): una specie di tramite o filtro o procedura critica intermedia tra
quello che sentivo di essere per mio conto, e quello che avrei voluto essere a
scuola; tra coltivazione privata di interessi per libri, riviste, autori di
varia umanit, e inquadramento storico di ciascun tema e problema; tra la
politica immaginaria di chi  portato per la giovane et a stravolgere
i termini reali di una situazione, e una dimensione del vivere sociale e
politico che tenga conto delle carte che ci sono state distribuite in questo
gioco in s peculiare in cui ci sentiamo coinvolti... Come studente di liceo
costretto a barcamenarsi tra la salute cagionevole e i programmi da svolgere,
tra le difficolt di un inserimento personale a scuola e le complicazioni che
derivavano degli avvicendamenti e dai mutamenti nel corpo insegnante, i
discorsi di Mastroianni erano un punto fermo e un aiuto concreto. La morale
che ne derivava era s a buchi, cio nella forma del problema, un po' come
la cultura che mi venivo costruendo; ma mi consentiva di andare avanti, di
attaccarmi agli aspetti positivi di una situazione che vedevo negativa, e di
valorizzare insomma soprattutto i frammenti, i margini, la pause della
didattica di ciascuno dei miei professori, ed un po' tutti i canali con cui
riuscivo a raggiungerla.
Che voglio dire con ci? Pi o meno questo: che per me erano maggiormente
essenziali le interminabili telefonate che facevo con i miei compagni pi 
diligenti e pi disponibili per aggiornarmi sulle lezioni, che non le lezioni
stesse; che erano assai pi costruttivi i colloqui sulla porta della classe,
con i miei professori (specialmente quando tornavo da un periodo di assenza,
avevo la precedenza sugli altri compagni), che non le penose interrogazioni
alla cattedra; che le stesse lezioni di storia e filosofia (le sole materie
dove ebbi dei sette, sulla fiducia) si concentrano piuttosto negli
appunti che mi passavano i compagni, che non in una diretta acquisizione
sistematica degli argomenti: ricordo quindi come provvidenziali le
ricapitolazioni storico-filosofiche della domenica mattina in Terza, ed un po'
tutte le altre occasioni orali che mi permettevano ora di tappare qualche buco
(le lacune caratterizzavano un po' tutto quanto il mio paesaggio scolastico),
ora di praticarne di nuovi. Certo  che arrivai alla maturit con un mucchio
di vuoti didattici pregressi (quello, in particolare, era stato l'anno del
tifo e del paratifo e di una fastidiosa febbretta residua, che mi
fece tornare a scuola a marzo inoltrato): ed ha forse un qualche valore di
compensazione o espiazione protratta, il fatto che io sogni, ancora oggi, dopo
circa un venticinquennio, gli esami di Stato nella forma di un incubo
ricorrente e cumulativo, che si aggiorna via via alla luce delle mie nuove
esperienze: e che proprio l'altra notte metteva in discussione tutto da allora
in qua, a partire dall'immeritato sei in matematica e dalla connessa
dichiarazione di maturit, fino a coinvolgere negativamente, perch costruite
sul nulla o quasi, laurea, perfezionamento, abilitazioni, concorsi, carriera...
Di qui, forse, la ragione segreta di una tendenza che sembra paradossalmente
contraddistinguere i miei ricordi del "Galluppi": nel senso cio di
ricordarmene, per cos dire, al futuro. Faccio alcuni esempi. Di quando la
mattina, poniamo, vado all'edicola dei giornali e ritrovo pi o meno la stessa
tensione che provavo uscendo dal Liceo per entrare nell'edicola di Paparazzo e
rovistare fra riviste e giornali. O quando nella biblioteca di Villa Mirafiori,
lo studente che mi chiede di aiutarlo nella ricerca di un libro mi fa
ricordare il professore Procopio che, nella ferrea biblioteca del "Galluppi",
mi spiegava come fare a reperire un libro, perch servir. O quando,
occupandomi del cinema di Gianni Amelio per ragioni professionali, il
ricordo di uomini e cose del Liceo (e addirittura del primo cortometraggio
con Franca Paparazzo, Enzo Papaleo, e con la macchina di Gianni Anzani) mi
aiuta a precisare un giudizio e a intravedere il senso genetico di questo o
di quell'altro film dell'autore, da La citt del Sole a Colpire al cuore, da
La fine del gioco a I ragazzi di via Panisperna ecc. Ovvero quando,
leggendo Il filosofo e la catastrofe di Placanica (Einaudi 1985), quella
lettura mi rimanda ad una lezione del supplente Placanica in cui accenna
ai terremoti del Sud e consiglia di leggere Cristo s' fermato a Eboli di
Carlo Levi (e, se non ricordo male, Il futuro ha un cuore antico, dello
stesso Levi). O ancora quando, scrivendo una recensione, mi
tornano alla mente le regoe di Gramsci su come si legge un libro che gi
scoprivo al Liceo, e che sperimentavo su Il Sentiero discorrendo
dell'enaudiano Lettere di condannati a morte della Resistenza (il libro me lo
aveva imprestato don Giorgio Bonapace). O infine quando, mentre faccio lezione
su Dewey o Labriola e spiego il Kant che ad essi sta dietro, mi  tuttora
utile servirmi di ci che ricordo di aver imparato a lezione a mia volta,
allora: compreso il criterio di massima, di provenienza leopardiana e di
controversa interpretazione, che non c' niente di meno filosofico che il
volere filosofica tutta quanta la vita...
Caro Preside, a rispecchiarmi cos nella selva dei ricordi, potrei certo
andare avanti per un pezzo: e risulterebbero in realt numerosi gli scampoli
di memoria da verificare alla luce delle esperienze complessive, quantunque
dimezzate, di allora. Il dossier che viene preparando, soprattutto se riuscir
ad essere la base per un ulteriore lavoro di documentazioni, di
approfondimenti di ricerca, di considerazioni critiche d'insieme, da parte
degli studenti di tutte le generazioni che hanno avuto a che fare con il
nostro Liceo, dar certo a tutti gli ex scolari qualcosa che  mancato
loro durante gli studi, e che forse non sono riusciti a trovare dopo. Quanto a
me, non posso che ringraziarLa fin d'ora dell'occasione che, in tal senso, mi
offre.

Mario Tassone.
di Ernesto e di Rosa Durante
nato a Castrovillari l'8 agosto 1943
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. D
(Registro generale dell'anno scolastico 1957/1958)

Parlare della mia esperienza
sui banchi del Liceo Classico "P. Galluppi", non  una cosa semplice n facile.
Ricordi, sensazioni, si affollano alla mia memoria. Sono ricordi che il tempo
non ha disperso, ma che ritornano vivi e forti e mi provocano tanta dolcezza
ma anche un pensiero struggente per un tempo ormai lontano che ha coinciso con
la mia maturazione, con gli anni della mia formazione, col mio faticoso
incamminarmi verso la vita. Desidererei che tutto questo ritornasse, e con
l'esperienza di oggi, per assaporare la genuinit dei momenti vissuti con gli
altri, per cogliere i nostri gesti, fatti di piccole cose, che allora
apparivano immense. Certo in quel tempo non ero in grado di capire in pieno il
significato che potevano avere per me il confronto con gli altri, il misurarmi
con i docenti, il travaglio dello studio e la difficolt di raggiungere i
risultati. Non avevo piena contezza che tutto questo era addentrarsi nel
circuito della societ, una societ che per essere vera e pi giusta deve
fondarsi sulla solidariet con gli altri, sull'impegno e, perch no, sul
sacrificio.
E gli insegnanti del Liceo Classico ebbero la capacit e l'intelligenza di
prepararci in questa direzione, di avvertirci in ogni momento che ogni
conquista, per essere tale, doveva essere il risultato di un impegno, di una
ricerca insieme agli altri. Si delineava cos il formarsi dell'uomo con i suoi
sentimenti e con le sue debolezze, ma con una umanit che nasceva forte, senza
riserve, senza compromessi, senza cedimenti. Noi studenti eravamo pieni di
entusiasmo e ci esaltavano le piccole cose; venivano fuori, cos, varie
iniziative come quella dei giornaletti studenteschi. Erano proprio
i momenti di solidariet fra i compagni che molte volte ci spingevano ad avere
diversificazioni, se non contrapposizioni con gli stessi docenti. Certo la
persuasione di questi aveva significato se si andava a riconoscere anche le
nostre tensioni, i nostri aneliti di giustizia che pure erano presenti,
soprattutto nella mia classe, sez. D, che noi, a torto ritenevamo essere
considerata di terza o di quarta serie.
Ma quello che pi ricordo  l'impegno che profondevo nell'organizzare i
compagni mediante la testata de Il Senticro, il giornale del Movimento
Studenti di Azione Cattolica, di cui ero capo-redattore, mentre direttore
responsabile era l'indimenticabile don Giorgio Bonapace, attraverso il Centro
Turistico Giovanile nella cui attivit riuscimmo a coinvolgcre un caro amico
di recente scomparso, il prof. Nicola Coscia, e poi con l'A.I.S.L.C.
(Associazione Indipendente Studenti Liceo Classico). Quello fu il fiore
all'occhiello mio e di molti amici; Federico Ferrara, Dino Garcea, Cesare
Pucci, Ercole Amelio, Sergio Rocca, Mimmo Vallone e tanti altri.
Riuscimmo a creare quasi una struttura nella struttura e con la nostra carica
giovanile portammo avanti tante iniziative: incontri sulla musica,
sull'antifascismo con Alberto Castagna, sulla scuola con la prof. Wanda
Pagliusi e poi cineforum e giornali. Questa attivit fu guardata con bonomia
dal preside Livio Cancellieri, tollerante, paziente e affettuoso, un uomo di
grande cultura ed umanit, dai sentimenti fini e dai tratti che esprimevano
una ricchezza spirituale enorme.
Ma vi erano anche altri professori che ci guardavano con qualche sospetto e
perplessit ed erano, di fatto, coloro che arricchirono con la loro presenza
una stagione impegnativa ed esaltante della storia del Galluppi. Noi li
consideravamo i padri-padroni che si imponevano non solo all'interno del liceo,
ma anche della societ catanzarese per il loro ingegno, per la loro cultura e
per la loro autorevolezza.
Erano Salvatore Morello, Ezio Galiano, Giovanni Mastroianni, Mauro Nicotra,
Natalino Palermo, Michele Riolo, Abigaille Giglio. Essi determinavano in noi
sentimenti diversi, a volte di reazione e di contrapposizionc, ma la loro
autorevolezza si accompagnava ad un fascino che alla fine ci vinceva. Certo
una cosa io non potr mai dimenticare ed  che nel Galluppi imparai a fare
battaglie per una maggiore giustizia e conobbi anche la censura, infatti
alcune nostre canzoncine per la festa di fine anno furono eliminate perch
ritenute offensive nei confronti di qualche insegnante. Ci fu la reazione
da parte nostra, ma l'autorit, che allora noi non comprendevamo, ancora
una volta vinse, e, a mio avviso, immotivatamente, anche se oggi devo
riconoscere che era molto pagante, per noi che ci formavamo, il senso
del rispetto che gli altri ci imponevano in confronto allo sbandamento
fuorviante di oggi.
Si delineava gi, in quegli anni, un aspetto della mia personalit che proprio
fra le mura del Galluppi  cresciuto e si  imposto con tale forza e chiarezza
da determinare la scelta fondamentale della mia vita: quella del mio impegno
politico. Si evidenziava, infatti, il mio desiderio di ascoltare le istanze
degli altri, di farle mie, di portare avanti confronti e dibattiti, di
coordinare le attivit dei vari gruppi senza restare chiuso nell'ambito della
mia classe, ma sensibilizzando e incoraggiando all'impegno tutti, in modo che
le battaglie e le conquiste fossero patrimonio comune.
Dunque il Liceo Classico  stato per me un mondo fatto di passione, di
generosit, di rabbia ma non di rancore, un mondo in cui noi inconsciamente ci
appropriavamo di valori che dovevano essere a fondamento del nostro impegno e
io e tanti altri colleghi dobbiamo molto a questa esperienza. Fin da allora,
infatti, abbiamo imparato a comprendere il significato della solidariet,
della lealt, e la soddisfazione dello stare insieme che ci dava forza nei
confronti di chi era pi grande di noi. Non so se i giovani di oggi hanno
queste sensazioni, non so se gli altri che son venuti dopo di noi ricordano
gli anni del Liceo con uguale dolcezza, non so se essi si considerano
debitori di fatti e dati irripetibili. Io s e anche la mia generazione,
perch i risultati che ciascuno di noi pu avere raggiunto nella vita non ci
sono stati regalati, ma sono il prodotto di un impegno che  passato anche
attraverso i banchi un po' scomodi e consumati del liceo "Galluppi" di Corso
Mazzini, attraverso i rimbrotti di Pucci, di Rosina, di Alfieri, attraverso i
racconti guerreschi di Mercurio, attraverso, dunque, fatti e uomini che
avevano vissuto esperienze importanti e a noi davano anche la testimonianza
del loro sacrificio e della loro grande umanit.

Adolfo Giovanni Ansani.
di Mariano e di Concetta Fam
nato a Catanzaro il 22 agosto 1943
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B
(Registro generale dell'anno scolastico 1956/1957)

I sordi colpi
dei primi trenta numeri di una vecchia tombola, sapientemente agitati in una
scatoletta metallica, aprono questa ennesima giornata scolastica del mio terzo
liceo; la classe rischia un cardiopalmo collettivo mentre, con un'espressione
facciale ironicamente sadica, il professore Morello pesca nel suo scatolino di
latta: lui scava, scava, e i nostri battiti cardiaci acquistano un ritmo
sempre pi convulso, per poi cessare quasi completamente in una sensazione
liberatoria quando il numero quattordici, abbinato al nome di un compagno,
viene estratto. Il malcapitato va alla cattedra in un olocausto a lungo temuto;
ha studiato,  vero, ma l'emozione insidier la sua preparazione. La classe
riprende lentamente le sue forze infiacchite dalla precedente paura, mentre
l'interrogazione ha inizio: al primo errore nell'espressione algebrica alla
lavagna, il professor Morello impone l'alt con un fischio perentorio e d
avvio al suo repertorio ameno che serve a tirar su completamente il morale di
tutti noi, ormai rassicurati per lo scampato pericolo, il nostro compagno, 
ovvio,  come l'ovu a lu focu ed ha in testa lippi 'e fiumara, meriterebbe
di essere acchiappatu do' 'nchiaccacani o dovrebbe andare a raccogliere
vermitri, piuttosto che continuare nell'impresa di capire la matematica e
la fisica classica. Gi, perch al liceo - ci tiene a ricordare il
professore - a differenza delle altre scuole, non si impara comu s'acconzanu
i campaneddi, ma i sacri principi della matematica e della fisica pura.
Ognuno vedendo l'andamento disastroso dell'interrogazione ricomincia a temere
per s; il compagno va a posto accompagnato dalle frasi di rito e dal sorriso
satanico del nostro professore-carnefice.
Deve ancora venire il '68, e non ha, la vittima, a sua disposizione
esperienze di contestazione, n sei politico da pretendere; anzi conquista a
volte il sei aritmetico, con un malcapitato compagno di sventura, estratto
insieme a lui, o con l'amico del primo banco che ha tentato di suggerirgli
qualcosa: con tono serio ed apparentemente soddisfatto il professor Morello
annuncia che la sufficienza  stata raggiunta, ma aggiunge subito, con un
ineffabile sorrisetto, che devono dividerla tra loro: tre ad ognuno dei due.
La classe  sottilmente coinvolta nelle divertite trovate del vastissimo
repertorio morelliano mentre il solo malcapitato di turno si limita a
rimuginare qualcosa; quel malumore represso si concreter forse nelle vicende
scolastiche del fratellino pi piccolo che, solo qualche anno dopo, forte
anche dei racconti del nostro, sbandierer cartelli dall'inferocito contenuto
davanti l'atrio del Liceo, pretender interrogazioni di gruppo, in cui ad
esporre sar soprattutto il professore, ed esiger, appunto, il sei politico
sotto gli occhi esterrefatti, increduli o a volte giocoforza compiaciuti degli
insegnanti.
Certo quei professori nessuno li temer, ma saranno amati? Perch il prof.
Morello, incredibile ma vero,  amato da tutti noi. Egli, finita
l'interrogazione-supplizio, continua ad essere, anche per le sue vittime, il
carismatico professore dal fascino tutto particolare: sar il suo
abbigliamento eccentrico, sia pure sul classico, i suoi gessati marrone, le
sue scarpe bicolore, il suo cappotto di cammello autentico con collo di
persiano; saranno i suoi ricordi narrati con accento nostalgico; sar
il suo eloquio forbito, inframmezzato da coloritissime espressioni dialettali
e la galanteria con cui si complimenta con una compagna per il vestito che
indossa, salvo poi ad usarle il solito trattamento in sede di interrogazione;
certo  che il professor Morello  amato.
La giornata continua, i professori si alternano nelle quattro ore successive;
essi sono altrettanto temuti, ma le loro interrogazioni, con un accorto
calcolo delle probabilit, si possono prevedere. Abbiamo la tranquillit di
pensare alla gita mille volte promessa, nientemeno che alla Roccelletta.
Bisogner esigere che prima della fine dell'anno sia fatta, ma come? L'accordo
 raggiunto, dell'assemblea di classe si fa a meno, non  stata ancora
inventata. In una richiesta corale, l'indomani, davanti il portone del vecchio
Liceo, invocheremo con energia gi-ta; gi-ta e se il Preside si dimostrer
evasivo nelle promesse, sar sciopero.
La presidenza accoglie prematuramente le nostre richieste e lo sciopero
previsto, pregustato quasi pi della gita preambolo ideale di ogni pretesa
studentesca, pi o meno legittima, non ci sar.
 la gita.
Una luminosa giornata di maggio ci vede tutti pronti ad assaporare, attimo per
attimo, quell'evento a lungo voluto. Le ragazze portano per l'occasione i
pantaloni; la libert di movimento  un ottimo alibi per indossare un capo che
in qualche modo le fa sentire emancipate; noi ragazzi teniamo ben stretti i
nostri sacchi pieni di cibarie di ogni genere accuratamente confezionate dalle
mamme (non  ancora venuta l'epoca dei paninari) con prevalenza di frittate
gustose e sostanziose cotolette che, ahim, diventeranno inevitabilmente
secche.
Ognuno di noi si guarda intorno per vedere se la ragazza che gli interessa 
riuscita a strappare l'agognato permesso ai genitori. Anch'io d uno sguardo
in giro per vedere se c' lei. Eccola; anche lei in pantaloni; lei, come le
altre, con un viso radioso pieno di gioia di vivere. Ci star alla mia corte?
L'espressione dei suoi occhi e l'incrocio di qualche sguardo di troppo mi
lascia ben sperare e comunque  gi bella questa attesa.
Allegri cori nel pullman, interrotti a volte dalla censura del professore che
ci accompagna perch licenziosi e movimenti strategici per stare vicino a
qualcuno.
Si arriva, e la giornata trascorre nel migliore dei modi all'aperto con
fragrante odore dei campi che ci inebria come la libert, sia pur vigilata,
che stiamo assaporando.
Zittiscono, a tratti, il vociare intenso di tutti noi, le note delle canzoni
di Paul Anka, divo dell'ultim'ora; si aprono allora le danze, in un matine
inventato al momento, disertate dai timidi che mascherano fra un panino ed uno
sberleffo il loro imbarazzo.
Prima dell'imbrunire finisce la nostra bella avventura; i pi intraprendenti e
fortunati stringendo per mano una ragazza; tutti, comunque, pi affratellati,
appagati e felici.
Ma alla luce seguono le tenebre; alla gita la maturit.
Studio intenso, sveglie che ci strappano dai sogni pieni di incubi, ripetizioni
ossessive, ed affannose ricerche dei nomi dei commissari d'esame e delle
scuole da cui provengono.
La commissione  pi rigorosa ed intrattabile di quanto non ci avessero gi
informato; durante i compiti scritti la sorveglianza  strettissima, ma non
tale da impedire i preordinati contatti tra compagni di una classe
affiatatissima come la mia; il compito di greco si presenta oscuro pi dei
responsi della Sibilla Cumana anche al direttorio dei primi della classe, ma
per fortuna, quando ormai si dispera di dare un senso compiuto alla versione,
arrivano i provvidenziali lumi del commissario interno che, con un abile
stratagemma, riesce a metterci sulla buona strada: il professore Galiano fa in
modo che l'ostica frase, che nessuno riesce a decifrare, appaia, tradotta
in italiano, come un'esortazione per noi, che cogliamo a volo l'ancora di
salvezza che ci offre. Questo e tanti altri complici interventi del nostro
professore-amico, portano la sua III B del 1961 allo strabiliante risultato
(forse un record assoluto) di circa il novanta per cento di maturati a luglio.
Perci, l'illustre promotore di questo collage rievocativo sappia che, se
qualcuno oggi si dorr delle mie sentenze, la responsabilit  anche sua.

Franco Ciccarelli.
di Filippo e di Rosaria Pellisanti
nato a Fermo il 26 gennaio 1943
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B
(Registro generale dell' anno scolastico 1956/1957)

Il primo approccio con Vecchio Galluppi
l'ho avuto (o subto) in casa di un collega solo di qualche anno pi anziano
di me.
Il Soggetto, dopo avermi mostrato a distanza di sicurezza (tipo: guardare,
ma non toccare) il bel volume, certamente orgoglioso di possederlo, mi ha
chiesto a bruciapelo in quale anno mi ero diplomato.
Una rapidissima ricerca (che mi ha fatto sospettare che la cosa fosse
preparata: quanto tempo sottratto allo studio di una complessa questione
giuridica, o alla redazione di una intricata comparsa per ricercare
sadicamente, tra le sbiadite foto, le vecchie fisionomie?) ed ecco la
perentoria e perfida domanda: Tu, dove sei?. Non ho pudore nell'ammettere
che non ho saputo indicarmi. Ho annaspato tra i volti noti, scartandoli,
soffermandomi su quelli cui non riuscivo a dare un nome e che potevano, tutto
sommato, almeno uno, passare per me.
E, come in un flash-back, ho rivissuto le angosce e le mortificazioni subite
durante le interrogazioni di geografia, quando mi veniva richiesto di
indicare con il dito la capitale di uno sconosciuto (per me) Stato del Terzo
Mondo. (Un mio carissimo amico, molto pi furbo e navigato, si destreggiava
con il palmo della mano che era, buon per lui molto pi grande del normale,
sperando di azzeccarci).
Pago, alfine, del supplizio inflittomi, il collega mi ha mostrato, in terza
fila, la parte superiore di un viso: appena la fronte, niente capelli, perch
tutt'uno con lo sfondo scuro della stampa, e due occhi quasi poggiati sulla
testa di quello della seconda fila.
Mi sono subito identificato con enorme sollievo e malcelata soddisfazione,
visto che non ero poi male.
Ripensandoci, per, non credo di aver fatto la figura del solito imbranato.
In fondo, le fronti a quell'et si somigliano tutte.
Ma ormai anche in me era scattata la curiosit di riscoprire come eravamo, e
non solo fisicamente, e di verificare attraverso i pezzi dei vari Autori che
avevano celebrato il vecchio liceo, quanto della loro semplicit avessero
conservato.
Ho voluto procurarmi l'opera, ed  stata la graditissima occasione per
rincontrare il caro prof. Galiano.
L'ho ritrovato cos come l'avevo lasciato appena trent'anni fa: stesso fisico
di un tempo, immutato lo spirito arguto.
Non so se sia la Filosofia a mantenerlo giovane. Non ho, purtroppo eccessiva
dimestichezza con questa disciplina e non posso affermarlo.  certo che vivere
con i giovani e per i giovani aiuta a rimanere tale.
Confesso di non aver letto tutto il volume. Non  un romanzo che si manda gi
d'un fiato.  piuttosto una raccolta di emozioni personali rivissute da
scrittori estemporanei e non per mestiere e per ci stesso gelosi dei propri
sentimenti. Una lettura non dico affrettata, ma senza pause e soprattutto non
in sintonia con gli umori degli Autori, finirebbe per far torto agli stessi.
Volendo ritrovare i vecchi amici del tempo che fu, come erano e non come sono
oggi, dato che la maggior parte di loro posso incontrare a mio piacimento per
la strada o nelle aule del Tribunale, ho dato la precedenza, come era poi
doveroso, ai miei compagni di corso.
RIPEPE. Smentendo quanto appena affermato, devo ammettere di non vederlo da
allora. Ma non ignoro le tappe della sua prestigiosa carriera e i lusinghieri
successi conseguiti. Le sue pagine, magistralmente tracciate sembrano
ricordare alle nuove generazioni che la Memoria  Patrimonio dell'uomo e non
un software, come qualche ginnasiale di oggi, allevato in tempi di esasperata
tecnologia, potrebbe essere indotto a credere.
Ma leggendo quelle pagine condite con dotte citazioni abilmente dosate, non
sempre sono riuscito a star dietro al pathos logico, esile come una delicata
antica trama che lega le une alle altre. Il mio pensiero riandava
ostinatamente a quello che era stato per tutti noi Eugenio Ripepe: un
monumento vivente alla Cultura e alla Intelligenza Superiore. Alla Diligenza
e all'alto senso del Dovere.
Benevolmente ci spiegava che il nome che gli avevano imposto era solo un
riferimento ai suoi nobili natali; ma per noi rimaneva un segno del Destino.
 un Genio.
Quelli del corso B che come me, hanno avuto il privilegio di essere suoi
compagni di classe, non si sono mai mostrati irriconoscenti per tanta fortuna.
Con il carissimo Enzo Fera (l'esperto in capitali del Terzo Mondo, l'altra
parte del binomio che per anni fummo) non ho avuto alcuno scrupolo ad
attingere direttamente alla fonte del Sapere (che  un eufemismo per dire che
entrambi copiavamo da Lui).
Pi di una volta, per essere sicuri di avere qualcosa di prima mano e appena
sfornata (e, quindi, di assicurarci un sia pure piccolo vantaggio sugli
altri), lo abbiamo raggiunto, di sera, nella sua casa di Via Bellavista dove,
solo dopo penosi tentativi di mantenere la conversazione sui pi svariati
argomenti, come si usa tra persone civili e bene educate, esponevamo il vero
motivo della nostra visita.
Capitava spesso che, mentre eravamo intenti a svolgere la nostra delicata
missione, consistente nel verificare accuratamente la sua preparazione per il
giorno seguente, ci raggiungesse la signora Bianca per chiederci, con
trepidazione tutta materna, come andava il figlio a scuola.
A quel punto era un coro (anche se eravamo solo in due, ma senza saperlo
avevamo inventato gli effetti sonori speciali) di lodi sperticate quanto
sincere, una gara a chi raccontava gli episodi in cui il Nostro aveva meglio
mostrato la sua valentia, riportando, a conferma, l'altissima stima di cui
godeva, tra i suoi compagni e gli stessi professori, anche quelli pi 
esigenti e di palato difficile.
Caro Eugenio, l'arrivederci che ci siamo scambiati in quella notte di giugno,
che Tu hai da par tuo ricordato,  stato effettivamente uno degli ultimi.
Dopo le fatiche degli esami e la agognata (ma per Te fu solo una formalit
burocratica) promozione non ci siamo pi incontrati. Ma da allora una domanda,
anzi due, vorrei ancora rivolgerTi: Sei venuto a scuola, una tantum,
impreparato?.
(Qualche volta, lo ricordo, hai salato con noi, e ci ancora oggi Ti fa
onore: hai anche partecipato ai nostri scioperi, e questo rafforzava ancora
di pi la Tua immagine e rendeva pi giusta la nostra causa).
E ancora: C' stata una materia alla quale Ti sei accostato non dico con
difficolt, ma solo con un impercettibile senso di fastidio e insofferenza?.
Sii pur certo che se queste mie domande ottenessero una improbabile risposta
di segno positivo, non per questo l'idea che conservo di Te risulterebbe
minimamente offuscata. Continuerei a ricordarTi come un monumento vivente
alla Cultura, alla Intelligenza Superiore ecc.
Per me, come per il resto dei comuni mortali l'esame di maturit non fu una
formalit burocratica.
Fu dapprima, in un'affannosa lotta contro il tempo, iniziata a met anno
scolastico, il folle tentativo di abbuffarmi delle materie che avrei dovuto
saggiamente centellinare in tre anni; la sovrumana impresa (per fortuna
portata a compimento) di imparare a memoria non solo la traduzione letterale
di trecento versi dell'Eneide, ma di ciascuna parola ostrogota (rectius greca)
la relativa sintassi; le caldi notti di luglio passate a immaginare in che
modo potessero svolgersi le interrogazioni orali. Per quanto volessi essere
ottimista e infondermi coraggio, immancabilmente mi figuravo i Membri della
Commissione come i Componenti il Collegio di una Corte Marziale in tempo di
guerra (scene tratte da pellicole dell'epoca, opportunamente personalizzate),
tanto che finii col convincermi che sarebbero venuti in divisa.
Un solo particolare non quadrava: accanto a me non vedevo nessun difensore (nei
films un avvocato non si nega nemmeno al pi abbietto dei disertori); e questo
non migliorava certo le cose!
Gli esami dal vivo furono meno brutti del previsto (d'altra parte, peggio di
come li avevo immaginati non sarebbero potuti essere... a quel punto anche
Torquemada avrebbe fatto la sua prima brutta figura) e anzi, addirittura,
scanditi da attestazioni di umana solidariet.
E poi il difensore (e non d'ufficio) noi l'avemmo nel prof. Ezio Galiano,
Commissario Interno.
Il caso, abilmente pilotato, volle che anche in quella circostanza l'uomo
giusto si trovasse al posto giusto.
L'episodio ricordato da Ansani (pardon, dal Giudice Ansani)  sacrosanto. Mi
corre l'obbligo, per, di precisare, per amore di verit, essendo anche
abbondantemente decorso ogni termine di prescrizione, che non ci venne
suggerita soltanto la frase particolarmente ostica del brano di greco; ci
avrebbe aiutato quelli che avevano stretto rapporti di calda amicizia con la
lingua di Eschilo, lasciando gli altri, ed eravamo la maggior parte, nella
disperazione pi nera.
Avvenne, invece, e non fu un miracolo (o forse Dio parl a noi per bocca del
Commissario Interno), che anche chi per anni aveva mantenuto un atteggiamento
di dichiarata ostilit con quella disciplina, improvvisamente ne scopr tutti
i misteri e, perch no?, anche la bellezza.
Ho raccontato questo piccolo grande episodio al mio primogenito che
quest'anno frequenter la quarta ginnasiale. Mi ha ascoltato sorpreso e,
anzi, sbalordito.
Evidentemente un comportamento del genere non rientra (ancora) nei suoi schemi
mentali. Per lui un Esaminatore che sta dalla parte degli esaminandi deve
essere qualcosa di molto simile a un traditore della sua gente.
Ma ho ritenuto giusto parlargli di chi, tra pochi giorni, sar il suo
Preside, non come una persona di grande cultura e intelletto, perch non lo
avrebbe apprezzato, ma come l'uomo buono che ha a cuore la sorte dei suoi
ragazzi (e questo s l'ha capito).
Nella sagra del Vecchio Galluppi non potevano mancare le trionfali
rievocazioni dei professori.
Nessuno si  sottratto a tale obbligo e tutti hanno celebrato i propri. Ma io
credo che i professori non vadano ricordati nelle grandi occasioni come un
pezzo del nostro passato. I professori, ma  riduttivo chiamarli cos, ce li
portiamo dentro e affiorano continuamente, anche se non ce ne accorgiamo.
Rivivono in quel particolare atteggiamento che noi crediamo cos naturale; in
quel gesto che ci  abituale; forse anche in quell'improvviso atteggiarsi del
volto; in quella frase che, con studiata indifferenza, gettiamo l per
risolvere una situazione difficile.
Non la dotta citazione, che  solo nozionismo, reperibile in ogni testo, ma
proprio quella frasetta semplice semplice pronunciata tanto tempo fa da Lui
(o Lei) di cui non ricordiamo nemmeno il nome e che abbiamo miracolosamente
memorizzato. I professori non sono pezzi del nostro passato. Fanno parte di
noi.
Fra qualche giorno, ripetendo il gesto che fu di mio padre, far compagnia a
mio figlio dinanzi al portone ancora chiuso del Liceo. Gli augurer di
affrontare questo nuovo capitolo della sua vita con animo ben disposto; di
non chiudere la sua mente agli insegnamenti che gli sembreranno pi 
difficili, di essere uno studente migliore di quanto non lo sia stato io
(e questo, per fortuna, dovrebbe riuscirgli facile) e di provare un giorno gli
stessi sentimenti di riconoscenza verso questa Scuola che io qui ho
maldestramente cercato di nascondere.

Maria Donzelli.
nata a Catanzaro il 21 maggio 1944
iscritta per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1957/1958)

Ho frequentato
il Liceo "Galluppi" dal 1957 al 1962 nella sezione A. Non cos vecchia da
considerarli i pi belli della vita, n cos giovane da darli per scontati,
gli anni del mio ginnasio-liceo mi tornano alla memoria come un periodo ricco
di esperienze, importante per la mia formazione, ma anche molto faticoso.
Allora la scuola, in una citt di provincia come Catanzaro, era l'unica
finestra sul mondo. La televisione era ai suoi primordi e la trasmissione
culturalmente pi impegnata era Lascia o raddoppia?.
La distribuzione delle pellicole cinematografiche era assai male organizzata:
molti films non arrivavano a Catanzaro. Il teatro era praticamente assente ad
eccezione di qualche compagnia di second'ordine; non ricordo di aver assistito
a spettacoli di prosa, di rivista o di opera lirica di un certo rilievo. I
libri e le riviste culturali nazionali circolavano a fatica: per avere
qualcosa di interessante bisognava fare un'ordinazione alla libreria Mauro,
ma prima di ordinare bisognava informarsi e l'informazione faceva difetto.
L'associazione Gli Amici della Musica riusciva ad organizzare, nella sede
della Prefettura, qualche concerto di musica classica, ma anche questa
attivit and smorzandosi con gli anni. La biblioteca cittadina era poco
organizzata e comunque nessuno dei miei insegnanti mi ha mai consigliato di
frequentarla. Non esistevano centri sportivi: palestre, campi da tennis, campi
di calcio, od altro.
Non restava dunque che la scuola, con tutti i limiti e le carenze di una
struttura gi all'epoca invecchiata. Al quarto ginnasio la mia classe, priva
di un'aula propria, fece lezione per buona parte dell'anno nel laboratorio di
fisica, che (sia detto per inciso) i miei compagni ed io non avemmo mai pi il
piacere di rivisitare e di utilizzare nella sua specifica funzione.
Ma la scuola era tutto ci che avevamo: a scuola si incontravano gli amici, a
scuola si intrecciavano i primi amori, con i compagni di scuola e nelle gite
scolastiche si organizzavano i primi balli, nei gabinetti della scuola si
cominciavano a fumare le prime sigarette, attraverso la scuola si entrava in
qualche modo in contatto con la vita della citt e, soprattutto, si incontrava
il mondo della cultura, considerato ancora come il sancta sanctorum di cui
bisognava necessariamente possedere le chiavi se si voleva riuscire nella
vita.
La scuola era anche il luogo dove le ragazze scoprivano e creavano la moda: le
calze lunghe, la gonna stretta, il trucco, i tacchi alti, acquistavano la loro
importanza solo se esibiti a scuola e se ne scrutava timidamente l'effetto
negli sguardi dei compagni od anche nei rimproveri dei professori: Come ti
sei combinata!? Vatti a lavare la faccia!. Attirare su di s un rimprovero
del genere significava acquistare la certezza di aver fatto colpo.
L'oppressione delle studentesse era l'uso del grembiule nero, a cui la
maggior parte degli insegnanti teneva molto indicandolo come segno di
ordine, indispensabile per delle brave scolare.
Per dare l'esempio alcune insegnanti lo indossavano abitualmente e,
naturalmente, lo esigevano legittimamente, dalle loro alunne. Il grembiule
nero, simbolo della pudicizia, avrebbe dovuto probabilmente fare da schermo
alle fobie sessuali delle nostre insegnanti e da deterrente agli eventuali
appetiti dei compagni e professori di sesso maschile.
Dal grembiule nero sembrava in realt dipendere la possibilita di entrare -
noi pure, bench donne! - nel tempio della cultura. Naturalmente ci era
permesso a patto di nascondere i nostri attributi sessuali di giovani
fanciulle.
Al Liceo "Galluppi" i primi sintomi di femminismo si ebbero proprio nell'uso
a met o nell'eliminazione del grembiule. Questo importante indumento
all'epoca veniva generalmente confezionato dalla sarta di famiglia, le pi 
emancipate e danarose lo compravano, gi confczionato, nei loro viaggi estivi
a Roma, a Milano od in altre citt.
Il modello ed il tessuto venivano accuratamente scelti anche perch doveva
durare per molto tempo. Le ragazze pi pulite ne facevano confezionare due
per evitare di rimanerne prive al momento del lavaggio.
Le giovani galluppine, al passaggio dal ginnasio al liceo, costruivano la
loro timida battaglia al grembiule cercando di renderlo pi gradevole: lungo
al ginocchio, adornato spesso di cinture ben strette in vita; la sua funzione
veniva cos esorcizzata.
Al secondo liceo il grembiule fu lasciato in classe: si tratt di una grande
conquista nei confronti della bidella Rosina, donna di grande dignit e di
morigeratissimi costumi, degli insegnanti e del preside. Ogni fanciulla
sperava di non ritrovare il proprio indumento il giorno dopo o di giustificare
l'assenza con: Mi dispiace, professoressa, l'ho trovato sporco!, oppure
 entrato un gatto dalla finestra e ci ha dormito sopra!. In terza liceo il
grembiule veniva infilato, lasciato completamente aperto e fatto svolazzare
soprattutto negli spostamenti nei corridoi. Le pi ribelli, alla fine del
terzo liceo, non lo portavano pi .
Nella primavera dell'ultimo anno i giovani liceali - fanciulle e ragazzi -
usavano organizzare una festa da ballo con orchestra ed annesso spettacolino
nel quale era permesso prendere garbatamente in giro tutto il corpo docente ed
il personale della seuola.
Nel 1962 noi della III A, insieme a tutte le terze, organizzammo il ballo
della ginestra. Ricordo con quale emozione ci recammo in delegazione dal
preside Livio Cancellieri, chiedendo nientemeno che l'aula magna.
La festa aveva valore per noi solo se fatta nella scuola, trasportata in una
sala pubblica avrebbe perduto di significato. L'assenso del preside ci rese
euforici.
Organizzammo subito una squadra di fanciulle che doveva recarsi a Pontegrande
per raccogliere la ginestra. Per tre o quattro giorni la scuola divenne
finalmente nostra.
L'addobbo dell'aula magna, l'organizzazione dello spettacolo, gli inviti, il
rinfresco, le prove, ci videro per impegnati per pi di dieci giorni. La
festa riusc benissimo o, almeno, questa fu la percezione degli organizzatori,
e fin in un numero imprecisato di twists, rock-and-rolls, cheek-to-cheeks.
Solo la preparazione dell'esame di maturit riusc a smorzare l'euforia
determinata da questo trionfale avvenimento.
Ma il Liceo "Galluppi" non era, e non lo fu per me, solo un luogo di costume.
Dicevo prima che ricordo questo periodo della mia vita come uno dei pi 
faticosi. La fatica era determinata non solo dallo studio intenso di materie
come il greco ed il latino, rese talvolta oppressive dai metodi di
insegnamento, ma anche dal tentativo di aprirsi alle esperienze culturali pi 
attuali e di collegarsi agli avvenimenti della citt.
C'era, in alcuni di noi, il desiderio di contribuire, nel nostro piccolo, a
colmare dei vuoti culturali, od almeno, considerata la sostanziale assenza
di iniziative cittadine, di creare delle occasioni di confronto e di
esperienza fuori dalla scuola anche se ad essa collegate.
Questo spirito pionieristico derivava da un bisogno profondo di espressione
e di confronto con gli altri in una forma libera dalle regole scolastiehe.
Noi studenti di allora non sentivamo la scuola come veramente nostra: essa ci
apparteneva solo in minima parte e solo in quanto luogo del nostro
apprendimento. All'epoca non pensavamo di poter partecipare alla gestione
della scuola. Eravamo calati completamente nel nostro ruolo di discenti, un
ruolo che certamente ci  servito ma che molti di noi hanno fatto fatica a
modificare in senso creativo e che ha dunque rischiato di soffocare delle
energie.
Quelli che sentivano di possedere queste energie le esercitavano in genere,
ed in modo naturale, fuori dalla scuola: era il caso dei giovani comunisti ed
era il caso dei giovani cattolici, la maggior parte dei quali non era iscritta
alla Democrazia Cristiana.
L'attivit di questi giovani non si configurava come protesta aperta nei
confronti della scuola anche se talvolta assunse i toni della denuncia.
Era l'epoca in cui Togliatti tendeva la mano ai cattolici ed era anche
l'epoca in cui la Chiesa, attraverso Papa Giovanni e la preparazione del
Concilio Vaticano II, sembrava vivere una ventata di giovinezza.
Noi "galluppini" di allora abbiamo vissuto, come era possibile in una
citt chiusa come la nostra, gli echi di quelle aperture, di quelle
polemiche, di quei nuovi fermenti e li abbiamo ovviamente riempiti dei nostri
contenuti e dei nostri problemi.
I giovani comunisti avevano una loro struttura organizzativa istituzionale
che era il Partito e trovammo all'interno del "Galluppi" una guida ideologica
soprattutto nella figura di Giovanni Mastroianni, professore di storia e
filosofia in quegli anni.
I giovani cattolici, tranne alcuni, non si riconoscevano nella DC, che anzi
criticavano e gi consideravano in qualche modo corrotta, avevano per il
cuore aperto alle speranze del nuovo indirizzo della Chiesa, volevano
anch'essi vivere da protagonisti il confronto-scontro-incontro con i
comunisti che del resto, ormai, era nei fatti, ma avevano bisogno di una guida
e di un minimo di organizzazione che desse legittimit ai loro interventi.
Don Giorgio Bonapace, giovane insegnante di religione nel nostro liceo,
divenne quella guida ed intorno a lui si form un gruppo di giovani, quasi
tutti del "Galluppi" che diede vita al MovimentO Studenti.
L'espressione, oggi ormai logora, a noi dava allora una sensazione di novit,
di dinamismo che ci metteva finalmente al passo coi tempi. Cominciammo a
reclutare, all'interno del liceo, gli aderenti al Movimento e creammo un
giornale che intitolammo Il Sentiero. In questo titolo c'erano tutte le
nostre speranze, ma anche la vaga consapevolezza delle difficolt che ci
aspettavano.
Imparammo cos a costruire un giornale, ad impaginarlo, andammo in tipografia
ed apprendemmo i metodi di stampa dell'epoca, ci ponemmo problemi di gestione
e di distribuzione, cominciammo a renderci conto dell'importanza e del valore
del danaro, della sostanziale non disponibilit dei politici locali, del
consenso dell'opinione pubblica, e soprattutto toccammo con mano l'assenza di
iniziative per i giovani nella nostra citt, l'indifferenza della classe
dirigente ai problemi dei giovani, le difficolt, le paure, i s, i ma, i
per della Chiesa istituzionale, a fronte di una energia giovanile enorme,
disponibile e generosa, ma anche desiderosa di ottenere e di fare esperienza.
Organizzammo anche un cineforum. Ritiravamo le pellicole attraverso la
libreria delle suore di San Paolo: all'epoca non c'erano alternative. Ricordo
com'era difficile formulare un programma serio con il materiale a nostra
disposizione, ma ricordo anche l'enorme successo di pubblico e la vivacit dei
nostri dibattiti.
Riuscimmo in ogni modo a farci qualche idea sul neorealismo italiano ed a
discuterne in forma critica: in quelle condizioni non era poco.
Nella sede del cineforum cominciarono i nostri confronti diretti e gli scontri
verbali con i giovani comunisti, nella maggior parte gi nostri compagni di
scuola. Dal giornale, al cineforum, ai dibattiti pubblici, nelle sedi che
riuscivamo a trovare. Uno dei nostri problemi pi assillanti era infatti il
reperimento del luogo per i nostri incontri. La scuola era una sede difficile
da ottenere: La politica deve rimanere fuori dalla scuola; studiate e non
perdete tempo!, ripetevano ostinatamente molti dei nostri professori. Ma noi
eravamo convinti dell`importanza della nostra attivit, dei bisogni che essa
veniva a soddisfare e della vitalit che questa attivit contribuiva a
portare al nostro studio scolastico. I temi dei nostri incontri-dibattito
riguardavano la famiglia, la societ, la Chiesa, l'importanza ideologica della
politica e molti altri argomenti. Uno degli incontri pi vivaci fra giovani
comunisti e giovani cattolici, si ebbe sul messaggio sociale dell'enciclica
Mater et Magistra di Papa Giovanni pubblicata nel 1961.
Le nostre letture si allargavano: dai giornali quotidiani nazionali ai
documenti del Concilio, dalla letteratura contemporanea alle riviste di cinema
che riuscivamo a trovare solo presso l'edicola "Paparazzo", di fronte al liceo.
Tutto ci credo abbia fornito ad ognuno di noi, al di l degli schieramenti
ideologici dell'epoca, le coordinate storiche contemporanee nelle quali
collocare anche la materia scolastica. Questo intreccio tra l'attivit
scolastica e l'attivit cittadina ha comunque lasciato il segno nella nostra
formazione.
All'interno della scuola i contenuti che ci venivano proposti dipendevano quasi
esclusivamente dalla sensibilit culturale dell'insegnante. C'era spesso un
forte squilibrio fra le lezioni: i metodi di insegnamento erano assai diversi
e certamente i nostri professori non avevano l'abitudine di coordinare tra loro
i programmi.
Alcuni avevano un progetto, altri insegnavano alla giornata. Questa mancanza
di coordinamento era gi allora avvertita come dispersiva per noi studenti ma
l'autorit dell'insegnante in genere non veniva messa in discussione.
Ricordo che l'aggressivit accumulata verso l'uso, talvolta esagerato, di
quell'autorit, veniva da noi studenti scaricata su qualche povero malcapitato
supplente di turno che, a causa della sua oggettiva precariet, diventava
facile bersaglio della scolaresca.
Il segno della protesta era in genere l'indisciplina spicciola - dare
fastidio in classe -, tendente ad impedire il normale svolgimento della
lezione. C'erano poi momenti pi costruttivi in cui, su invito del preside,
una delegazione di studenti andava a spiegare le ragioni di
quell'indisciplina; considerata la debolezza di quelle ragioni le nostre
piccole rivolte rientravano rapidamente con soddisfazione generale.
Pi volte, dopo aver lasciato il liceo, ho rimpianto di non possedere una
solida preparazione scientifica: oscuro mi  sempre rimasto il senso e l'uso
della trigonometria, delle formule chimiche e di altro; grande fatica mi 
costato in seguito, colmare almeno qualche lacuna di algebra e soprattutto di
fisica teorica.
Anche i libri di testo non davano molto aiuto: essi erano in relt un supporto
alla presunta spiegazione dell'insegnante.
Ricordo gli sforzi che dovemmo compiere per affrontare l'esame di maturit.
Allora si sosteneva l'esame in tutte le discipline, sul programma del terzo
anno e sui riferimenti ai programmi degli anni precedenti. La preparazione
alla maturit fu una delle prove pi dure di quegli anni.
Tra gli insegnanti della nostra sezione, il nostro punto di riferimento era
Giovanni Mastroianni che, oltre a darci una adeguata ed ampia preparazione
nelle sue materie, ci forn un metodo di studio. Su nostra richiesta, al
momento della maturit, ci diede anche qualche lezione extra su temi di
discipline affini, come l'italiano.
L'insegnamento di Mastroianni, oltre ad interessarci, ci appassionava. Molti
di noi, dopo le sue lezioni, si incontravano per discutere sui temi da lui
trattati. La storia e la filosofia, per un gruppetto della III A, divennero le
materie privilegiate allora e le materie professionali poi.
Un'altra insegnante che mi piace ricordare  Emilia Zinzi che, con la sua
finissima sensibilit, ha avuto il grande merito di accostarci ai capolavori
dell'arte. Non potr mai dimenticare la gita scolastica da lei organizzata a
Firenze e l'entusiasmo col quale ci fece scoprire il patrimonio artistico di
quella citt.
Don Giorgio Bonapace fu la guida ma anche il compagno di tutte le nostre
esperienze giovanili di quegli anni. La sua figura di insegnante, il suo
esempio di vita, la sua gioiosa solidariet e la sua speranza sono rimasti in
ognuno di noi profondamente custoditi. Si aggiungono oggi il rimpianto e la
commozione per la sua recente scomparsa.
La vita di ciascuno di noi ha subto profonde o superficiali modificazioni a
seconda delle circostanze, delle occasioni, delle volont e delle
predisposizioni di ciascuno al cambiamento, ma il segno delle esperienze,
delle illusioni e disillusioni dei tempi del liceo,  comunque un segmento
della nostra storia che conviene serbare nella memoria cos come  stato, nel
bene e nel male, in ricchezza ed in povert.

Marcello Furriolo.
nato a Catanzaro il 26 maggio 1944
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B
(Registro generale dell'anno scolastico 1957/1958)

Coriandoli di celluloide
- Alfa Uno, Alfa Uno da Centrale. - Qui Alfa Uno. Avanti Centrale.
- Le passo il Comandante... Signor Sindaco le volevo ricordare che alle dodici
 fissata la riunione per la nuova ordinanza sul traffico. Veniamo nel suo
ufficio?
- Certo, ci vediamo alle dodici da me. Grazie. Comandante, io le volevo dire
che sto salendo verso il Liceo e gi mi sono imbattuto in tre autocarri di
ambulanti di frutta, ai soliti posti. Io non so pi che cosa fare per far
capire che devono sparire. Ma i vigili dove sono?
- Signor Sindaco, Lei lo sa... Stamattina abbiamo 25 assenze su un organico di
80 persone. Comunque provvedo subito. Comandi.
- Faccia qualcosa. Grazie!
- Avvoc, questo problema non si risolve se Voi non gli fate una bella
strigliata, come al Vostro solito, e poi dovete chiamare questi ambulanti e
dirglielo che hanno il posto davanti allo Stadio e devono stare l o nei
mercatini rionali.
- Caro Nicola, hai ragione, ma io mi sto proprio stancando di ripetere sempre
le stesse cose. Io non so se il Sindaco di Milano si deve preoccupare pure
degli ambulanti...
Siamo sul viadotto Kennedy, all'altezza dell'ANAS, d uno sguardo a sinistra e,
con un certo orgoglio, dico a Nicola: - Vedo che i lavori dell'Auditorium
proseguono con impegno.
Siamo ora a Villa Menichini. Solita ressa di giovani di leva militare dinanzi
alla Caserma Pepe. Auto in sosta, in curva, da ambo i lati. La giornata 
bella e non mi va di fare altre polemiche con i Vigili Urbani.
Presto dovremmo attivare la nuova disciplina della circolazione e del traffico,
con una serie di sensi unici rotatori, soprattutto nella parte alta della
Citt e spero che le cose, anche se non si risolveranno radicalmente vadano un
p meglio.
- Nicola, fermati a questo ingresso.
Scendo e, appena al portone in vetro e alluminio anodizzato, mi si fa avanti
un signore anziano molto premuroso. Non lo conosco, ma lui certamente conosce
me.
- Buon giorno, Signor Sindaco. Vi aspettavamo. Anzi... Scusate se ne
approfitto. Sapete, ho tre figli... Tutti e tre disoccupati. So che dovete
fare delle chiamate al Comune. Si voliti Vui...
- Il fatto  che, io vorrei... Ma ormai le assunzioni si fanno solo per
concorso o tramite l'Ufficio di Collocamento.
- Avvoc, Vi prego... Almeno uno. Il grande che ha pure deciso di sposarsi.
Pure per tre mesi...
- Ma  iscritto all'Ufficio di Collocamento?
- S,  da due anni iscritto.
- Con quale qualifica?
- Impiegato.
- Eh... Impiegato!
Non  facile liberarsi dalla morsa del mio accompagnatore.
- Avvoc, si voliti vui... Almeno uno, il grande...
- Sentite- Cercando di svincolarmi dalla presa sempre pi stretta del bidello
del Liceo, che  padre di uno dei diecimila giovani disoccupati che affollano
l'Ufficio di Collocamento di Catanzaro.
- Fatemi avere un promemoria con tutti i dati del giovanotto. Vediamo a che
punto si trova nella graduatoria dell'Ufficio di Collocamento..
- Grazie avvoc, lo so, ca si voliti vui. Mo' glielo dico al Preside che siete
arrivato.
Bussa con decisione. Entra e mi sbatte la porta dinanzi al viso. Proprio come
ai bei tempi: Maggio 1963.
Gigino Pucci  entrato per avvertire il Preside che c' uno studente della
III B, il solito Furriolo, per quella nota del professore Vassalli. I rapporti
con Vassalli sono... agrodolci. Come lo possono essere con un professore di
Latino e Greco, che si ritrova ad insegnare nel pi irnportante Liceo Classico
della Calabria, ma a distanza di circa 1200 Km. dalla sua residenza.
Anche lui  giovane e, forse, non perdona a Walter e a me quella rimostranza
che gli abbiamo inscenato in occasione della morte di Papa Giovanni, quando
pretendeva che si svolgesse il compito di greco il giorno dei funerali del
Papa buono. Certo i funerali sono stati a Roma, ma con quale serenit di
spirito potevamo affrontare la traduzione di un brano dell'Anabasi?
 vero: il mio approccio con il Greco, nei cinque anni di Liceo, non  mai
stato troppo agevole, anche se devo dire che mi affascina molto la lingua di
Sofocle, Eschilo ed Euripide...
Vassalli, come la Tiengo (Jo tiengo una muneca per i suoi fans) sono come
due corpi estranei rispetto alla grande famiglia dei professori del Galluppi.
La Tiengo in particolare ha dovuto assumere la grandissima e difficile eredit
di Lila Zinzi, impareggiabile poetessa della Storia dell'Arte, ultima
espressione di una generazione di intellettuali catanzaresi che hanno
progressivamente e, purtroppo, tagliato i ponti con la citt.
Anche la Tiengo, rappresentante della pi genuina razza subalpina, ha un
rapporto non facile con la classe, anche se si sforza di rendere accessibile
il linguaggio architettonico di Brunelleschi, di Vanvitelli ecc. Lei che
sembra uscita direttamente da un Carosello dei formaggini svizzeri.
Le sue lezioni, poi, capitano sempre all'ultima ora quando la...
trasfigurazione artistica della realt ci proietta gi fuori dalla Scuola al
Bar, al biliardo del Maresciallo per incontrare la pattuglia dei colleghi
che, come ogni giorno, non sono entrati o al portone principale per
aspettare l'uscita della II B.
Ieri sera a cinema, al Politeama, abbiamo fatto un casino del diavolo. Il film
era L'eclisse di Michelangelo Antonioni. Era bello, ma difficile e fino a
quando siamo riusciti a concentrarci sulla vicenda ce ne  voluto. Siamo
entrati, come al solito, a luci spente, a film iniziato, dopo aver fatto la
solita manfrina sui biglietti. Eravamo in cinque, abbiamo fatto tre biglietti.
Don Angiolino molto carinamente ha fatto finta di non vedere o era distratto
dalla cassiera.
Appena entrati, Federico, molto educatamente, ha salutato ad alta voce nel
generale silenzio: Buonasera!
Risata generale. Solo qualcuno non ha gradito e ha sottolineato con una sonora
pernacchia. Altri hanno risposto al saluto sicch si e scatenato un
crescendo di Buonasera Buonasera mentre sullo schermo una splendida Monica
Vitti, travestita da negra, accennava conturbanti movimenti di danza.
Abbiamo fatto appena in tempo a sederci che gi don Angiolino si era affacciato
assieme al fido Tommaso proprio in direzione nostra apostrofando Federico:
- Avvoc, avete bisogno di qualcosa?
Federico  per la gente gi avvocato forse in virtdel suo aspetto serioso
e rassicurante, quasi come lo zio Federico, parroco di Montecorvino.
Siamo usciti che erano le 12 passate. Avevamo tutti fame e siamo entrati da
Fulciniti il Gasperinoto, alla salitina in Corso Mazzini. Abbiamo dovuto
attraversare una nube di fumo dalla quale uscivano, come da un girone infernale
i baffi all'ins, su due gote paonazze all'interno del viso ad uovo rovesciato
di Peppino Papaleo che veniva colpito come da dardi balenanti dagli occhi
intelligenti di Beb Greco, impegnati in una animatissima discussione sul
futuro della Citt.
Abbiamo preso posto assieme a Vito, anche nella speranza che, essendo il
nipote del Gasperinoto ci facesse pagare poco o magari niente.
Ma, con la sua vocina bianca, Fulciniti non si commuove tanto facilmente Vito
 sempre polemico con Ceravolo per la squadra. Certo non  un periodo molto
fortunato, per Vito scrive sempre polemicamentc, non gli va bene mai nulla.
Siamo usciti dopo quasi un'ora. La serata era di quelle memorabili a Catanzaro.
Di quelle che preannunciano un'estate anticipata, che racchiudono tutti gli
umori della campagna, ed il profurno dei gelsomini frammisto a zagare ed
oleandri. Questa citt di notte  di una bellezza struggente. Il Corso con le
sue luci a mezzi toni, i palazzi segnati dal tempo e da stretti vicolctti
semibui in cui si rannida la gente come inghiottita in un retropalcoscenico.
Per riapparire all'indomani alla ribalta della passeggiata serale. Qua e l
molte finestrelle basse con le grate e dietro i vetri la pentola per gli
spaghetti e le collane di aglio e peperoncini secchi.
Peccato che il traffico assurdo delle auto e dei pullmans rendano scomposto
questo rito delle sette, in cui ormai sono specialisti alcuni noti pcrsonaggi
come l'avv. P. e il dott. F. che di professione contano le basole.
Il Sindaco Morisciano ha promesso che quest'anno chiuder il Corso, ma non
si vuole capire che bisogna fare dei parcheggi fuori Citt e poi riattivare la
vecchia Funicolare.
Certo che il Sindaco che riuscir risolvere il problema del traffico a
Catanzaro lo metteranno al posto di Stocco o addirittura del Cavatore. Di
questo passo, per, tra vent'anni a Catanzaro non si riuscir a camminare
neanche a piedi.
Mimmo non aveva voglia di ritirarsi. La serata meritava un seguito e, allora,
non c'era di meglio che andare a prendere un'acqua tonica al Centrale.
Pasquale Crudo si era addormentato sulla poltrona di vimini davanti alla
televisione. Filippo era molto vispo e pi sveglio del solito perch in serata
c'era stato un grande movimento su e giper i piani.
Verso le due meno un quarto  sceso l'avvocato S... che aveva gli occhi lucidi
ed un sorriso soddisfatto. Solo la cravatta, regimental col classico nodo alla
scarpina era un po' allentata e ribelle sul panciotto sbottonato.
L'immancabile sigaretta al lato della bocca. Ha salutato Filippo, che ha
replicato con un sorriso compiacente A posto, Avvoc? L'avvocato  uscito
confermando con un cenno di mano. A giudicare dalle parole di Filippo e
dall'aria trasognata dell'avvocato ci sarebbe stato da concludere molto
degnamente la serata, ma siamo in un momento di grande ristrettezza
finanziaria. Mimmo aveva pure cercato di eludere la guardia di Filippo e
salire al secondo piano, ma lo stesso Filippo, accortosi della fuga, lo ha
richiamato all'ordine: guagli non mi fate... Lino e Walter ci ricordano che
dobbiamo anticipare un po' di soldi per pagare la SIAE per i biglietti del
ballo e non possiamo fare spese extra. Quest'anno dovremmo fare un incasso
notevole, superiore di gran lunga a quello dell'anno scorso. E poi a dividere
saremo anche di meno. Certo le spese ci sono, soprattutto per gli addobbi. Le
caricature stanno venendo proprio bene. Il Prof. Morello  molto orgoglioso
del disegno che gli ho fatto: un po' gangster e molto latin lover, con camicia
a righe bianche e verdi, polsini con gemelli d'oro, cravatta verde a fiori,
sotto un pied-de-poule grigio-verde, cappello alla Humphrey Bogart con
larga fascia bianca, scarpe Duilio bianche, garofano rosso all'occhiello.
E poi l'orchestra Monizza. A proposito stasera alle sei ci sono le prove delle
parodie a casa dell'intramontabile Nicola Monizza. Il vecchio Nick con quel
viso da Budda indiano non ti fa mai capire quando sbagli e quando no, anche se
poi te ne rendi conto dalle cazziate che fa al povero Pino ditone al
contrabasso, mentre Riccardo alla batteria ha un'aria sempre sorniona e
sognante che mal si concilia con il ritmo e la forza che riesce a sprigionare
su quei piatti; Sas sudando riesce a far parlare il suo sax, mentre Elio
Murgano languidamente si ispira al grande Frank. Ma quanto sono bravi
questi Monizza!
Quest'anno, per l'addio al Liceo, i testi che abbiamo elaborato per le parodie
sono molto simpatici. Per la verit, con Walter, Fabrizio e Vittorio avevamo
preparato delle cose un po' pi pepate, ma dopo l'esperienza dei Quattro
Cavalieri dell'Apocalisse abbiamo preferito non rischiare censure molto
pesanti e ci siamo limitati a sfott pi accettabili. Almeno speriamo che sia
cos - Riolo e Galiano sono molto soddisfatti. E questo  buon segno.
Quest'anno siamo riusciti a riportare la Festa nell'Aula Magna, dopo varie
consultazioni al vertice. Devo dire che ha avuto peso decisivo l'opinione del
prof. Galiano che ci ha molto sostenuti in questa richiesta. Non c' dubbio
che il fascino di questo edificio  notevole e riuscire ad aprirlo anche la
sera, per una grande festa, tra suoni, luci, colori e canti crea un'atmosfera
assolutamente irripetibile in qualsiasi altro ambiente della citt. Per non
dire di quel pizzico di trasgressivo che significa ballare, cantare,
corteggiare liberamente negli stessi posti, nelle stesse aule, negli stessi
corridoi dove quotidianamente si consuma la nostra vicenda umana di studenti.
 sicuramente da ricercarsi in questa sensazione eccitante il notevole
successo che accompagna tutte le iniziative extrascolastiche che si svolgono
all'interno del Galluppi. Io credo, anzi, che la Scuola debba aprirsi sempre
di pi al quotidiano, alla vita normale. Pi si apre alle problematiche della
vita reale, pi la Scuola diventa parte decisiva del processo di sviluppo
civile e culturale dell'Uomo, come Persona e come Essere Sociale. Devo dire
che professori come Michele Riolo, Ezio Galiano, Augusto Placanica, Giovanni
Mastroianni contribuiscono molto, nel nostro Liceo, a realizzare questo
obiettivo di integrazione tra Scuola e Societ per aprire le finestre
della Scuola sul mondo esterno, per capire la societ, ma anche per
contribuire a trasformarla. Da qui l'importanza proprio delle strutture
fisiche della Scuola da utilizzare, da parte della citt, anche per fini non
squisitamente didattici e forse anche effimeri.
Alla prima ora la Molecola ha spiegato ed io non ho capito niente, anche
perch con Walter abbiamo cercato di fare un po' di conti. Forse abbiamo
sbagliato a non aumentare il prezzo del biglietto. Comunque ci resta sempre la
possibilit di fare... un giro per i negozi. A chiedere un contributo - serve
per arrotondare. Ho visto un bellissimo vestito scuro da Ettore Mazzocca.
Vorrei proprio comprarlo. Glielo posso pagare dopo la Festa.  proprio bello.
Stamattina la sveglia  stata ancora pi travagliata del solito.
La mia lotta con la sveglia ha dell'epico. Credo che difficilmente un uomo
possa soffrire il distacco dal letto la mattina quanto me, che pure sono un
impenitente cittadino delle tenebre.
Mia mamma, con tanta dolcezza e comprensione, cerca di rendere meno traumatico
il mio risveglio, con la tazza di caff, che non ha mai portato neanche a mio
padre, che per la verit con la sua navigata filosofia della vita non se la
prende pi di tanto.
Credo che questa notte abbia trovato molto da ridire con mia mamma al mio
rientro. Erano quasi le tre. Mio fratello ovviamente dormiva e non mi ha
sentito.
Lui ha, per fortuna, un approccio pi confidenziale con il giorno anche perch
in ufficio deve essere per le otto.
Credevo perci di fare pi tardi del solito, ma ho fatto le scale di Bellavista
di corsa e sono riuscito ad arrivare all'Immacolata alle 8 e 20.
M. era appena uscita dalla Chiesa assieme a Cio. Ho fatto giusto in tempo a
chiederle di aspettarmi all'uscita.
Sulla porta di Guglielmo c'era Walter che litigava con P. della III A per
l'incidente di sabato scorso in occasione della conferenza dell'AISLC sulla
Storia del Jazz.
Effettivamente l'abbiamo combinata grossa. L'oratore aveva appena esordito:
Cominciamo col dire che si pronuncia Jazz e non Jezz... PRRRRRRRRRRRRRR.
Fragorosa, lanciante irrefrenabile pernacchia che, dall'esterno, dietro le
finestre dell'Aula Magna, nel cortile, squarciava l'aria, scuotendo l'uditorio
incredulo che, quasi per liberarsi dallo sbigottimento, esplodeva in una
colossale risata che finiva per contagiare tutti. Tranne il povero
conferenziere evidentemente in preda ad un attacco di bile, con lo sguardo
disperso nel vuoto, alla ricerca di un qualsiasi appiglio per riprendersi dal
violento K.O.
Walter si era esibito nella pi riuscita pernacchia della sua pur luminosa
carriera nel settore.
Trattenendoci a mala pena da una esilarante risata, saltando i gradini d'un
colpo raggiungevamo trafelati il Bar di fronte sotto lo sguardo sbigottito di
clienti e camerieri che, per, avevano capito che ne avevamo combinato qualche
altra delle nostre.
Agli amici della III A non perdoniamo, tra l'altro, quell'aria di pseudo
intellettuali che assumono molto spesso.
Tra noi e loro c', per, una vecchia ruggine sull'effettivo controllo del
Liceo, anche se ormai non dovrebbero sussistere dubbi sulla nostra presenza
decisamente maggioritaria all'interno del Galluppi, supportata in tutte le
iniziative che abbiamo assunto nel tempo, dai Giornali, alle Feste, alle gite,
agli scioperi.  stato sempre un successo riconosciuto. Forse siamo pi 
simpatici o forse siamo socialmente, e quindi mentalmente, pi vicini al modo
di essere e di sentire, di vivere della stragrande maggioranza degli studenti
della pi gloriosa Scuola della citt, della Provincia e forse della Regione.
Checch se ne possa pensare, la base sociale degli studenti del Galluppi non 
l'alta borghesia della citt e della periferia, ma  fatta per lo pi dai
figli della piccola e media borghesia impiegatizia ed artigiana, dai figli
degli ex studenti del Liceo, di moltissimi giovani dotati per lo studio. Certo
ci sono anche moltissimi figli di pap. I figli dei professionisti, medici,
avvocati ed ingegneri, alti funzionari dello Stato o delle Banche. Ma,
diciamolo francamente, la struttura portante del Liceo  costituita
proprio da quelli come me, figli delia piccola borghesia artigiana e
commerciale.
Credo che in nessuna scuola come in questo Liceo Classico si realizzi la pi 
ampia mobilit sociale sia verticale che orizzontale. Quanti figli di operai
sono diventati professionisti affermati trascorrendo la propria giovinezza sui
banchi neri e sui pavimenti di legno di questo glorioso Galluppi.
In questo senso quella che apprendiamo quotidianamente nelle aule e nei
corridoi di questa Scuola , prima di tutto, una autentica lezione di
democrazia. Con la guida discreta, sottile, sempre vigile di tutti i
professori, anche di coloro i quali politicamente si rifanno ad ideologie di
destra, se non proprio fasciste.  questo il grande patrimonio culturale che
qui viene tramandato, attraverso gli studi umanistici e classici; il privilegio
intellettuale prima che sociale, cio una sostanziale meritocrazia che
speriamo che la societ non mortifichi attraverso meccanismi di selezione
clientelari. La massima consolatoria Primi nella scuola, ultimi nella Vita
non pu significare che gli ultimi nella scuola devono diventare i primi nella
vita, attraverso l'uso di privilegi sociali che sovvertono i principi
dell'impegno e delle capacit intellettuali e professionali.
Anche da questo punto di vista, giunto ormai alla conclusione del mio
quinquennio liceale, devo dire che gli studi classici, pur con le larghe
parentesi goliardiche e spensierate che mi sono concesso in questi anni, mi
hanno consentito di sentirmi parte integrante della societ e del tempo che
sto vivendo, comprendendone le dinamiche ed i cambiamenti. Certo la mia grande
passionaccia per il disegno, la pittura, il cinema e la musica, per qualsiasi
forma o espressione d'arte mi spinge ad intraprendere gli studi d'Architettura,
anche per corrispondere al grande sogno di mio padre, ma credo che potrei
intraprendere qualsiasi altro indirizzo universitario (tranne ovviamente
quelli a spiccato indirizzo matematico, anche per non deludere il mio
stimatissimo professore Morello che  sempre pi convinto che la mia testa
sia piena di finocchi di timpa).
Franco Mastellone e Peppino Frangipane stamattina erano pi spiritosi del
solito, mentre Cec Mantella aveva un cavolo per ogni capello (in verit ne ha
pochi su quella testa simpatica, dallo sguardo buono e dal corpo ad arancino).
Questo Bar Guglielmo credo che un giorno dovr essere sottoposto a vincolo da
parte della Sovrintendenza ai Monumenti. Non perch abbia particolari valori
architettonici o artistici. Anzi, al contrario, quelle controsoffittature e
quei pannelli murali in legno sono abbastanza discutibili e posticci, anche se
quell'enorme specchio nella sala interna d luce e spazio all'ambiente, al di
l della sua reale dimensione.
Questo bar, assieme all'Ascenti ed al Colacino della Prefettura conservano i
segreti, le ansie, le gioie, i piccoli drammi, i piccoli grandi amori della
nostra generazione. Ma anche i nostri pensieri, le nostre idee, le grandi
bevute, i giochi, gli scherzi a volte atroci, le bravate, le grandi
discussioni impegnate su cultura ed impegno politico eccetera.
E poi quanto affetto per Donna Teresa Colacino, Maria, Anna, Ornella, Mario e
Umbertino. Quanti balli a casa loro con le note dei Paul Anka, Percy Sladge,
Otis Reddiny, Ray Charles, Gino Paoli, Ferrante e Ticher, le grandi orchestre
di Percy Faith e Ray Connif, ma soprattutto loro, i leggendari Beatles. La pi 
bella musica degli anni '60 a fare da sottofondo ai nostri innamoramenti, alle
nostre avventure ingenuamente esistenzialiste.
Certo la nostra generazione non ricorda il mitico Caff Imperiale, oggi un po'
in degrado, in cui sono state scritte pagine memorabili della storia civile di
Catanzaro e che viene evocato con tanto orgoglio dai nostri genitori.
Io credo che la storia di Catanzaro, quella recente voglio dire, si sia scritta
e si scriva proprio in questi locali. Ecco perch credo che il Sindaco
dovrebbe fare qualcosa per preservarli nella loro integrit fisica ed
ambientale. Dovrebbe impedire che vengano manomessi, per essere conservati
come simbolo per le nuove generazioni.
In fondo questa citt se riuscir a conservare, a difendere la propria identit
pu essere indicata come un modello positivo per le altre realt della regione.
Il nostro Liceo  un esempio di come la storia  un continuum,  un grande
libro che, come dice Galiano, non pu essere letto alla rovescia o, come un
romanzo giallo, direttamente all'ultima pagina per scoprire subito l'assassino.
Su questi banchi si  consumata una parte importante della storia dell'ultimo
secolo della citt e credo che anche il futuro di Catanzaro continuer a
trovare in queste aule precisi riferimenti dal punto di vista culturale e
civile. Anche se del tutto insufficienti per spazi, servizi, biblioteca,
laboratori, palestra, sala riunioni. Ma meglio tenersi questo vetusto ma
prestigioso edificio che tentare di realizzarne uno nuovo, anche se
pare che proprio verso un nuovo Liceo si voglia andare.  un errore gravissimo!
Come non capire che non  possibile ricostruire questo Liceo, sia pure pi 
grande, pi spazioso, pi funzionale.
Il Galluppi non  solo un prestigioso edificio, espressione di una buona
architettura ottocento.  molto di pi e di diverso.  un insieme di atmosfere,
di sensazioni, di marmi in cui sono incise assieme ai nomi le speranze, le
giovanili illusioni di intere generazioni che hanno fatto la Storia di
Catanzaro e forse della Calabria. Ci sono angoli di questo castello dei nostri
sogni, ma anche dei nostri incubi, delle nostre gioie e delle nostre delusioni,
a cui sono legati momenti irripetibili, come  irripetibile la giovinezza in
una stagione memorabile della nostra vita. Eppure  facile ritrovare
se stessi proprio su quei banchi, su quei muri, in quei bagni da caserma, in
quella palestra cos poco sportiva, e gilungo quel corridoio buio che porta,
tra archi e tavolati, nella stanza dei misteri, i laboratori di Fisica e di
Chimica, che hanno sempre eccitato la mia fantasia (solo quella perch
purtroppo non li abbiamo mai visti in funzione) perch sembrano usciti proprio
dal film Il Gabinetto del dottor Calligari.
Ma va bene cos, perch il Galluppi non  un edificio scolastico, ma  un pezzo
di citt in cui sono vissuti e vivono pezzi importanti di societ, nel periodo
pi delicato della vita di ogni individuo, sia esso alunno o professore. E un
pezzo di citt non pu essere trapiantato puramente e semplicemente. Lo si pu
solo abbandonare, per costruire qualcosa di altro, di sicuramente diverso.
Un edificio a cinque piani, con lunghi corridoi grigi, con mattonelle di
granito, porte di abete beige, banchi di tubolari metallici rivestiti di
formica, lavagne verdi, pareti sempre scritte con nomi accanto a cuori
trafitti, ma soprattutto con molti slogans politici, invettive, parolacce,
molta scurrilit e poco humor, ampie vetrate, molto spesso in frantumi, con
molta luce.
Da qui si perde la vista verso il mare e su un groviglio di antenne televisive
disseminate sui tetti di mille palazzi disordinati, entro cui si intrecciano
le viuzze di una citt in espansione, alla ricerca di un ruolo e di una
dimensione regionale.
Una citt in cui il tempo  molto spesso ritmato dal suono assordante dei
clacsons delle macchine, mentre un tempo era ancora cadenzato dalle campane
delle innumerevoli chiese, intorno a cui sono sorti i rioni della citt a
dimensione d'uomo.
Il Galluppi, in fondo, pu essere considerato una specie di Tempio, intorno a
cui si  creata una comunit, un centro vitale di cultura e di pensiero e dal
quale si  irradiata una luce che ha illuminato per decenni tutta la citt.
- Avvoc, il Preside vi aspetta. Accomodatevi...
Un forte sussulto, un'improvvisa agitazione. Una morsa alla bocca dello
stomaco.
Quella porta  divenuta improvvisamente bianca, liscia, informe come quelle
degli ospedali.
Dove sono? E chi sono io?
Ma s, il Preside  lui, Galiano. Il mio professore di Filosofia.  sempre lui.
In fondo quel grigio dei capelli si  sempre confuso con un biondo indefinito
e quasi paglierino.
Gi, nulla  cambiato.
Solo che questa volta mi viene incontro per un abbraccio, che ad un tempo mi
carica di affetto e di responsabilit sotto il peso dei ricordi.
In questo momento capisco che sono passati oltre 25 anni, un quarto di secolo.
Una vita. Una generazione. Un altro mondo. Un altro Liceo.
Per fortuna mio figlio Gian Paolo sta frequentando la prima media proprio nel
vecchio Galluppi e credo proprio in una delle aule, nella stessa Sezione B, in
fondo al corridoio di fronte.
Mi auguro che anche mio figlio Alessandro, che ha solo qualche mese di vita,
possa varcare quel mitico portone e salire i fatidici nove gradini. Su ognuno
di essi si appuntavano, ogni mattina, pensieri, speranze, piccole
preoccupazioni mentre nella mente ritornavano confuse le lezioni
affrettatamente imparate nella notte o nella sera precedente, prima di andare
al Cinema, nel vecchio Politeama, dalle poltrone di legno e dal tetto stellato,
nel cui cortile alberato ricercavo, bambino, misteriosi coriandoli di
celluloide.
- Carissimo Marcello, come stai?
- Bene, professore. Vi ritrovo in perfetta forma. Mi fa veramente piacere. Il
tempo si  magicamente fermato per Voi.
- Ti pare. Il tempo  passato e per fortuna tu hai fatto parecchia strada.
Non sai quanto ne sia contento... Guarda, per, che stamattina a parlarti 
sempre il professore e non il Preside del Liceo al Sindaco di Catanzaro. E
come il professore che parla all'alunno, nel modo come io ho sempre parlato a
voi ed a te in particolare, devo rappresentarti una serie di problemi di
questi tuoi colleghi del 1989...
L'incantesimo si  subito ricreato. Quella voce, quella cadenza. Quel ragionare
logico, lucido ed insinuante come una lama, avvolgente e fascinoso mi ha subito
riportato indietro di oltre 25 anni. I ragazzi dell'89 si chiamano, oggi come
ieri, Walter, Fabrizio, Vittorio, Federico, Lino.
I laboratori per sono perfettamente funzionanti, la biblioteca  finalmente
arredata e fruibile non solo dagli studenti (ce n' voluto, ma alla fine ci
siamo riusciti), per l'Auditorium, che rischiava di diventare l'ennesima
incompiuta di questa citt, sono riuscito, forzando i tempi, col sostegno
della Giunta a far partire i lavori, che mi auguro per fine anno dotino la
citt di una delle pi moderne strutture culturali della Calabria, capace di
ospitare oltre 600 persone. Nel Liceo Classico di Catanzaro hanno
fatto la loro comparsa, quanto mai opportuna, i computers, che il Preside
Galiano ha voluto con tenacia e attraverso alcune amabili telefonate mattutine
a casa mia.
Certo bisogner in qualche modo risolvere il problema di questa imbarazzante
convivenza con il secondo Istituto Commerciale, che, tra l'altro, crea non
pochi problemi di circolazione e di traffico in una zona nevralgica della
citt. Ma non era la stessa cosa su corso Mazzini, all'entrata ed all'uscita
del Galluppi, quando le pi belle ragazze della citt bloccavano il traffico
normale e quello di richiamo dalle altre scuole, che qui confluivano
provocando in noi non pochi risentimenti e gelosie?
Quanti litigi, pianti e tenere riconciliazioni per uno sguardo innocente tra
clacson e sgommate di auto!
Gi, ma allora la citt sembrava vivere tutta su Corso Mazzini, all'altezza
del Liceo. E poi... io non ero Sindaco.

Pietro Bevilacqua.
nato a Catanzaro l'1 giugno 1944
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. E
(Registro generale dell'anno scolastico 1961/1962)

Una scelta di classe
Cominciai molto presto ad avere familiarit con i vecchi e un po' solenni
locali del Liceo "Galluppi". L'edificio infatti, nel suo lato posteriore, sorge
quasi a ridosso del quartiere dove sono nato, Sant'Angelo: un luminoso spiazzo
circondato da bassi, ora in gran parte chiusi e un tempo vocianti di famiglie
numerose, a cui si confluiva da stradine e vicoli laterali. Sant'Angelo era un
animato quartiere popolare, nel cuore della citt vecchia - seppi da grande
che per secoli era stato un Fondaco di mercanti amalfitani - da cui partivano
cospicui contingenti di bambini che al pomeriggio occupavano, per frequentare
le scuole elementari, le aule del Liceo. Anche io diedi il mio personale
contributo a questa - allora crescente - popolazione scolastica che per ben
cinque anni fu costretta a trascorrere bui e sonnolenti pomeriggi in diverse
aule dell'ex Collegio dei Gesuiti. Non ho un felice ricordo di quei primi anni
del mio rapporto con quelle che chiameremmo oggi le strutture logistiche
dell'istituzione.
Forse perch non amavo molto le costrizioni, l'immobilit forzata delle lunghe
ore passate fra i banchi. Forse perch amavo troppo a ruga, la vita libera
nella strada, in mezzo ai compagni di gioco del mio quartiere: dove
sicuramente stanno le mie pi profonde radici in questa citt, e a cui debbo
forse il nucleo pi genuino del mio modo di essere e di mettermi in rapporto
con gli altri.
Questi vaghi ricordi non sono delle pure divagazioni, ma hanno un legame
necessario con la mia particolare esperienza di studente del Liceo. Io sono
nato a Sant'Angelo, ho ricordato, ma la mia vicinanza spaziale alla sede del
"Galluppi" non mi predestinava, per questo, ad una sua futura frequentazione
da liceale. La mia origine popolare, infatti, mi assegnava un destino
scolastico alquanto diverso.
Non a caso, ai primi degli anni '60 - quando io cominciai a frequentare il
Ginnasio - il grosso degli studenti affluiva al "Galluppi" meno dai vecchi
quartieri popolari del centro che dalle zone alte della citt. Proprio allora
le zone residenziali dell'area nord di Catanzaro - San Leonardo, Bellamena,
ecc. - che avevano conosciuto un primo avvio di crescita nel periodo fascista,
incominciavano ad espandersi e ad ospitare ampie fasce sociali di piccola e
media borghesia impiegatizia e professionale.
Da l arrivavano in crescente numero gli studenti del "Galluppi" in quegli
anni. Quasi a rimarcare, persino nelle ripartizioni urbanistiche della citt,
la nuova provenienza sociale, relativamente pi larga rispetto al passato,
degli studenti del Liceo: che ora non affluivano pi solo, come un tempo, dai
quadri del vecchio notabilato cittadino insediato nei palazzi del centro
storico.
Mandare un figlio al Liceo, per una famiglia dai magri redditi, non era scelta
da poco nella Catanzaro di allora. In Calabria non esisteva ancora
l'Universit, e imboccare la strada del Liceo significava, per una famiglia,
non solo rinviare di 4-6 anni la redditivit del lavoro di un proprio membro,
ma dovere affrontare la spesa supplementare di una frequentazione universitaria
pi o meno lunga, fuori di casa. La mia destinazione sociale era perci
l'Istituto Industriale, dove io difatti frequentai i primi tre anni
dell'Avviamento. Una serie di circostanze fortunate - su cui non mi
posso qui soffermare - mi diedero la possibilit di invertire la rotta e di
mostrare, a me stesso e agli altri, che ormai si cominciava a forzare, in
qualche punto, il rapporto di necessit fra ceto di provenienza e carriera
scolastica. Debbo ad Anna Maria Di Lieto, allora laureanda e mia professoressa
supplente al III Avviamento, l'idea di tentare la strada del liceo, e ad
Augusto Placanica - uomo fondamentale per il mio destino di studioso e ora mio
fraterno amico - il merito di averla resa possibile.
I timori riverenziali della vigilia, e qualche preoccupazione per le difficolt
che mi avrebbe preparato il futuro, si dispersero alquanto, non appena io misi
piede nel Liceo come studente di quarta Ginnasio, sezione E. Era allora nostro
insegnante di lettere l'indimenticato e indimenticabile Ciccio Tallarico e fu
lui, sebbene involontariamente, a farmi capire che le mie preoccupazioni, e il
mio eccesso di seriet, nell'affrontare quella nuova esperienza, erano
francamente esagerati.
Su Ciccio Tallarico e sulle sue esperienze di insegnante  fiorita una ricca
letteratura su cui sarebbe troppo lungo soffermarsi: n saprei dire, oggi, se
sia o no giusto, generoso o ingeneroso, sottrarla all'inevitabile oblio di
ogni letteratura affidata alla pura trasmissione orale. Certo, qualcosa
bisogna tuttavia pur ricordare, se si vuole in qualche modo restituire il
clima, o comunque il senso delle circostanze che di volta in volta venivano a
determinarsi all'interno della classe. Poteva infatti capitare di tutto in
quella quarta E, sistemata in un'ala sotterranea dell'edificio - da noi
definita le catacombe - che ospitava, insieme alla cucina del Convitto, il
laboratorio di fisica: un luogo, quest'ultimo, rimasto ignoto a pi di una
generazione di studenti. Una volta capit addirittura che nel chiuso della
nostra angusta aula si arrivasse ad una constatazione stupefacente e
terribile: in Africa non esistevano pi animali.
Era infatti ci che poteva capitare nelle interrogazioni di geografia,
condotte con vigile attenzione e cipiglio dal buon Tallarico, per il quale
importante non era il contenuto della risposta data dall'alunno, quanto la
prontezza di questi nel fornire una risposta qualunque. Sicch, quella volta,
alla maligna domanda se esistesse o no fauna in Africa, l'interrogata - che
non aveva probabilmente avuto il tempo di tradurre in dati concreti e plurali
il nome collettivo - rispose prontamente e orgogliosamente di no. Era andato
tutto liscio, e si era gi passati ad altri argomenti, quando dai circuiti
mentali un po' pigri di uno dei compagni dei primi banchi (il caro Mem
Valentini, per l'esattezza, ora avvocato in citt) esplose il costernato
stupore di vedere decretata, con tanta leggerezza, la desertificazione animale
di un intero continente.
All'obiezione risentita, e non certo priva di convinzione, dell'oppositore,
Ciccio, visibilmente turbato, reag - come sempre faceva in simili
circostanze - chiedendo all'interrogata cosa ne pensasse dell'obiezione del
compagno. Cos l'oggetto della disputa si trasfer in un contenzioso fra i due,
per poi facilmente degenerare in una chiassata generale, che Tallarico sed
con fatica, come sempre, ma salvando in qualche modo la faccia (e quella che
era la sua autorit in classe).
L'amico Rino Zumpano, che oggi insegna diritto a Catanzaro, gi allora
cineamatore, ha immortalato alcuni frammenti di vita scolastica con Ciccio
Tallarico. Un suo filmino in super-otto riprende una tranquilla partita di
briscola che si disputava agli ultimi banchi, mentre sullo sfondo dell'aula,
dietro la cattedra, si intravede il volto sparuto - ma sempre nobilmente
atteggiato - di Ciccio, che gesticolando spiegava qualcosa al resto della
classe, fintamente attenta o perdutamente svagata.
Nella sezione C
Credo che molti di noi, non pochi dei tanti professionisti della citt, debbano
molto della loro preparazione scolastica ad una piccola donna, che allora
insegnava al Ginnasio, Velia Critelli.
Ricordo un quinto Ginnasio frequentato nella sezione C - avevo abbandonato nel
frattempo Tallarico e i miei vecchi compagni - come un lungo e intenso periodo
di fatiche scolastiche. L'allora signorina Critelli non ci risparmiava mai la
dose quotidiana di una versione di latino e di greco, il riassunto scritto di
un capitolo dei Promessi Sposi ed altre incombenze del genere. Si faceva
spesso tardi la sera a smaltire tanta mole di compiti, in cui ero impegnato in
completa solitudine; solo per gli esercizi di matematica infatti - materia
nella quale arrancavo non poco - era previsto il lavoro di gruppo. L'amico
Sergio Bruni, che aveva testa per queste cose, s'incaricava di trascinare me e
il latinista di classe, Michele Vonella, in questo sforzo di astratte
combinazioni al quale recalcitravo per blocco psicologico, per difetto di
motivazioni plausibili, e perci anche per assenza di un insegnamento pi 
ricco di stimoli.
Ma in classe - nelle tantissime ore di lettere consumate fra le quattro pareti
di una strana succursale del Ginnasio che stava presso la chiesa del Monte, -
in quella quinta C di Velia Critelli, non ho mai sopportato una attimo di noia.
Tutto era argomento di discussione: dalla sintassi greca agli ultimi problemi
del giorno. Mi ricordo ancora di una animata discussione sui personaggi dei
Promessi Sposi nella quale demolii - quasi per una premonizione
desanctisiana - e non senza foga argomentativa, il personaggio di Lucia
Mondella, troppo povera di carne e di sangue per apparirmi una figura
credibile. La Critelli si difendeva bene, anche in queste circostanze, dove io
sfogavo - grazie alle assolute certezze di cui si gode a quell'et - il mio
giovanile gusto di essere logicamente implacabile, di non lasciare scampo
all'interlocutore. Ma lei aveva soprattutto il merito di lavorare
straordinariamente tanto insieme a noi, e di aver trasformato una classe -
in cui per la verit gi si segnalavano tante belle intelligenze o gi
rilevati caratteri, da Dino Vitale a Paolo Sirianni, da Ugo Maida a Enrico
Paparazzo, a Massimo Larussa - in un vero e proprio collettivo di lavoro.
Gli anni del Liceo li ricordo meno per l'intensit e la produttivit degli
studi, che per le esperienze umane che feci in quel periodo: dai tanti compagni
conosciuti e diventati amici inseparabili, ad alcuni professori come Mauro
Nicotra ed Alda Morica, fino ad Eugenia Cassar, studentessa di prima Liceo,
sezione C, incontrata nei solenni corridoi della scuola e poi diventata mia
moglie. Certo, non mancarono anche allora i momenti di crescita e di impegno.
Rammento ancora alcune splendide lezioni di Tot Ameduri sulla cultura greca,
venuto da noi in prima come supplente, e rimasto quanto bastava per farmi
rimpiangere di non averlo pi avuto come insegnante. E cos ogni tanto, dal
fondo della sua intelligenza realistica e disillusa, Mauro Nicotra
tirava fuori, con zampata da vecchio leone, vasti affreschi di storia moderna
e contemporanea o qualche incisivo ritratto di filosofo: il tutto condito da
ironie e da battute spesso memorabili. La classe ne era affascinata. E
ritrovavamo, per quel giorno, un rinnovato gusto per gli studi e per le
avventure dell'intelligenza.
Ma non ho per la verit dimenticato le ore di noia tormentosa sofferta
nell'immobilit dei banchi, mentre da dietro la cattedra qualche insegnante
riusciva a non dirci nulla che avesse per me e per gli altri un qualche
interesse. Si sopravviveva stuzzicando il compagno vicino, incidendo nel legno
del banco qualche nudo di donna, perdendosi con la testa dietro fantasticherie
che profumavano di libert e di aria aperta.
Rammento a questo proposito le mie prime discussioni col professore
Mastroianni - che non ho avuto la fortuna di avere come insegnante e che mi ha
sempre annoverato, con bonaria ironia, tra i suoi alunni di complemento - il
quale mi richiamava al principio che c' sempre da imparare qualcosa ascoltando
gli altri.
Principio eroicamente cristiano, soprattutto in quel caso, che mi voleva
obbligato a onorare puntualmente e sistematicamente il calendario scolastico.
E infatti spesso - specie in terza liceo - la mia presenza a scuola presentava,
in alcuni periodi, larghe e talora vistose smagliature. Ma ancora oggi resto
dell'ostinata convinzione che spesso, a stare seduto in quelle aule, c'era
poco e in qualche caso nulla da imparare.
Ed era forse per una pi o meno consapevole vendetta - certo per una sorta di
ritorsione irriguardosa - che per un certo periodo, dopo aver disertato le
lezioni, verso mezzogiorno, io mi affacciavo nel vecchio portone del
"Galluppi" insieme ad altri compagni per consumare un vecchio rito.
Tiravo fuori dal deposito dell'ingresso il bidone della spazzatura, stracolmo
per lo pi di carte, lo ponevo al centro del grande androne e vi appiccavo un
fuoco torbido che con l'aiuto del vento riempiva di fumo i corridoi e arrivava
sino agli usci delle aule.
Un'ara che accesi diverse volte con perverso divertimento fra la rabbia
indicibile - nel senso di irriferibile - del bidello di turno.
Al centro del mondo
Essere studenti del Liceo ancora allora dava un profondo e orgoglioso senso di
appartenenza. Non era solo e semplicemente un fatto sociale e di classe. Le
classi, d'altra parte, si erano gi allora riprodotte all'interno
dell'istituzione. Era cresciuto il numero delle sezioni, arrivate sino alla
lettera E, e alcune di queste, come ad esempio la C, di cui facevo parte,
rappresentavano senza dubbio l'ala proletaria dell'intero schieramento
scolastico. Anche dalla piccola borghesia di provincia gli afflussi al Liceo
erano continui e io ne sperimentavo la novit: Franco Marino da Zagarise (ora
insegnante a Genova), Franco Falvo da Amato (ora urologo all'ospedale
"Pugliese" della citt), Tonino Carnevale da Squillace (ora ginecologo al suo
paese e rivisto recentemente dopo oltre 20 anni), TutSeverino da Santa
Caterina Jonica (ora sindaco del suo paese) e tanti altri i cui nomi oggi
hanno forse per me solo un valore particolare: segni che rievocano volti,
espressioni, timbri di voce legati a una stagione della vita che nessuno, in
fondo, pu ricordare senza nostalgia e tenerezza.  vero, non mancavano in
quegli anni coloro i quali anche all'interno del Liceo cercavano,
per comportamento e modo di essere, di segnare una linea di confine, sociale e
di classe, dai provinciali e dai nuovi arrivati. Ricordo ancora la spocchia
di alcuni di questi rampolli della borghesia bene di Catanzaro, non
particolarmente dotati di visibili attitudini intellettuali. Per quanto io
sappia, nessuno di costoro  arrivato lontano. Ma il senso di appartenenza ad
una dimensione alta e privilegiata veniva soprattutto, a noi studenti del
Liceo, dalla coscienza di vivere un'esperienza culturale unica nella citt.
Eravamo i soli, allora - il Liceo Scientifico era ancora una realt
minore - a permetterci il lusso di studiare materie inutili, il greco e il
latino: discipline non sospette di possibili applicazioni strumentali,
destinate a una formazione culturale umanistica disinteressata. Ed eravamo noi,
i soli, a correre la straordinaria avventura di imbatterci e misurarci colle
vicende secolari del pensiero speculativo, senza altro fine che di plasmare di
cultura la nostra giovane intelligenza, elevata ginnastica per il nostro
cervello indagatore... Per noi infatti la maturit classica significava la
conclusione di un alto apprendistato culturale, che non poteva avere nessuno
sbocco operativo e di lavoro, e che rinviava al compimento della carriera
universitaria il suo finale esito: l'esercizio di una qualche professione
liberale.
Ometterei un dato storico importante - soprattutto per gli studenti
liceali di oggi - se non ricordassi un altro elemento che rendeva possibile
l'orgoglio di quella appartenenza, e che ne costituiva in fondo il supporto
materiale. Ai tempi in cui frequentavo il Liceo (ne sono uscito nel 1966)
laurearsi e trovare lavoro era un fatto automatico. Dovevamo certo impegnarci
in lunghi e faticosi studi, affrontare l'avventura dell'Universit, ma poi
il lavoro, una dignitosa professione, era un risultato spontaneo e inevitabile.
Di sicuro, il futuro ci apparteneva.  una sensazione che ricordo assai bene,
che noi respiravamo nell'aria, dai tanti segni che esprimeva la societ
italiana di allora. Da noi arrivavano a quel tempo, con un po' di ritardo le
novit culturali e di costume di un Paese che era ormai dentro una fase di
grande crescita economica e sociale. Ma anche la citt era in crescita,
Cresceva urbanisticamente (secondo i criteri di scempio che tutti oggi
possiamo vedere), ma cresceva anche in redditi, condizioni di vita, attitudini
mentali, vivacit culturale. Il Liceo era per noi la base di lancio per
giornali e rivistine ma anche per attivit di propaganda politica. La
presenza di un vivace gruppo di giovani cattolici che si raccoglieva intorno
al giornale Il Sentiero ispirato da don Giorgio - su cui il lettore potr
avere pi ampie e dirette informazioni da altre testimonianze diede a me ed
altri militanti nella sinistra ragioni ulteriori di dibattito e di iniziativa
politica. Nel 1964 fondammo il circolo culturale "P. Gobetti", e demmo vita
a due numeri di una vera e propria rivista - quanto meno per formato e
caratteri di stampa - che si chiamava, nientemeno, Il Manifesto.
Ci sentivamo dunque, in qualche misura, al centro del mondo. Ed era forse
quella l'ultima stagione in cui era possibile quell'illusione. O, quanto meno,
una delle ultime stagioni. Pi in l, sul finire del decennio, ci attendeva,
ma ormai come universitari la pi grande esperienza di coinvolgimento
collettivo e di impegno ideale vissuto dalla mia generazione.

Francesca Paparazzo.
nata a Catanzaro il 27 marzo 1945
iscritta per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1958/1959)

I forestieri
Nell'anno in cui frequentavo la prima classe del Liceo "Galluppi", il
tranquillo ritmo scolastico fu interrotto dall'arrivo di due docenti che
provenivano dal nord: avevano vinto il concorso a cattedra ed erano stati
nominati nel nostro liceo.
Uno di loro divenne insegnante di latino e greco nella mia classe, l'altra era
una insegnante toscana molto gentile e simpatica che cercava con impegno di
districarsi tra la nostra organizzazione scolastica. I loro nomi mi sfuggono
ma ricordo il loro aspetto, la voce, il modo di parlare.
Il professore era alto, con un viso largo, i capelli ricci di color rosso ed
un grosso paio di occhiali su di un naso importante, che nascondevano due
occhi azzurri ed una espressione un po' svagata.
Ma ci che mi colp maggiormente furono le sue calzature: veri e propri
scarponi da montagna di foggia militaresca che usava quotidianamente anche col
sole splendente.
Era originario di Cuneo e quelle scarpe gli erano indispensabili per muoversi
tra la neve ed il ghiaccio delle sue montagne, cos diverse dal luogo in cui
ora si trovava a lavorare.
Il trapianto di questi due docenti nel nostro mondo non deve essere stato
facile: si trattava di una emigrazione in senso opposto al flusso che in
quegli anni sconvolgeva la realt meridionale, ed il confronto col modo di
vivere, le tradizioni, i valori del nostro ambiente, era spesso vivace.
Sin dal primo giorno il professore cerc di conoscerci indagando sulla realt
sociale che c'era dietro di noi. Scorrendo l'elenco dei nostri nomi, accanto
ai quali era indicato il nome ed il tipo di lavoro svolto dai nostri genitori,
not che l'unica a non essere figlia di professionisti ero io.
Mio padre era un commerciante ed il professore mi chiese cosa mai commerciasse.
La risposta fu un po' seccata; in cultura, dissi pensando di nobilitare la
piccola cartoleria-edicola dei miei genitori.
In quel periodo quasi tutti in classe avevano cominciato a fumare le prime
sigarette, e frequenti erano le richieste di uscire per ritrovarsi nei servizi
a compiere questa modesta trasgressione. Il professore stabil che sarebbe
stato molto meno dispersivo dare il permesso di fumare in classe e decise di
destinare gli ultimi cinque minuti della lezione a tale operazione.
Al momento opportuno, il professore accendeva la propria sigaretta: subito
dopo, pi o meno tutti tiravano fuori le proprie ed, in silenzio, iniziava il
rito collettivo del fumo in classe.
La cosa dur per qualche giorno con reciproca soddisfazione.
Tutti ci sentivamo pi liberi, evoluti, ed un senso di complicit ci univa.
Ad interrompere bruscamente l'esperimento didattico pens il preside
che, un giorno, piomb in aula nel bel mezzo di una fumata di gruppo e ci
riport al rispetto del regolamento d'istituto.

Walter Scarpino.
nato a Catanzaro l'8 giugno 1945
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B
(Registro generale dell'anno scolastico 1958/1959)

Tra pochi giorni
lascer l'incarico di presidente del Consiglio d'Istituto; lascer per la
seconda volta il liceo classico Galluppi.
Debbo proprio confessarlo: ho fatto di tutto per poter tornare al MIO liceo
dopo 26 anni, e non per protagonismo e per megalomania, ma per rivivere e
rievocare dall'interno emozioni e sensazioni antiche. per rinsaldare un
legame che non si  mai dissolto, per respirare quell'aria di giovinezza e di
goliardia, per essere nuovamente a contatto con alcuni dei miei professori di
allora: anni vissuti intensamente non tanto per profitto, ma certamente in un
rapporto esaltante di amicizia e di rispetto che non si esaurisce nello
studio e nelle ore scolastiche: un rapporto che andava oltre, soprattutto
oltre; la maturit, la sensibilit, la solidariet non si acquisiscono
soltanto con i testi scolastici. In fondo questa  la valenza dell'opera di
Ezio Galiano: tante testimonianze di ricordi, di riflessioni, di fatti, di
episodi, rivissuti da tanti protagonisti di una storia sempre viva,
accomunati dal desiderio di un salto nostalgico, ma piacevole, in quella
parte del nostro passato maggiormente interessata alla formazione della
personalit.
Per poter essere eletto ho dovuto organizzare una vera campagna elettorale:
non  facile vincere le resistenze e l'apatia dei genitori sulla validit dei
decreti delegati. Anche la prima volta nel lontano '64 il distacco dal mio
liceo non era stato semplice; invece dei cinque anni regolamentari ne ho
fatto sei: colpa di un 4 in condotta peraltro meritato per intero, che non
mi ha consentito l'ammissione a giugno. A settembre i professori si erano
mobilitati a pregarmi a supplicarmi per fare gli esami: mi avrebbero, in tutti
i modi, aiutato a superarli. Pi di uno avr pensato.  meglio regalargliela,
la maturit, che averlo ancora un anno al Liceo. Non mi  sembrato giusto
approfittare: infatti ho ripetuto.
 proprio un destino: anche l'incarico nel Consiglio d'Istituto ha subito la
proroga di un anno.
Ma chi l'ha detto che i decreti delegati sono nati nel '74? Al liceo Galluppi
esistevano anni prima: era unanimemente riconosciuto una specie di direttorio
per il controllo del liceo e per l'organizzazione di tutte le iniziative,
composto da pochi eletti della sez. B coordinati dal professore Galiano.
Tutti avevano finito per accettarlo, alunni e professori; lo stesso preside
Cancellieri era costretto a tollerarlo proprio per la presenza rassicurante
del prof. Galiano. L'organizzazione delle gite in un liceo non era cosa
semplice: occorrevano giorni di lavoro, di preparazione, di ricognizione dei
luoghi da visitare, qualche volta non tanto vicini. E chi lavora, si sa, deve
essere retribuito. Ma c'era sempre lo spiritoso di altre sezioni che riteneva
di poter chiedere, alla fine, la verifica dei conti. Era sempre il prof.
Galiano a toglierci dall'impaccio tagliando corto: sono usciti alla pari.
L'attivit giornalistica era uno dei punti di forza. Molti imprenditori, in
verit, ci finanziavano la stampa in cambio di pubblicit. Il ricavato delle
vendite era tutto da dividere. Il nostro editore, don Egidio Trapasso, era
spesso incredulo per la quantit delle copie che riuscivamo a piazzare.
Ricordo che lanciammo anche una edizione speciale a pi fogli: I 4 cavalieri
dell'Apocalisse. Conteneva un articolo dal titolo irriverente: Liceo di
Notte n. 1. Erano i tempi di Mondo di Notte, Europa di notte. Volevamo fare
una parodia con i personaggi del liceo e con i vizi della notte. Ammetto:
forse era un po' spinto. Riunione dei professori promossa dal prof. Morello.
Divieto di vendita e di diffusione. Censura per l'articolo.
La maggior parte delle copie erano ormai stampate in tipografia. Don Egidio
minacciosamente aspettava di essere pagato. Fra l'altro l'edizione era a
colori, quindi particolarmente costosa. Un lampo, un baleno: le copie ancora
da stampare poche in verit, avrebbero portato la scritta edizione
censurata ed in pi sarebbe stato eliminato l'articolo incriminato.
Ufficialmente sarebbero circolate solo le copie censurate, ma si rivel un
vero business: vendemmo le copie non censurate sotto banco e a prezzo
maggiorato.
Nel vecchio edificio del Galluppi sito su Corso Mazzini riuscimmo, con la
complicit del prof. Galiano, a realizzare un grande sogno. Fu l'ultima volta
il 15 giugno 1963: riportare nel liceo la festa di fine anno e riservarla ai
soli liceali.
Eravamo orgogliosi ma gelosi del nostro liceo, delle nostre tradizioni, delle
nostre feste e... delle nostre ragazze! Erano molti i tamarri desiderosi
di introdursi nell'ambiente del liceo che avrebbero pagato chiss quanto, ma
rimasero a decine fuori dal portone. A fine festa, all alba, dovetti rientrare
a casa scortato dai Carabinieri.
Non era semplice all'indomani delle salate trovare dei volontari adulti per
poter essere accompagnati e giustificati dal preside Cancellieri. Spesso
bisognava assicurarseli con qualche giorno d'anticipo. Io ero fortunato:
mio fratello pi grande assolveva a questo compito egregiamente e addirittura
forniva al mio amico Marcello anche uno zio.
Quella volta il preside non fu come al solito sbrigativo nel cerimoniale, ma
volle intrattenersi in una predica piuttosto prolungata, anche per la
recidivit dei soggetti ed i suoi toni furono cos convincenti, il suo
discorsetto cos incisivo che riusc a coinvolgere a tal punto l'improvvisato
zio di Marcello nella sua alta funzione educativa che lo stesso, forse per
dimostrare di aver recepito appieno la morale, fece partire un violento
ceffone che and a stamparsi sul volto dell'esterrefatto Marcello. Fortuna
che il preside Cancellieri non era tanto lesto d'udito!
L'incredulo Marcello non seppe trattenersi, sia pure a denti stretti, dal
ricordare al provvisorio zio il mestiere, forse occasionale della di lui
madre.
Presidente deve firmare le convocazioni - la segreteria del Galluppi mi
rincorre nei corridoi -  l'ultima seduta del Consiglio. Occorre nominare la
commissione elettorale che inizi i lavori per il rinnovo degli Organi
Collegiali.
 finito il mio mandato. Non so proprio quale sar il pretesto negli anni
futuri, ma sono sicuro che ritorner ancora nel mio Liceo.

Sergio Rubino.
nato a Catanzaro il 24 febbraio 1946
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. D
(Registro generale dell'anno scolastico 1960/1961)

Che strano!
Non mi ero concesso ancora una battuta di respiro su questa strada che vado
percorrendo da 43 anni; non mi sembrava molto il percorso gi fatto e credevo
pi lungo quello ancora da fare.
Ed invece, questa richiesta garbata di Ezio, questo tocco leggero sulla spalla
mi ha svelato per la prima volta, e di colpo, un mucchio sonnacchioso di
ricordi che non sapevo di avere nascosto da qualche parte in un cantuccio in
fondo al cuore.
Non c', comunque, bisogno di fare ordine: i ricordi emergono a catena,
vigorosi, chiari, limpidi e concreti.
Non  la stessa via che percorre mio figlio, alunno della quarta ginnasiale;
scarso era il mio impegno nello studio come il suo, ma io andavo in giper
essere inghiottito dall'edificio grigio, lungo ed appiattito di corso Mazzini
che, negli anni Sessanta, mi annover fra i tanti allievi della sezione D.
In quarta ginnasio, per un po', mi incusse timore la professoressa Morisciano:
fra di noi, appena usciti dalle medie, si diceva soprattutto che era...
nientepopodimenoche... la figlia di un generale il quale era stato anche
sindaco della nostra citt; ma poi, ... cos materna la giovane signora
Bitonti! niente affatto guerriera, caparbia s, assente purtroppo mai, ad
alzare la voce abituata solo di quel tanto da non dar fastidio alle classi
adiacenti. Ci si aspettava una donna rigida e, invece, una signora dolce,
comprensiva che ti apriva alla stima ed al rispetto tenero ed affettuoso.
Superati gli esami ginnasiali, quelli ancora feroci per intenderci, la classe
si smembr: andarono via, ma solo spostandosi di qualche aula e restando sempre
pi che amici, i vari Gianni Trovato, Ciccio Miceli, Raffaele Teti, Francesco
Raffaelli e tanti altri, in quanto i loro genitori ritennero che le sezioni
ambite la A e la B offrissero un corpo docente da strabiliare: Galiano,
Mastroianni, Riolo, Procopio, Morello, Morica erano essi stessi Numi di
inenarrabile sapere.
La D era la cenerentola; era sorta da pochi anni e non aveva avuto, fino ad
allora, un corpo docente, per cos dire, stabile ed affermato. Ed io rimasi,
quindi, alla D fra i superstiti un poco vagabondi e con i nuovi arrivati
ripetenti delle varie sezioni e mi intruppai in quella Armata Brancaleone,
cos poco gloriosa ma pur tanto divertente, ignaro che, proprio l'anno del mio
primo liceo, sarebbero piombati come falchi su quei poveri ragazzi due docenti
temibili e terribili: Giglio, di nome Abigaille, gi prestigiosa docente
dell'istituto magistrale, e la professoressa di latino e greco, fresca
vincitrice di concorso, Ugolini di Firenze.
HIC SUNT LEONES era scritto nelle antiche mappe per indicare terre
sconosciute; ebbene, io ricordo il primo giorno e quella prima ora di una
esploratrice che, al primo sguardo, riconobbe entit, posizione e armamento
del reparto nemico...
Mi sembra di rivivere al Piccolo Teatro un atto unico, una piece che fu un
vero dramma, ma a lieto fine.
Scena prima (e unica)
Chiasso, anzi schiamazzo.
Un ragazzo seduto, ma sul banco; un altro in piedi, frasi sconnesse e sconce,
per quei tempi, intento ad inventare alla lavagna.
Entra una donna anziana, vestita di scuro, secchissima e, per di pi ,
piccolina, dal viso grifagno.
Un attimo di stupore indispettito.
Riprende il baccano.
Lei, con calma, si siede. Tace, il registro spalanca, controlla, e ancora 
chiasso.
Ci guarda di nuovo, uno per uno: per incanto il rumore si affievolisce di poco.
Con uno scatto felino sbatte il nero librone, inspira, inspira ancora aria, si
gonfia fin quasi a scoppiare: il rumore diventa un sordo bruso. Lei si
protende fin oltre la cattedra, gonfia pi che mai. Tende in alto una mano
verso la finestra e l'altra verso la porta e, con voce acutissima e stridula,
erompe sinistra:
Chiuditi a porta e apriti a finestra ca aiu e gridara
Fine della scena.
Da allora, e per tre anni, durante le ore di storia e di filosofia, ho davvero
sentito volare le mosche nella sezione D.
Abigaille Giglio: questo il suo nome, fuori del comune come lei. Anni dopo,
giovane medico, la vidi in ospedale, ancora pi piccola e rugosa. Si ricordava
di me e lessi negli occhi uno sguardo di tenerezza verso uno di quei tanti suoi
alunni di cui aveva stimato l'intelligenza, punto l'orgoglio e, spesso, punito
la negligenza. Le baciai la mano e la vidi morire.
Mi sembr impossibile.
Gli studenti del "Galluppi", quello nuovo, quello grande e tondo, funzionale
non l'hanno conosciuta.
Abigaille Giglio nulla aveva del sussiego professorale di un docente di liceo,
ma ha contribuito, pi di altri, a mutare la faccia della Scuola. Chi era,
dunque, questa piccola, brutta donna, sempre accigliata e nervosa?
Era una seduttrice.
Seduceva per l'intelligenza, la fantasia, la prontezza della battuta, la
sicurezza del giudizio, la capacit di individuare il comunque dotato.
Sicuramente era anche gratificata dal successo e dalla devozione che
riscuoteva, ma altrettanto sicuramente ne sentiva il peso, la responsabilit,
la fatica.
Era una donna giusta, non forse una dei 36 giusti silenziosi che, conducendo
una oscura esistenza, impediscono, col potere della loro virt, che il mondo
venga distrutto dall'ira divina, ma certamente una dei 360, o dei 3.600, o dei
360.000 la cui parola, la cui testimonianza ed il cui impegno frenano la folle
corsa del mondo per una china verso la quale i suoi vizi d'origine, l'egoismo,
la sopraffazione, la furberia lo vorrebbero portare.
Tutto questo di lei lo capimmo subito e subito la rispettammo. Capimmo pure
perch voleva che ciascuno di noi le restituisse, secondo le proprie capacit,
almeno una parte del molto che ci dava. E perci, man mano che avanzavamo da
Talete di Mileto verso Heidegger e ci muovevamo dalla caduta dell'Impero
Romano verso la liberazione di Roma, sempre pi raramente ebbe occasione di
ripeterci: de na trava nda facisti nu mandalicchiu o ... mi renducisti a
filosofia comu na coppula 'e notta.
Capimmo pi tardi, ed io lo capii, forse, solo alla fine, quando incontrai il
suo sguardo pieno di solitudine, quanto Ella ci aveva amati.
S! perch Abigaille Giglio ci aveva amati e amava ancora ciascuno degli
scanzonati dell'Armata Brancaleone.
Leggo Spoon River Antology ed  la sua voce che ancora ci cerca, mi cerca:
Dov' il mio ragazzo, il mio ragazzo -
in quale parte del mondo?
il ragazzo che amavo pi di tutti nella scuola? -
io, la maestra, la vecchia zitella, il vergine cuore,
che di tutti avevo fatto miei figli.
Ecco: ora con i tanti La ringrazio anch'io, perch Ella ha insegnato cose che
non sono sui libri di testo, perch a tutti noi un poco vagabondi, ai
superstiti del ginnasio sezione D -, ha dato fiducia, perch ci ha fatto
studiare e - direi quasi - sudare, con gioia, da grande, grandissima Maestra
qual era.
Quei tre anni di liceo con lei, con la professoressa Ugolini (il primo anno,
su 27 ben 21 meritatamente rimandati in latino e greco), con il professore
Borrello di matematica, con i compagni, con Daga il fuoriclasse, furono tre
anni di metamorfosi: quelle di Ovidio e le nostre.
L'Armata Brancaleone super gli esami di maturit, ancora quelli feroci,
classificandosi alla pari, se non prima, della sezione dei riconosciuti
bravi da sempre.
E non mancarono mai i momenti di goliardica freschezza, come quando ci
impadronimmo dell'ingessatura della gamba di un signore incidentato. Egli
l'aveva depositata, a mo' di ex voto, al santuario della Madonna di Porto e
noi, all'occorrenza, ed a turni di quindici giorni, la usavamo all'uopo come
ottima ed inconfutabile scusa per eludere l'interrogazione di scienze. O come
l'attenzione programmatica che noi ponevamo, una tantum, all'insegnante di
scienze, per poi trafiggerla con domande cattive, alla fine della lezione.
Era l'adolescenza stessa, e per fortuna lo  ancora: la Terra dei Leoni; tanti
Achille e Alarico e Sigfrido (leoni e biondi, per di pi ).
Penso agli anni Sessanta: lotta, estraneit, conflitto, disperazione,
incertezza, imprevedibilit, cambiamento... e sento oggi le stesse parole, o
quasi: rifiuto, rivolta, incomunicabilit, estraneit... Parole che mal si
adattano alla routine della vita.
Ormai lontani da quella terra, continuiamo a sognarla come un campo da
esplorare, forse da occupare e, invece, essa deve rimanere Terra di Nessuno,
di Leoni o, almeno, di animali selvatici che non vogliono appartenere a
nessuno.
E noi parliamo, parliamo, facciamo i democratici, i protettori del Naturale e
del Selvaggio, i rispettosi delle altrui libert e delle altrui scelte, del
diritto di maturare autonomamente e giudichiamo, giudichiamo...
Dentro di noi, invece, c'e l'istinto paterno, normalizzante, che addomestica.
Lasciamo, dunque, che i Leoni vivano le loro contraddizioni, perch
l'adolescente di oggi, come quello di ieri,  colui che interiorizza, una per
una, le figure guida che incontra,  colui che elabora schemi di comportamento
sui modelli che gli vengono proposti e che condensa nella sua crisi di
sviluppo il film della sua storia.
Egli  l'immagine di noi stessi, e il rapporto con lui non pu che risvegliare
i pi o meno sopiti conflitti della nostra gioventche ci porta a valutare il
presente con gli occhiali del nostro passato. Offriamogli allora quel filo di
protezione che lui desidera, pur rifiutandolo, e nello stesso tempo
specchiamoci nei suoi occhi per scoprirvi i nostri torti, le nostre ragioni,
le risposte tardive ai nostri perch.

Amelia Paparazzo.
nata a Catanzaro l'8 agosto 1946
iscritta per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B
(Registro generale dell'anno scolastico 1961/1962)

Forse perch abitavo
al centro della citt o forse perch l'edicola dei miei genitori era posta
proprio di fronte al liceo, prima ancora di iscrivermi, i docenti e gli
studenti del liceo classico "Galluppi" mi erano noti, ne conoscevo vicende e
problemi. Allora, comunque, la vita della citt si intersecava con quella del
liceo: la collocazione stessa dell'Istituto nel corso principale permetteva e
favoriva un rapporto continuo fra liceo e citt. Cos alcuni momenti della
vita degli studenti divenivano motivo di commenti, i pi vari, da
parte di quanti di quell'istituzione scolastica non facevano parte. Venivano
raccontati, con pi o meno simpatia, le malefatte degli studenti, gli
scherzi da essi organizzati. Si conoscevano i bravi e i perturbatori, chi
era stato sospeso e per quanto e chi si era maturato con tutti dieci
(Eugenio Ripepe, ad esempio).
La stessa uscita dei ragazzi dal liceo era divenuto un momento rituale per la
citt: genitori, amici, fidanzati, ex liceali, curiosi, ecc., prendevano posto
dalle dodici e un quarto alle tredici meno venti davanti al portone
dell'Istituto.
E cos, in maniera del tutto naturale, cominci anche per me l'esperienza del
liceo. La mia sezione era la B. Allora la A e la B erano le sezioni migliori
aperte ovviamente ai figli della buona borghesia cittadina e delle famiglie
pi in vista, anche se con qualche eccezione.
I primi due anni, quelli del ginnasio, furono noiosi e deludenti. Le ore
sembravano non passare mai fra la voce monotona della professoressa di lettere
e le estrazioni con la tombola per le interrogazioni del professore di
matematica (introdotte con nostra angoscia successivamente anche dalla gi
citata professoressa).
Gli unici momenti di distensione e di divertimento erano costituiti dal
passaggio di qualche topo nell'aula e dall'espressione di circostanza che la
professoressa di lettere era costretta ad assumere per nascondere il suo
visibile imbarazzo. Eravamo stati messi in un'aula vicino a quello che
ottimisticamente si chiamava gabinetto di fisica, al di fuori dei locali veri
e propri del liceo: ci sentivamo cos separati dal resto dell'Istituto e dagli
stimoli che esso sembrava offrire. Solo la squadra di pallacanestro
riusciva ad avvicinare me e qualche altra ragazza della IV B alle pi grandi
della scuola. La nostra squadra era forte e con buone tradizioni di vittoria
nei vari campionati femminili provinciali e regionali; l'avversaria di sempre
la squadra composta dalle ragazze del liceo scientifico. Vincemmo ancora una
volta il campionato regionale e la nostra foto fin incorniciata nella stanza
del preside Cancellieri, il quale negli anni successivi ogni qualvolta andavo
in presidenza mi guardava meravigliato e mostrandomi la foto mi diceva:
Quella sei tu, e rideva.
Incontravo spesso allora, dentro e fuori il liceo, Gianni Amelio. Gianni
frequentava la III A ed era una delle eccezioni ammesse a frequentare le
classi destinate alla formazione dei figli della Catanzaro-bene. Avevo avuto
modo di conoscerlo all'edicola dove mio padre gli aveva dato l'autorizzazione
a sfogliare le terze pagine e quelle dedicate al cinema di tutti i quotidiani.
Si aggirava per il liceo e fuori sempre in compagnia di Nino Siciliani
(non ho mai capito cosa legasse quelle due persone, l'uno estroso e
imprevedibile, l'altro metodico e ben educato). Gianni proveniva da
un paesino del catanzarese, aveva pochi soldi e modi il pi delle volte
bruschi. Amava il cinema (Gianni  ora regista apprezzato: il suo Piccolo
Archimede  stato premiato al Festival cinematografico di San Sebastiano
in Spagna e l'ultimo suo film Colpire al cuore ha avuto molti riconoscimenti)
e tutto ci che di esso faceva parte, ed era
innamorato, allora, di mia sorella Francesca, che per i lunghi capelli biondi
e la voce un po' afona ricordava i personaggi femminili dei films di
Michelangelo Antonioni. Canticchiava sempre, a bassa o ad alta voce a seconda
del suo umore, la canzone Brigitte Bardot e mi dava in prestito le
sceneggiature di molti films - diceva lui fondamentali - che non potevo
vedere perche vietati. Un giorno, quando io gi facevo il primo liceo e Gianni
si era iscritto all'Universit, venne nella mia classe quale docente - aveva
avuto una supplenza in storia dell'arte - e, fra l'ironico e il divertito, ci
illustrava dipinti e prospettive con commenti che a dir poco disorientavano e
scandalizzavano i pi e facevano ridere quanti gi lo conoscevamo.
Il liceo, quando ci arrivai, mi apparve molto differcnte dal ginnasio. Era
tutto un altro mondo: continuo movimento nei corridoi, gabinetti che si
riempivano costantemente di fumo, ragazze, le pi grandi, con indosso
grembiuli neri pi o meno aderenti o ricchi e sapientemente sbottonati, liti
interminabili con Rosina la bidella della palestra.
Non ritrovai nel primo liceo molti dei compagni del ginnasio: la classe era
formata da elementi molto vari per provenienza ed esperienze passate.
All'inizio non ci capimmo neanche molto e stentammo a decollare. Non eravamo
una classe particolarmente studiosa, n c'era fra noi qualcuno che potesse
presentarsi come il bravo tout-court: c'era chi emergeva in greco e latino e
chi in filosofia, chi sapeva tutto di chimica e chi di matematica o italiano o
chi con molto coraggio studiava sufficientemente tutte le materie. Il primo
impatto col professore di filosofia, Giovanni Mastroianni, lo ricordo come
disastroso: spesso il professore si lamentava di noi dicendoci che mai si era
trovato di fronte una classe cos distaccata e disincantata. E disincantati lo
eravamo davvero. Non eravamo la classe di bravi a cui il professore si era
abituato; nessuno di noi si sognava di emulare le gesta e i successi
di una Butera, di una Infelisi, di un Domenico Corradini o di Bruno Sirianni;
n eravamo la classe dei cosiddetti perturbatori e chiassari. Raramente ci
assentavamo, ma come per tacito accordo alcune discipline erano da noi
rimosse, su altre ci impegnavamo senza per mai strafare.
Io ero seduta al primo banco dalla parte laterale della cattedra e avevo una
visuale d'assieme dei miei compagni: Jasmine Aprile che sembrava sempre per
sbaglio seduta dietro un banco; Maurizio Placanica che parlava imitando alla
perfezione la voce e i gesti del professore di italiano; Sergio Bruni, sempre
in preda al fervore mistico della militanza cattolica, che riusciva a
riconquistare se stesso solo in presenza di Mastroianni; Dino Vitale che,
costantemente allungato su un banco, alzava la mano stancamente anche quando
doveva dire cose interessanti (la barba che con tenacia cercava di far
crescere sul suo viso destava sempre l'ira del professore di filosofia); e
cos via. I tempi stavano cambiando e con essi la citt, il liceo e noi; la
dimensione politica faceva irruzione nella nostra vita quotidiana, nei
discorsi di tutti i giorni.
Il terzo liceo fu un anno abbastanza denso di avvenimenti. Alcuni erano
riusciti finalmente a conquistare la fiducia del professore Mastroianni, la
classe si era arricchita di altri elementi fra cui Carmine Donzelli e
Gaetanino Lamanna, un nuovo preside, Guma, dirigeva il liceo, due nuovi
professori erano arrivati, la mia compagna di banco attese un bimbo.
Gi in secondo liceo si era verificato un caso analogo nella nostra classe:
Pucci si era sposato ed era divenuto padre continuando normalmente a
frequentare la scuola.
L'anno successivo per la situazione si presentava al giudizio dei ben pensanti
in forme pi scabrose: era una donna-alunna ad aspettare un figlio, le
condizioni di futura maternit sarebbero state sempre pi visibili, e cos via.
La decisione, si pens da parte del consiglio dei professori, spettava in
ultima analisi alla classe e fu delegato don Giorgio a mediare un eventuale
dibattito-scontro delle diverse posizioni che potevano fra di noi emergere.
Non ci furono n scontri n dibattiti aspri: la nostra posizione unanime fu
che bisognava ammettere in classe la ragazza cos come l'anno prima era stato
ammesso il ragazzo. Il tutto fin l. La nostra compagna ricominci a
frequentare le lezioni; il mio ed il suo banco ebbe progressivamente bisogno
di pi spazio, mentre quello di Gaetanino, dietro di noi, fu sempre pi 
sacrificato.
In compenso per Gaetano veniva confortato dall'apporto di Dino che gli si
sedeva vicino e spesso intonava per noi tre - durante l'ora di matematica - la
Cavalcata delle Walkirie con sottolineatura dei fiati e dei tamburi.
Quell'anno scoprimmo anche la storia dell'arte. Era stata una tradizione degli
studenti liceali quella di relegare la storia dell'arte al livello della
religione e dell'educazione fisica e i vari docenti della disciplina a questo
stato di cose si erano sempre adeguati. E anche per noi, in prima e in seconda
liceo, le ore di storia dell'arte erano di tutto riposo e dedicate al nostro
privato. In terza per arriv un'anziana signorina bionda, non so pi da quale
regione d'Italia, gentilissima e intelligente. Ci disse fin dalla prima
lezione che Longhi era stato il suo maestro e che lei ne seguiva in pieno
metodi e criteri interpretativi. Mi stup e incurios molto il fatto
che dichiarasse di far parte di una scuola in una situazione in cui la
neutralit del giudizio ci veniva presentata come la forma pi scientifica di
apprendimento. Alcuni di noi decidemmo di seguirla. Ben presto per la
signorina Leli, cos si chiamava, si rese conto della nostra scarsa conoscenza
della storia dell'arte e cerc di aiutarci - in vista degli esami -
introducendoci e spiegandoci temi che si riferivano ai programmi degli anni
passati. Suscit ancor di pi il mio interesse quando dopo aver visto
Giulietta degli spiriti di Federico Fellini venne in classe entusiasta
invitandoci a vedere il film e spiegandoci a quali pittori (Cavallina, Bosch)
il registra si era ispirato per la creazione di alcune scene.
Quell'anno fu anche caratterizzato da una lunga contestazione nei confronti
della nuova professoressa di greco e latino che non solo conosceva poco le
discipline che insegnava, ma aveva l'abitudine di pontificare dalla cattedra,
di esprimere giudizi avventati e di proteggere un nostro nuovo compagno (che
si era portato dietro da non so dove), suo amico, a dir poco limitato, ma
geniale secondo lei in greco e latino.
Ci furono numerose riunioni fra di noi, furono decise azioni di ostruzionismo e
scioperi bianchi, investimmo gli altri docenti e il preside, minacciammo
articoli sui giornali. Il tutto si concluse con una mediazione del preside
Guma che, convinto delle nostre ragioni e per non far perdere il posto alla
docente, propose a noi di ignorarla e a lei di non pretendere alcunch da noi,
promettendoci di far presente alla futura commissione degli esami di maturit
la situazione in cui eravamo venuti a trovarci.
Andammo quasi tutti a lezione privata di latino e greco.
Arrivammo cos anche noi agli esami di maturit. E poi, ci disperdemmo, come da
sempre avveniva, nelle varie sedi universitarie. Rincontrai ben presto alcuni
dei miei compagni l'anno successivo (maggio 1967) a Firenze nella
manifestazione che segn la nascita del movimento studentesco in campo
nazionale; a organizzare un gigantesco sit-in in piazza del Duomo c'eravamo
proprio noi, gli ex liceali di Catanzaro, io, alcuni miei compagni, ma anche
molti che prima di noi si erano maturati, Mario Alcaro, Franco Piperno, tutta
la famiglia Sirianni (Bruno, Gloria, Paolo, Maria Teresa), Giulio Iannuzzi,
Francesca mia sorella, Piero Bevilacqua, ecc. Il '68 si avvicinava e quanti di
noi frequentavano stabilmente le sedi universitarie erano sempre l, di fronte
al portone del liceo - con un atteggiamento diverso per - a distribuire
volantini contro la scuola di classe, per il diritto allo studio,
contro la guerra nel Vietnam.

Bonaventura Zumpano.
nato a Catanzaro il 2 gennaio 1947
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. E
(Registro generale dell'anno scolastico 1961/1962)

Vides ut alta stet nive candidum
Scavalcando l'inciampo alla base della pusterla, aperta nel pesante portone di
legno, entrai, e per un lungo istante gli occhi mal s'adattarono alla chiusa
penombra, dopo la luce vibrante di quella mattinata di primavera.
Mi accostai d'istinto alla pi vicina parete, e la mano carezz l'alto zoccolo
di destra, quasi a cercarvi con le dita i disegni ad encausto imitanti le
marezzature d'un improbabile marmo brecciato, che in tempi lontani i miei
occhi avevano sfiorato ogni volta con rinnovato stupore, intravedendovi sempre
nuovi profili di ninfe, draghi, ippogrifi ed altre figure mitologiche, uscite
dagli incubi notturni per mal digerito poema di turno, ma molto pi vive delle
illustrazioni dei libri di testo.
Sentii battere pi forte il cuore, e non gi per la breve salita che porta
all'atrio.
E prima di affrontare l'altra rampa per l'aula del secondo piano, indugiai a
placare la piena di emozioni e ricordi che urgeva alla mente ed al cuore,
accompagnata dall'effluvio di minestrone che, da sempre, avvolse di
rassicurante ospitalit generazioni di convittori: hospes comesque, ancora una
volta. E quasi a misurare il diramarsi di corridoi e di scale, mi accostai,
senza varcarla, alla vetrata che accedeva alla segreteria ed alla presidenza,
imponente solo nei miei ricordi, e mi fermai a rileggere le lapidi che
affidano per l'eternit, ad edificazione dei posteri, a borchie consunte di
bronzo il ricordo di figure austere, indimenticabili maestri quale Nobile
Accettella (Carneade, chi era costrui? Mi sovvenne ancora una volta, con una
sfumatura di vacuo compiacimento, la lezione manzoniana). L'eco ovattata di
passi lontani proveniente da qualcuno dei tanti ambulacri, m'indusse ad
abbandonare frettolosamente il posto: un solo impellente motivo potendo
spiegare (senza convincere) agli occhi di chiunque quel mio circospetto
sostare in un angolo semibuio... E per associazione di idee - vero volo
pindarico -, nel passare davanti alla porta che conduce al disadorno cortile,
solitamente preferito alla palestra coperta nelle ore di ginnastica, lo
sguardo and alla ricerca di quel mal pertugio che, in un lontano mattino
d'aprile mi fu comodo ritenere un reperto, ancora funzionante, d'et imperiale
vespasiana. E qual fu allora la divertita mia meraviglia nel vedere,
poco dopo, in quella giornata senza nuvole e senza pioggia, riemergere
dagl'inferi di quei locali caldaia, madido grondante per l'inatteso acquazzone
un incazzatissimo cuoco! Ed ancor pi spassosa la convinta difesa d'ufficio
dell'inconsapevole quanto inflessibile professor Calaminici, al suo ritorno
dalla galeotta telefonata, per negare l'evidenza, mentre io fra me e me
escludevo che quell'incolto si sarebbe potuto appagare dello splendido
accostamento con Pindaro: riston est t men iudor... ottima  l'acqua e
l'oro scintillante come il sole..., con l'altro ammonimento:
Pindarus quisquis studet aemulari che in quel momento mi ispirava.
E quella maschera (persona, soleva appresso a Fedro richiamare il buon Ciccio
Tallarico) ancora in un'altra circostanza m'era apparsa in tutto l'originario
significato drammatico della parola quando, a mezzo di un giorno stregato,
un vassoio di quaranta e passa polpette ancora fumanti si dissolse nel nulla,
quasi sotto i suoi occhi.
A noi sembrava rivivere una delle tante imprese galliche, a danno delle
salmerie nemiche (intercldere hostes commatu...).
Guadagnai immalinconito il piano superiore ov'ero atteso, e mi unii al resto
della commissione esaminatrice; ma per tutta quella giornata una strana
sensazione m'accompagn nel giudicare i compiti di aspiranti all'insegnamento,
quando ogni angolo di quel luogo mi pareva ancora teatro di tanti ricordi, nei
quali il mio ruolo si svolgeva costantemente dall'altra parte del tavolo.
Nei giorni a venire, per diversi mesi, ogni mattina avrei ripercorso quei
corridoi con ritmi scanditi come ai vecchi tempi, sol meravigliato di non
sentire il lento passo del pi veloce Alfieri, il suo vanto antico di aver
servito in cavalleria, e le tante volte che aveva alternato nel maneggio le
figure a terra, a cavallo - a terra, a cavallo, mentre il
destriero procedeva al piccolo trotto. O le vanterie meno cavalleresche
dell'altro bidello, il corposo Mercurio di quando, volontario nell'Africa
Orientale Italiana, soleva cogliere (a suo dire) sull'alto di palme
ondeggianti, fior di negrette in fiore...!
Altre volte, meravigliato di non sentir le grida del vice preside, il
professor Salvatore Morello, (pulizzativi 'u mussu!  l'intimazione che mi
aspetterei ancor di sentire dalla sua ombra!) per la supposta inefficienza dei
collaboratori. E provai ancora un tuffo al cuore al ricordo del rituale che
precedeva l'interrogazione di matematica, affidata al sorteggio dei numeri
della tombola: il rumore di quelle pedine agitate sadicamente prima
dell'estrazione entro una vecchia scatola di latta litografata (che in
tempi felici aveva contenuto pregiato theobroma, come inequivocabilmente
mostrava l'effigie dei due vecchi intenti a sorbire quel nettare degli Dei) mi
raggelava non meno del gracchiare del CORVO di Poe. Il malcapitato di turno
veniva apostrofato, senza scampo, con termini botanici che, nel parlar comune,
suonavano come finocchi di timpa e che nei casi pi disperati invadevano il
regno inanimato minerale, diventando cuticchie di jiumara, riferendosi a
quei detriti geologici che abbondano nel letto del Corace. Qualche spirito pi 
intraprendente fece sparire, un giorno, dalla scatola infernale i numeri 33 e
34, per come ebbe ad accertare la ricognizione della sua gentile consorte, ma
per fortuna di Mimmo Vasapollo e mia non pot asseverarsi a quale classe si
dovesse addebitare l'ammanco.
Perdurava ancora ai miei tempi (era l'inizio degli anni sessanta) il mito della
Sezione A, guardata con invidia ed ammirazione, ed alla quale, dopo due anni
di dissoluzione in altra sezione, ottenni, non senza fatica, di essere
trasferito, per libare tra i privilegiati (e figli di pap) alle incontaminate
sorgenti del sapere.
Fui cos affidato ai pi prestigiosi docenti del pi prestigioso liceo di
Calabria, che si pregiava di essere ospitato nelle antiche mura
dell'altrettanto glorioso Convitto Nazionale, anche se l'uno e l'altro
ridimensionati dall'inarrestabile fioritura di nuovi licei e convitti, anche
dove prima, a stento, avresti trovato una scuola dell'obbligo.
Quanto a condiscepoli, onestamente debbo ammettere nessuna sostanziale
differenza tra quei figli di pap e quelli del secondo ceto che avevo
sdegnosamente lasciato (in serie E). Talvolta,  vero, affiorava qualche
frivolezza favorita dal censo maggiore, cui non sempre corrisponde un pari
esprit de finesse. Mi tornano cari alla memoria, tra gli altri, il povero
Nicola Iozzo (la cui spensierata vitalit si sarebbe infranta, dieci anni or
sono in terra di Toscana in un incidente ferroviario) e Mimmo Vasapollo, fido
e scanzonato compagno di banco, Ciccio Benincasa, Rino Mazzuca e Renato Rubino,
tutti oggi valenti professionisti.
Ed ancora Luciana Repici, che dopo tre anni di cattedra in condominio col
professore Galiano quale sua assistente, ne ha ora, mi dicono, finalmente
una - tutta sua - di filosofia antica nell'ateneo di Torino; o la brillante
Maria Giovanna Riitano e l'ottimo Ugo Fantasia, entrambi docenti universitari;
e Serenella Siciliano, Rossana Pittelli e la conturbante Liana Rabissi (le cui
scollature - altro che rondini! - annunciavano quelle lontane primavere); o
infine il problematico e tenebroso Paolo sirianni ed il mite Giovanni Zafarana
al quale, giuro, mai facemmo pesare il grave handicap d'esser figlio
di Sua Eccellenza il Prefetto di Catanzaro... Prossima al Galluppi, in vico
III San Giorgio, la casa dei miei nonni materni era nostro punto abituale
d'incontro: vi convenivano amici anche di altre classi (soprattutto del
corso C col quale, a quei tempi, noi della A avevamo stretto una sorta di
gemellaggio, fervido e tenace) tra i quali Pierino Bevilacqua e Raffaele Teti.
sin d'allora Bevilacqua, oggi docente alla Sapienza, mostrava la
predestinazione ad una vita di studi e di ricerca: covava con gli occhi una
fiammante enciclopedia regalatami da mio nonno in quarta ginnasiale, e sovente,
nella stanza pi riparata di quell'antica casa (che un tempo dava liberamente
sulle mura occidentali della citt fin sulla Torretta) si appartava ad
assecondare la sete inestinguibile di conoscenza e di approfondimento.
Per tutti, zia Ninna serviva una tazza, sana e ristoratrice, di orzo appena
torrefatto.
L'odore di quell'umile surrogato non era disdegnato neanche dallo
sciampagnun Raffaele Teti (oggi pugnace consigliere comunale della nostra
citt e docente nella facolt giuridica pisana) che conveniva con egual
trasporto a quelle riunioni dove si decidevano i destini di un fine settimana
o una salata estemporanea.
Ad una certa ora ci attendeva per il tradizionale passeggio il Corso,
allora meno soffocato dagli scarichi di tante auto, momento di aggregazione ed
occasione per dibattere quegli interessi culturali e sociali che nelle ore di
scuola potevano aver trovato meno spazio: volavano discorsi alati,
abbondantemente infarciti di Hegel, Croce e Marx; alla fine, comunque, tutti
d'accordo attorno alla coddara ribollente della signora Grillo, ad
assaporare (con frequenti bis) un ardente morzello e, pi tardi, dulcis in
fundo, alla pasticceria Colosi per un inebriante bab.
Nelle giornate pi tetre, invece, cinema a passoridotto. Un vecchio proiettore,
rumoroso e traballante, restituiva sul muro, in bianco e nero, le mute
immagini di quella irripetibile, effervescente et dell'oro che andavo
fissando per sempre su metri e metri di pellicola Ferrania, con una Bolex
regalatami da mio padre.
Frammiste alle sequenze di ordinaria quotidianit, si susseguivano scene
mirabolanti nel gabinetto di fisica (dove il professore Morello sperimentava
come un uovo sodo, immerso in acconcia soluzione salina, inconfutabilmente
galleggi) ed altre ancora, come l'annuale corsa campestre o lo sciopero per i
caloriferi spenti, e quelle, storiche, del primo comizio del professore
Michele Riolo, in una piazza Grimaldi strabocchevole di attenzione.
Fu proprio durante il mio primo anno di liceo che il professore Riolo (ora
tornato all'insegnamento in Roma dopo aver per tanti anni presieduto
autorevolmente il Regina Elena) fece il grande passo, gettando alle ortiche
gli austeri panni del docente. Per celebrare la sua ascesa al seggio di eletto
al consiglio municipale, Lillo Pavia ed io improvvisammo, in un passabile
volgare del Trecento, una ballata che chiudeva fervidamente la volta col
pistolotto:
Or ch'in Sancta Clara hai skanno
Scior di li cataci casi senza danno
Et schole, regulatore urbe et aque ductu
Chi da Kalende greche esta ruptu!
Due anni pi tardi, nella terza liceo, quel professore ci avrebbe
impietosamente abbandonati, privandoci di uno dei migliori e pi stimati
docenti.
Non ci lasci mai, invece, neppure per un giorno, il professore Federico
Procopio, del quale, invero, soprattutto dopo l'uscita dai banchi di scuola ho
iniziato ad apprezzare la profonda umanit del sapere e la ricchezza di
connotazioni della cultura. In quegli anni, forse, prevaleva in noi la
soggezione evocata dal nome di Procopio di Cesarea, tanto legato ai terrori
della guerra greco-gotica...
E pare ch'egli non fosse alieno dall'alimentare segretamente quelle nostre
paure, come avrebbe poi confidato a qualcuno, misurando da consumato attore gli
effetti dello studiato cipiglio e del severo incedere, al suo ingresso - come
in iscena - nell'aula sorda e grigia in trepida attesa.
Se ora mi sorprendo a scandire metricamente una strofa alcaica, o uno scazonte,
ovvero un ipponatteo (secondo gli umori...) trovandone un intimo inesprimibile
appagamento, e a lui che lo debbo, al miracolo della sua burbera figura e dei
toni vocali che, abbandonati i consueti timbri perentori, a noi tanto ingrati,
si faceva d'un subito dolcissima...
Vides ut alta stet nive candidum
Soracte, nec iam sustineant onus
silvae laborantes geluque
flumina constiterint acuto.
Ero ormai laureato, quando mi capit fra le mani un grosso volume del
professore Vincenzo Recchia, che per tanti anni dal vicino Istituto Salesiano
era venuto al nostro Galluppi da commissario per la maturit, sul Carmen de
luna di Sisebuto da Toledo. Le pagine erano fitte nella minuta e meticolosa
scrittura, per le innumerevoli chiose a margine che il professore Procopio
aveva annotato, preparatorie ad una sua dotta recensione (apparsa sulla bella
rivista Regione Calabrese che tra i suoi condirettori annoverava una folta
schiera di ex allievi del Galluppi: Roberto Trovato, Nino Gimigliano,
Augusto Placanica, Franco Scalzi, Pier Paolo Colosimo, Luigi Tranquillo, per
ricordarne solo alcuni).
E quanta padronanza dell'argomento - che in realt  accessibile solo ad una
ristretta aristocrazia della cultura - e quanta dottrina erano racchiuse in
quelle dense sue annotazioni!
Mi sono quasi fatto uno scrupolo di avere talvolta eluso una non prevista sua
qualche interrogazione, con improvvisati colpi di scena, alla maniera
plautina (sinanche simulando la prematura scomparsa di un caro zio...
inesistente), o per non avergli, magari, voluto dar conto di cose molto pi 
doverose e piacevoli, le vicende del Miles gloriosus o quelle
dell'Amphitruo...
Ancora pi grato m', forse, il ricordo del professore Ezio Galiano di quando
fingeva non accorgersi della nostra commedia per scansare un'interrogazione
non desiderata quando, con interesse peloso, gli sollecitavamo
l'approfondimento del problema gnoseologico o dell'ecceit o
dell'empirio-criticismo, oppure ancora, quando ripiegavamo a colpo sicuro
sulla questione dei Balcani, che finiva per impegnare l'ora intera di lezione.
Anzicch rilevare la nostra sfrontatezza, ci assecondava nelle richieste,
elevandoci in regioni dello spirito dove - a dirla con Heidegger (se mal non
ricordo) - l'uomo  unico e solo nel silenzioso universo.
Maestro di vita quant'altri mai fu egli per noi, e ricordo ancora un giorno di
primavera del nostro secondo liceo quando, dopo aver conclusa l'ardua fatica di
farci intendere l'estetica e la dialettica trascendentale della Ragione pura,
introdusse la Ragione pratica. Avverto ancora la vertigine delle altezze cui
ci sollev nel dissertare sulla norma che in uno ci fa liberi ed uomini, su
come il filosofo di K"nigsberg non la faccia derivare da una metafisica
ascientifica, n la voglia grazioso dono elargito sul Golgota dal Dio
crocifisso, ma ne cerchi il saldo fondamento nella coscienza.
Un silenzio assoluto era nell'aula, come sempre quando sentivamo che la lezione
lo avrebbe particolarmente impegnato, allorch esord con una quartina di Omar
Kayyam (il musulmano poeta che nel Medio Evo la Persia aveva dato alla poesia
universale):
L'anima mia mandai negli alti spazi,/ i misteri a svelar del mondo eterno/
ed ella a me torn cos dicendo:/ "io sono il paradiso io son l'inferno;.
Le parole erano di quel poeta, ma la voce, incrinata da tanto sofferta
condizione esistenziale, era la sua, mentre creava immagini nuove in cui
risuonava l'eco delle battaglie che, nell'ombra, nell'incertezza, nel dubbio,
aveva dovuto sostenere per liberarsi dai giudizi di plauso o di biasismo: e a
noi preannunziava le lotte che ciascuno, nella luce della consapevolezza della
legge morale, avrebbe dovuto affrontare per conquistare se stesso e non
dipendere dalle perdite o dai guadagni contingenti.
Con commozione mista ad orgoglio, ebbi modo pi di recente di leggere, in
anteprima, una sua commemorazione del vecchio liceo Galluppi.
Fu nello studio dell'avvocato Gimigliano (che con Pier Paolo Colosimo
coordinava e curava la parte redazionale del volume di immagini e brani
letterari Cara Catanzaro), che una grigia serata d'inverno mi s'illumin
davanti a quel suo gesto d'amore.
Uno strano contrasto faceva la prosa, scintillante e struggente di eleganza
antica, del mio vecchio professore, con la moderna scrittura della stampante
ad aghi...
Quel suo scritto, che figura tra i pi belli dell'intero volume dedicato alla
nostra citt, anticipava l'impegno assunto di rendere omaggio al nostro
glorioso liceo, che ora scioglie col presente florilegio fatto dei nostri
ricordi di giovinezza e di scuola per un libro di memorie o, forse, di
storia.
Anch'io avrei avuto il privilegio d'esser chiamato dall'antico professore e,
con prontezza, rispondo ora a quest'ultima interrogazione: questa volta sui
miei ricordi di scuola.
Quando ci siamo per l'occasione rincontrati, a distanza di tanti anni segnati
da mille vicende che hanno fatto maturare e forse un po' inaridire il
fanciullo di ieri che sedeva al terzo banco della sezione A, il mio sguardo
(che s'era rinfrancato nel cogliere nel suo i segni d'una imperitura vivacit
giovanile) si sofferm sul capo ormai imbiancato, ed il pensiero vol allora
alla cima innevata del monte cantato dal Poeta, mentre il mio animo scandiva
metricamente, forse per fugare una lagrima...
Vides ut alta stet nive candidum / Soracte....

Raffaele Mazzotta.
nato a Catanzaro il 29 Luglio 1947
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1960/1961)

Non posso esimermi
dal confessare che, dopo aver ricevuto la sua cortese ed affettuosa missiva con
la quale chiedeva anche a me di ricordare per iscritto qualcosa degli anni
trascorsi sui banchi del Galluppi, ho molto esitato.
Alieno dalla retorica, ho temuto di scivolare inevitabilmente in una facile
rievocazione nostalgica e commemorativa. Preferisco, quindi, con molta
semplicit, rammentare il suddetto periodo della mia giovinezza essenzialmente
come anni di serio e gravoso impegno nello studio e posso obbiettivamente
riconoscere di essermi reso conto, per la prima volta nella mia esistenza,
frequentando le austere aule del Galluppi, che, per ottenere effettivi e
validi risultati, occorre un costante sacrificio personale. E, in tal senso,
la mia mente corre subito alle tante ore di lezione, nonch a quelle trascorse
sui libri. Come pure, nonostante l'impegno profuso nello studio, non posso
dimenticare la trepidazione che mi prendeva allorquando stavo per
essere interrogato da docenti affettuosamente severi, quali i professori
Procopio e Riolo, ed anche da lei, caro professore Galiano.
E soprattutto ricordo come voi docenti vi sforzavate di infonderci la capacit
di recepire non gi in modo meramente passivo i vari insegnamenti, e di farci
acquisire un idoneo senso critico tale da consentirne un'assimilazione
connessa alla riflessione ed all'approfondimento personale. Elementi questi
che sono, poi, l'essenza della vera maturit.
Ma i miei ricordi degli anni del ginnasio e, successivamente, del liceo non si
limitano a questo.
Non posso, infatti, dimenticare i numerosi e vari compagni che ho avuto accanto
in quegli anni e le ore di gioiosa esuberanza giovanile trascorse con loro.
E balzano immediatamente alla mia memoria immagini di amici carissimi quali
Fabio Blasco, Sas Iofrida e, in particolar modo, Franco Mastroianni.
Di quest'ultimo, del caro Franco, prematuramente scomparso durante gli anni
del ginnasio, mi sia consentito sottolineare l'acutezza d'ingegno e
l'eccezionale maturit, permeate, peraltro, da un allegro entusiasmo in cui
la giovanile gioia del presente era la sicura premessa di un futuro che
sarebbe stato, per lui, certamente prodigo di soddisfazioni.
Futuro che, invece, un avverso destino gli precluse.
Ed infine desidero esprimere la mia commozione perch, mentre stendo questo
breve ricordo, mio figlio Giuseppe siede, quale studente ginnasiale, su quegli
stessi banchi e rinnova, nello spirito della continuit familiare e con il
medesimo impegno, quella mia felice esperienza.

Raffaele Teti.
nato a Catanzaro il 9 agosto 1947
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B
(Registro generale dell'anno scolastico 1960/1961)

La voce tonante
di Mercurio, il bidello (da noi soprannominato con crudele ironia - era
infatti zoppo - come l'omonima divinit: l'alatO messaggero degli dei) che
apostrofava i ritardatari: Entrati dentro, vacabondi!!! segnava l'inizio
della giornata scolastica. Cinque lunghissime, interminabili, ore che noi
avremmo saputo (o pensavamo di essere in grado di) utilizzare meglio.
A distanza di tanti anni, ormai sono venti, dalla fine degli studi liceali mi
chiedo ogni tanto dell'utilit di quelle ore trascorse ad ascoltare (o a
parlare quando interrogato) di Callimaco e di Properzio. Sarebbe forse stato
pi opportuno, invece del latino e del greco, apprendere bene l'inglese senza
la conoscenza del quale oggi  problematico anche aprire una lattina di birra;
o forse quelle ore sarebbero state utilizzate meglio per acquisire quelle
conoscenze tecnico-scientifiche che oggi mi permetterebbero di avere
dimestichezza con le nuove tecnologie alle quali guardo con un misto di
stupore e di imbarazzo?
Non riuscir mai a dare una risposta a questa domanda - avrei bisogno di una
seconda vita per verificare l'esattezza dei miei dubbi -; so soltanto che la
scelta di fare il Liceo era, per un giovane della mia generazione che avesse
un poco di ingegno ed una dose sufficiente di ambizione, una scelta obbligata.
Gli studenti erano divisi in due categorie: quelli del Liceo (ovviamente
classico) e gli altri considerati quasi una razza inferiore non avendo
accesso, come noi, a tutte le facolt e destinati, quindi, ad un futuro
professionale modesto. E poi, senza latino e senza greco, gli altri erano,
nella nostra considerazione, quasi dei sub-normali.
Studiare al Liceo (ovviamente classico, il liceo scientifico era una scuola
di serie B) era di per s segno di distinzione sociale ed intellettuale.
Naturalmente la nostra spocchia di liceali era ripagata con adeguata moneta:
per gli altri eravamo quei figli di pap del Liceo, sprovveduti, incapaci
di affrontare la vita ed anche ricchioni (s, cari amici della sezione C,
che eravate considerati un po' i paria del Liceo e che gratificavate noi della
sezione A con gli stessi epiteti- figli di pap e ricchioni - anche voi
eravate accumunati agli occhi degli studenti degli Istituti tecnici a noi
della sezione A...).
Ma ritorniamo alle ore di scuola.
Il ricordo va anzitutto ai professori. Ve ne erano di bravi e di meno bravi (di
qualcuno ho sospettato che fosse pi ignorante di noi studenti...) e noi
studenti comprendevamo subito il valore del docente che ci stava dinnanzi: ,
infatti, regola generale, - che ho avuto tante occasioni di verificare da
studente e da docente - che il professore pu sbagliare nel valutare gli
studenti, ma gli studenti non sbagliano mai nel giudicare i propri professori.
Potrei dilungarmi a ricordare i professori bravi, quelli che mi hanno insegnato
tante cose (e soprattutto il gusto di studiare con rigore, di non dare mai
nulla per scontato), potrei ricordare lezioni che ancora oggi ricordo, ma
sarebbe inutile: i miei ideali interlocutori conoscono personalmente questi
professori, se ancora in esercizio, o ne hanno certamente sentito parlare. Mi
preme piuttosto evidenziare una circostanza: gli anni durante i quali
frequentavo il Liceo erano gli anni che immediatamente precedettcro i tempi
della grande contestazione (ho conseguito la maturit classica nel 1965, tre
anni prima del fatidico 1968). E non credo di sbagliare se affermo che,
confusa ed incerta, non espressa mai chiaramente, negli anni del mio Liceo
spirava gi aria di contestazione che si manifestava con un senso di
profonda irrequietezza, con la voglia di discutere su tutto di giudicare e
criticare anche (anzi soprattutto) gli insegnanti che provenivano dall'alto di
una cattedra. E debbo riconoscere a distanza di tanti anni che di fronte a
questa nostra irrequietezza i nostri professori (quelli bravi, ovviamente)
non si comportarono mai da vecchi tromboni, non opposero mai alla
nostra voglia di discutere (e criticare) un atteggiamcnto di chiusura
dogmatica. Anzi non solo accettarono il dialogo (quante volte il professor
Galiano dedic le sue ore di lezione a discutcre, anche vivacemente, con noi
di politica e varia umanit?), quanto ci fornirono indicazioni importantissime
per guardare in maniera non certo tradizionale le materie di studio. Non posso
non ricordare che la prima volta che scntii parlare di Freud e della
psicanalisi ne sentii parlare da Michele Riolo durante una lezione di
letteratura italiana; che il professor Procopio - che sembrava cos
tradizionalista, preoccupato com'era dell'esatta coniugazione e declinazione
dei verbi e delle parole - ci consigliava sovente letture (ma purtroppo i suoi
consigli spesso cadevano nel vuoto) e tra queste quanto di pi moderno, meno
tradizionalista esistesse nella critica letteraria dell'epoca: i saggi di
Auerbach; che don Ezio Galiano ci diede da leggere, come classico della
filosofia per la terza liceo, gli scritti di un esistenzialista.
Una volta il professore Galiano ci impose una inversione di ruoli: assegn a
ciascuno di noi una tesina di storia (a me diede da studiare la storia della
Calabria dalla caduta dell'impero romano all'alba dell'et moderna) sulla
quale avremmo dovuto relazionare ai compagni: per un giorno si saliva in
cattedra! Tranne alcuni prevedibili episodi di plagio (tesine copiate
integralmente; ma non c' da scandalizzarsi: avviene anche nelle pi 
prestigiose universit), ricordo bene che la maggior parte di noi si
impegn con entusiasmo: era un modo di essere protagonisti dei nostri studi.
Anzi fra alcuni di noi vi fu una vera e propria gara, maliziosamente fomentata
da Galiano, a chi riuscisse a redigere il lavoro migliore, ma siccome gli
argomenti erano diversi, con diverse difficolt anche nel reperimento della
bibliografia, la gara molto banalmente diventava la gara a chi scriveva pi 
pagine (e neanche di questo c' da meravigliarsi: anche nei concorsi per le
cattedre universitarie talora conta il numero delle pagine...); io tentai di
entrare in competizione con Raffaele Mazzotta, la cui tesina era sul
pensiero politico medioevale, e fui miseramente sconfitto di almeno
trenta-quaranta pagine, ma ebbi la magra soddisfazione di presentare la mia
tesina in migliore veste tipografica...
Ma non tutti i professori erano bravi, l'ho gi detto. Ed  proprio sugli
insegnanti asini che l'aneddotica potrebbe essere quasi infinita.
Una supplente di storia dell'arte spiegava tutto, dalla Piet di Michelangelo
alle tele del Caravaggio, combinando insieme sempre le stesse parole:
plasticit, forme, masse, staticit e poche altre. Era sufficiente
trovare l'esatta combinazione; plasticit delle forme, tenuit dei colori,
staticit delle masse, ad esempio, per superare brillantemente
l'interrogazione.
Ma la pi patetica nella sua ignoranza era una supplente di scienze naturali:
sembrava una diva sfiorita degli anni Trenta; con una voce nasale resa pi 
sgradevole dal suo accento forestiero ci richiamava disperatamente all'ordine
interrompendo le sue incomprensibili spiegazioni.
La nostra crudelt nei suoi confronti era illimitata.
Una volta spiegava un argomento complicatissimo di astronomia, credo si
trattasse dello spettro delle stelle, e se ne usc con la poco felice
espressione: ...pOi ci sono le aranciate.... Dal banco un compagno, non
certamente il pi irriverente: No grazie, mi porti un chinotto.
In un'altra classe, interrogando sul corpo umano, si lasci sfuggire la
domanda: A che serve l'orina?; pronta e fulminante fu la risposta: Ma ti
pisci.
La poveraccia mentre spiegava la legge di gravit veniva puntualmente
interrotta da qualche studente che affermava di aver letto di recente un libro
dell'astronomo tedesco Ghersetich (era il nome di un giocatore del Catanzaro),
tradotto dall'astronomo Altafini per le edizioni Pro Patria, dal suggestivo
titolo Le palle di Galileo nel quale si dimostrava che Galilei aveva nel
famoso esperimento dalla torre di Pisa truccato le palle, aveva buttato gi
palle di identico peso, perch altrimenti la pi pesante sarebbe dovuta
arrivare prima al suolo.
E lei di rimando, imbarazzata: Che vuoi, sono tutte teorie, tutte teorie...
Ricordando questa professoressa me ne viene in mente un'altra sempre di scienze
naturali, anziana, questa s brava e competente, che ci tormentava con la
classificazione delle piante e degli animali. E pensando a lei ricordo un
episodio che mi sembra molto significativo del clima che si viveva in quegli
anni.
In seconda liceo si studiava il corpo umano; il libro di testo era ben fatto,
con molte fotografie e tavole anatomiche, si dilungava su tutti gli organi ed
apparati con dovizia di particolari, ma conteneva una significativa omissione:
al capitolo dedicato alla riproduzione descriveva come si riproducono gli
esseri unicellulari, gli uomini come le amebe! La cosa ci colp non poco ed
aspettavamo con ansia (e soprattutto con malizia) il giorno in cui la
professoressa fosse giunta a spiegare la riproduzione; cosa ci avrebbe detto?
che gli umani si riproducono per partenogenesi?
Non si disse nulla: in virtdei nostri studi avremmo dovuto sapere che gli
uomini non si riproducono.
Questo episodio mi fa rivivere il senso pi profondo, radicato pudore che era
diffuso in quegli anni.
A scuola con i professori, con le compagne (dei rapporti con l'altro sesso
dovr parlare in seguito) era vietato non dico parlare, ma soltanto accennare
ad argomenti scabrosi, utilizzare frasi o espressioni sconvenienti.
Il professore Procopio stava spiegando appassionatamente Saffo e per diversi
minuti si dilung a difendere la divina poetessa dalle accuse che le erano
state rivolte da comici e male lingue dell'epoca; la difendeva con trasporto e
quasi con commozione, come se difendesse un parente stretto da una ingiuria
infamante, ma ometteva di dire di quale mostruoso vizio fosse incolpata. Una
mia compagna, vicina di banco, che non capiva, nella sua dolce ingenuit, mi
chiese delucidazioni ed io risposi senza mezzi termini: Era lesbica.
Procopio che aveva sentito mi guard con occhi feroci, non mi disse nulla, ma
il suo pensiero era facilmente intuibile: avevo profanato con la mia volgarit
il luogo sacro.
Era questa l'atmosfera pudica che aleggiava.
Quasi per reazione noi, parlo dei ragazzi, eravamo degli erotomani, quasi al
limite della perversione. Tra di noi parlavamo spessissimo di sesso con
linguaggio da scaricatore di porto, conoscevamo tutte le barzellette sporche
ed i pi beceri doppi sensi; ognuno di noi aveva nel portafogli o un
calendarietto profumato (di quelli che regalavano i barbieri per le feste
natalizie) con immagini di donnine nude o qualche foto pornografica.
Alcuni di noi compivano di tanto in tanto una sorta di rito - per omnia
vicula viculorum - girare per i vicoletti (e qui  necessario evidenziare una
circostanza singolare della nostra citt: case di tolleranza e prostitute sono
state sempre relegate nei vicoletti pi nascosti; la nostra citt ha sempre
voluto, anche negli spazi, distinguere i vizi privati dalle pubbliche virt)
per vedere le poche prostitute in esercizio: la Zagaritana, la Sardignola,
Maria...
Erano donne bruttissime, segnate dagli anni che vivevano in tuguri
maleodoranti, spesso con piccoli mocciosi che piangevano: erano
indiscutibilmente repellenti nella loro volgarit. Avvertivamo un profondo
schifo nel vederle adescare clienti sulle porte dei loro bassi, ma riuscivano
a procurarci un oscuro e turbato desiderio: rappresentavano l'unico volto con
il quale si manifestava, prendeva corpo il peccato carnale.
La scuola era anche il luogo privilegiato per scherzi di ogni genere:
l'insofferenza per l'istituzione, l'esuberanza giovanile e la voglia di
dissacrare trovavano cos sfogo. Ne voglio raccontare qualcuno.
Gianni Trovato ed altri un giorno portarono, chiuso in una scatola, un enorme
topo di fogna che fu liberato durante l'intervallo con comprensibile terrore
di studentesse e professoresse; una professoressa fu colta da un attacco di
panico e gridando sal sulla cattedra, proprio come nelle vignette umoristiche.
Geniale fu lo scherzo ideato da Rino Zumpano, che in materia aveva una
inventiva inesauribile. Forn diversi di noi di fialette puzzolenti, quelle
che si usano per carnevale, con l'accordo che durante l'intervallo ad ora
convenuta, come in una azione di commando, in luoghi diversi fossero rotte.
Tutto l'istituto fu invaso da un odore nauseabondo, di fogna. Ed il preside,
il professor Cancellieri che non si scomponeva per nulla (non a caso lo
avevamo soprannominato il bonzo, immagin che si fossero rotte le fogne ed
allarmatissimo telefon all'ufficio tecnico comunale perch fossero presi
urgenti provvedimenti: si profilava l'eventualit graditissima di
una chiusura per motivi igienici; purtroppo l'efficientissimo Pucci,
capo-bidello, scopr con sagacia da Sherlock Holmes una fialetta puzzolente
inesplosa.
 luogo comune sulla bocca di chi non  pi giovanissimo dire, apostrofando un
giovanissimo: Ai miei tempi s che ci sapevamo divertire, riuscivamo ad esser
felici con poco.
Nessuno precisa che quel poco del quale ci si accontentava era il massimo che
era offerto dai tempi; n tanto meno nessuno ha il coraggio di confessare che
ai propri tempi se non proprio infelice era insoddisfatto, insoddisfatto
com' doveroso esserlo da adolescenti. Consapevole di ci non mi lascer
andare ai luoghi comuni nel raccontare come ci si divertiva ai miei tempi.
I nostri divertimenti erano quelli offerti dalla nostra citt in quegli anni:
lunghe passaggiate sul corso (il motorino non era ancora un consumo di massa),
qualche festa da ballo a casa di amici (non esistevano a Catanzaro n altrove
le discoteche; esistevano nelle grandi citt i night luogo di ritrovo per
ricchi gaudenti e per fascinosi avventurieri come l'indimenticabile
Rick-Bogart del film Casablanca), tanto cinema - erano gli anni d'oro della
cinematografia italiana dei Rossellini, dei Fellini, degli Antonioni e, perch
no, della commedia all'italiana - e qualche serata al bigliardo.
Ma la maggior parte del tempo libero era impiegato a stare insieme a stare
insieme con gli amici, a passeggiare e a discutere. Discutevamo di tutto: dalla
politica internazionale alla letteratura, dal centro-sinistra all'ultimo film
visto, discutevamo di religione e di arti figurative, di argomenti che
padroneggiavamo e di argomenti che conoscevamo appena, di cose vicine che ci
appartenevano e di cose che non ci appartenevano, ma che eravamo sicuri di
poter raggiungcre. Discutevamo tra amici ed in pubblico: non penso ci sia
stata settimana di quegli anni durante la quale non vi sia stato almeno o un
dibattito o una conferenza o un cineforum.
E si discuteva anche sulla carta stampata: dal Senticro alla Voce dei
giovani di area cattolica, si direbbe oggi - al pi ambizioso Manifesto
che raccoglieva i giovani di sinistra (e che ovviamente non aveva nulla a che
vedere con il giornale che alcuni comunisti eretici iniziarono a pubblicare
nel 1969), fino ai giornaletti di classe che, disinvoltamente, affiancavano
articoli dotti e insipide barzellette, era un continuo discutere, polemizzare,
spiegare, voler capire.
Ed  proprio in questa voglia di discutere e capire che mi sembra vada
rintracciato il dato pi saliente di quegli anni.
Probabilmente (e spero mi si scuser questo superficiale tentativo di
spiegazione) avvertivamo, pi o meno consapevolmente, una profonda frizione
tra il nostro mondo - il mondo nel quale affondavano le nostre radici, che
era ancora un mondo contadino ma in via di dissoluzione - ed il nuovo mondo -
il mondo della societ industriale che non era ancora il nostro mondo (n
forse lo sarebbe mai diventato) - e dalla consapevolezza di questa frizione
nasceva la voglia di capire, di discutere. Non sono in grado di giudicare
(n spetterebbe a me farlo) se e fino a che punto riuscissimo a capire il
mondo che ci circondava e le profonde trasformazioni in atto, certo che ne
discutevamo tanto...
Sembrer paradossale ma si discuteva in pubblico anche di amore e di sesso: se
ne parlava nei circoli parrocchiali - aperti per anche al contributo degli
estranei - con una veemenza inimmaginabile. Da un lato, infatti, il saccrdote
di turno che sfoggiando nozioni di sociologia e di psicologia riaffermava i
pi tradizionali precetti della morale cattolica: la masturbazione  peccato
(e fa male alla salute), i rapporti pre-matrimoniali sono illeciti e causa di
decadenza della societ, la contraccezione  paragonabile, nella sua gravita,
ad un genocidio. Dall'altra parte alcuni di noi (soltanto alcuni, perche vi
erano i giovani dell'Azione cattolica che credevano profondamcnte a quei
precetti) che difendevano le ragioni della libert dell'uomo e della donna di
vivere liberamente la propria sessualit.
E la contrapposizione tra un sacerdete che aveva fatto voto di castit, ma
che si piccava di fissare precetti e dare suggerimenti sull'amore carnale, e
noi giovani che predicavamo il libero amore, ma in che in fatto di sesso
eravamo inesperti ed impacciati sarebbe apparsa ad occhi disincantati
decisamente ridicola: due interlocutori che si scaldano per argomenti che non
li toccano da vicino. Ma per noi quelle discussioni erano serissime e ci
impegnavano. Ed anche quelle discussioni erano altamente significative della
frizione tra vecchio e nuovo: da una parte una morale, ancora radicata, ma che
appariva in via di superamento (e bastava leggere un libro o andare a vedere
un film per accorgersene), dall'altra parte dei modelli di comportamento che
non erano i nostri, ma che alcuni di noi avevano accettato perch li
consideravano moderni, giusti, consoni ai propri bisogni.
Se qualche storico del costume si cimenter a scrivere di quegli anni nel
Mezzogiorno dovr, almeno credo, evidenziare il violento trapasso da una
societ contadina, con i suoi valori ad una societ con i valori della societ
industriale (senza per industria...), dovr ricordare la colonizzazione
culturale del sud d'Italia, attraverso l'imposizione di modelli nati in altri
contesti e qui importati dai mass media. Non voglio certo rubare
(tra l'altro non ne sarei capace) il mestiere a questo ipotetico storico del
costume, voglio soltanto evidenziare che questo violentissimo processo avvenne
sulla nostra pelle (e noi giovani avvertivamo drammaticamente la tensione tra
il vecchio ed il nuovo), che noi forse non percepivamo razionalmente quanto
stava avvenendo, ma certamente ne soffrivamo le contraddizioni (vorrei
chiedere ai miei coetanei: quanti di noi hanno avuto la propria storia
personale duramente segnata dalle vicende di quegli anni?).
Ricordando i dibattiti di quegli anni la memoria va a don Giorgio Bonapace
professore di religione al Liceo, ma soprattutto animatore instancabile di
attivit giovanili.
Don Giorgio ogni anno curava un ciclo di cineforum, era il direttore del
Sentiero, seguiva i giovani universitari della F.U.C.I., organizzava e
presenziava ad ogni tipo di attivit.
Ma non era l'attivismo la dote che di don Giorgio ci affascinava di pi , era la
sua tolleranza. Mai don Giorgio rifiut il suo decisivo aiuto organizzativo ad
attivit, anche se la proposta proveniva da chi a lui ed alla sua fede non era
vicino. Non ricordo una sola occasione, durante le feroci discussioni che ci
dividevano, nella quale don Giorgio intervenisse per ristabilire la Verit,
per catechizzarci; al pi quando qualcuno di noi superava la misura del buon
gusto (e della tolleranza), don Giorgio interveniva ma senza voler imporre
nulla, richiamando bonariamente all'ordine, al rispetto degli altri. Basti
soltanto un episodio: nel corso di un cineforum il discorso scivol in
politica e si tradusse ben presto in un violento alterco tra me ed
un professore cattolico che attaccai al limite dell'insulto; il malcapitato
(era una persona mitissima) tent una risposta, ma alle prime battute,
sprezzantemente, con i miei amici abbandonai la sala. Il giorno successivo don
Giorgio - l'episodio si era svolto in una sala della sua parrocchia - vedendomi
mi disse soltanto: Non ti sembra di avere esagerato?.
Don Giorgio, e per ci piaceva anche a chi cattolico non era o era
indifferente alla religione, era un prete diverso, dai preti che eravamo
abituati a conoscere. I preti della nostra giovento erano santi e pii uomini,
dediti al culto ed alle opere di bene, ma assolutamente incapaci di parlare
con il prossimo se non attraverso le frasi stereotipate del catechismo; oppure,
peggio ancora, erano uomini intolleranti, beceri moralisti pronti a giudicare
e a condannare ogni comportamento deviante, e dei quali per si raccontavano
(e quasi sempre la vox populi era veramente vox dei) vicende private
tutt'altro che adamantine.
Don Giorgio era diverso: dalla vita privata ineccepibile, di una profonda e
sentita religiosit e dotato di una grande capacit di comunicare, non si
poneva mai come obiettivo di imporre la propria Verit alla quale peraltro
aveva votato integralmente la propria esistenza. Il suo sacerdozio non si
limitava ad un diligente compimento di attivit liturgiche o caritatevoli, n
si traduceva in una religiosit intollerante (e come tale profondamente ostile
per il non credente); il suo sacerdozio era testimonianza (era una parola
che usava spesso) della sua fede; il suo ministero era servizio prestato
agli altri.
E poi don Giorgio aveva una capacita naturale di amare gli esseri umani, e
soprattutto i giovani, di amarli di un amore vero, quello che ha per
presupposto l'incondizionata accettazione dell'altro.
Voglio raccontare un episodio recente.
Lo scorso anno, in occasione del battesimo del figlio di un amico, ebbi
l'opportunit di rincontrare don Giorgio e di parlargli dopo tanti anni; lo
avevo, infatti, rivisto in precedenti occasioni, ci eravamo salutati ed
abbracciati, ma non avevamo mai avuto l'opportunit di parlarci come venti
anni prima. In quell'incontro parlammo a lungo del presente e ricordammo,
com'era naturale alcuni episodi di un tempo. Ad un certo
punto mi venne da dire: Ma perch non facciamo, venti anni dopo, un cineforum,
come ai bei tempi, invitando gli assidui di allora?. Gli occhi di don Giorgio
brillarono di gioia, si infervor, inizi a progettare, a pensare al film da
proiettare, ad elencare gli amici che avremmo potuto invitare (parl anche del
necessario morzello che avrebbe coronato l'incontro di venti anni dopo).
Probabilmente per don Giorgio (e sono sicuro che lui se ne rendesse
perfettamente conto) quel progettato incontro sarebbe stato ragione di
amarezza: avrebbe constatato quanti giovani a lui vicini avevano preso altre e
divergenti strade; si sarebbe reso conto - constatazione per lui certamente
pi triste - dalle molte immotivate assenze che tanti giovani di allora si
sono nel frattempo sclerotizzati intellettualmente e che, a dispetto delle
tensioni ideali di un tempo e degli stimoli ricevuti (anche da don Giorgio),
menano una grama esistenza, paghi delle insulse gioie che d la banalit del
quotidiano. Ma nonostante ci, don Giorgio avrebbe voluto realizzare quel
cineforum di venti anni dopo.
So che qualche giorno prima di morire si interess fattivamente per realizzare
l'idea del cineforum dei ricordi. E mi procura una commossa e profonda
tenerezza pensare che uno degli ultimi pensieri della sua attivissima vita
terrena don Giorgio lo abbia dedicato ad organizzare l'incontro - quasi un
simbolico abbraccio - con i suoi giovani di venti anni fa.
Per rivivere il clima di quegli anni  indispensabile parlare anche dei
rapporti con le compagne di scuola e pi in generale con l'altro sesso.
Anzitutto le compagne di scuola.
Nella mia classe, lo posso affermare senza tema di essere smentito, vi erano le
pi belle ragazze del Liceo. Solo per ricordarne qualcuna, le prime che mi
vengono in mente: Teresa Arena, alta, di una bellezza statuaria, ricordava
vagamente la divina Ava Gardner; Serenella Masillo, alta, bionda, lineamenti
dolcissimi, occhi e carnagione chiari, sembrava quasi l'incarnazione della fata
buona delle favole e dei sogni infantili; Vittoria Amantea dal corpo armonioso
o con gli occhi sempre sorridenti ed intelligentissimi; ed ancora Rossella
Macr, Pina Fregola, Marinella Nisco.
E poi le mie compagne di scuola sfatavano un mito diffuso del maschilismo che
vuole che le donne belle siano necessariamente oche. Fu proprio dalla
frequentazione quotidiana delle mie compagne di scuola che inizi in me a
vacillare la granitica convinzione, all'epoca diffuso luogo comune, della
inferiorit intellettuale del sesso femminile.
I rapporti, per, con le compagne di scuola erano in genere soltanto meramente
formali: certo erano lontani i tempi in cui tra compagni di scuola di sesso
diverso ci si dava del lei, ma fra di noi non c'era intimit, amicizia.
Una storia d'amore tra coetanei era pressocch inimmaginabile (fra i banchi
della III A nacque una sola storia d'amore che, a quanto mi risulta, dura
ancora con un felice matrimonio): agli occhi delle nostre compagne apparivamo
probabilmente infantili ed immaturi; cos come le nostre compagne apparivano a
noi grandi ed inavvicinabili.
La differenza di et (e di maturit) tra coetanei di sesso diverso era
ovviamente soltanto immaginaria (anche se taluno tirava in ballo improbabili
leggi della fisiologia umana per giustificarla) e serviva a legittimare l'idea
che l'unico possibile destino per una donna fosse un precoce matrimonio (ma
per fortuna nella mia generazione in tante rifiutarono di assoggettarsi a
questo che sembrava un ineluttabile fato): ed allora si doveva inventare la
differenza di et fra coetanei, differenza che all'epoca noi consideravamo
del tutto naturale.
Ci non escludeva per che ognuno di noi in grandissimo segreto non amasse una
propria compagna, o che le nostre compagne non ci stimolassero desideri tanto
violenti quanto repressi (ricordo ancora il forte, emozionante desiderio che
mi provocava l'intravedere (o, forse meglio, l'immaginare) il seno di una mia
compagna di scuola sotto una camicetta nera a fiori colorati. E mi ha sempre
incuriosito sapere - e lo chiedo alle mie compagne che leggeranno queste
pagine: non vi  mai successo che uno di noi, uno qualunque, vi stimolasse
sensazioni e sentimenti che non fossero soltanto quelli di una cameratesca
amicizia tra compagni di scuola?). Ma prendevamo atto della realt della
distanza con le nostre compagne di scuola e, assecondando fittizie leggi di
natura, rivolgevamo la nostra attenzione a ragazze pi giovani,
simmetricamente alle nostre compagne che si legavano ad uomini pi grandi.
Gli approcci, i primi contatti erano scanditi da un rituale che non lasciava
spazio all'estro ed all'inventiva individuali.
Con le occasioni ridottissime per incontrarsi (le famiglie mantenevano ancora
uno strettissimo controllo sulla vita privata dei figli, soprattutto se
femmine) era di fondamentale importanza il rito dello accompagnamento.
Bisognava andare ad aspettare la ragazza sotto casa un poco prima delle 8,
avvicinarsi, prendere i suoi libri ed accompagnarla fino a scuola. Alle 13.30
stesso rituale e passeggiata da scuola a casa (la prima ragazza che corteggiai
abitava dalle parti di Pontepiccolo, io a corso Mazzini, per cui ero costretto
a lunghissime passeggiate, oberato dai libri, i miei ed i suoi, - lei
diligentissima o, forse, sadica portava anche il libro di religione e quello
di educazione civica - ed il mio amore fin distrutto dal peso del Rocci e del
Ghorghes-Calonghi).
Dopo un periodo pi o meno lungo di corteggiamento - quando si credeva di aver
ricevuto segnali inequivocabili di interesse - bisognava stringere, passare
alla dichiarazione d'amore, genere letterario ancora di moda all'epoca per
comunicare i propri sentimenti ad una donna. Come si facesse una
dichiarazione non l'ho mai saputo: i miei amici erano abbastanza reticenti
sul punto, ed io al pensiero di dovermi dichiarare ero assalito
dall'angoscia di apparire ridicolo (solo dopo, ma gli anni del Liceo erano gi
finiti, compresi che i sentimenti, a differenza degli atti notarili, non hanno
bisogno, per essere espressi, di una dichiarazione formale...).
I pi fortunati (e disinibiti), dopo lungo corteggiamento, e rituale
dichiarazione, iniziavano un fidanzamento, fatto anch'esso di tanti
rituali, e soprattutto quasi sempre castissimo e destinato quasi
immancabilmente a rompersi con il sopraggiungere della maturit.
Come si sar capito da questi brevi flashes, non serbo certamente un gradevole
ricordo dei possibili rapporti sentimentali di quegli anni.
La nostra adolescenza, la nostra prima giovinezza venivano espropriate, in
nome di tante false idee (e veri tab), della possibilit di vivere
liberamente la nostra affettivit e la nostra sessualit.
I rapporti con i coetanei dell'altro sesso erano scanditi da inutili rituali
(che uno psicologo non esiterebbe a definire di difesa), erano rapporti tra
persone distanti, ogni forma di intimit, anche la piu ingenua, impedita o
limitata.
Certo, i tempi erano quelli che erano e sarebbe stato impossibile nella
Catanzaro degli anni Sessanta per un giovanissimo costruirsi un privato
diverso da quello imposto dalla morale pubblica, dalla famiglia ed anche
dalla scuola.
S, anche dalla scuola.
A scuola, l'ho gi detto, non si parlava di argomenti scabrosi e sarebbe
assurdo recriminare, con l'iniqua sentenza del poi, sul fatto che non ci
fossero date lezioni di educazione sentimentale, materia, peraltro, non
prevista nei programmi ministeriali.
Ma ricordo benissimo che ogniqualvolta la discussione scivolava, e capitava
spesso, su argomenti privati, anche innocui - ad esempio sulla funzione ed
organizzazione della famiglia - i nostri professori, anche quelli pi aperti,
moderni ed anticonformisti, ci facevano cadere dall'alto gli stessi usati
luoghi comuni, gli stessi insulsi moralismi che ci propinavano quotidianamente
i nostri genitori, i nostri parenti, gli amici pi grandi ed esperti delle
cose del mondo. E ci mentre erano visibili i segni di un profondo
cambiamento della societ italiana (nel 1966 o '67, non ricordo bene, invece,
in un liceo di Milano il giornale d'istituto La zanzara pubblic,
con l'avallo dei docenti, una spregiudicata inchiesta sulle abitudini sessuali
dei giovanissimi).
In ci gli anni del Liceo furono profondamcnte diseducativi, se per
educazione, ovviamente, si intende la trasmissione di quegli strumenti
adeguati per comprendere ed affrontare la realt, in tutte le sue
sfaccettature.
Il Liceo aveva il compito di plasmare le classi dirigenti future per questa
nostra citt ed in questo suo compito poteva (anzi, doveva) formare giovani
culturalmente moderni, se non proprio anticonformisti; ma non si poteva
permettere di contribuire a minare le basi della morale corrente. Il Liceo
aveva soltanto il compito di insegnarci le pubbliche virt; sarebbe stato
compito di ciascuno apprendere dalla vita che possono - anzi devono -
esistere i vizi privati e che gli uomini hanno il dovere, come impone la
morale di una citt di provincia, di ostentare le une e vivere con discrezione
gli altri.
Non ci fu insegnato che ci che  privato non  necessariamente vizio e
che ci che  pubblico non  quasi mai virt. In questa mancata lezione il
vero limite di una scuola, di una cultura, di una generazione.

Luigi Daga.
nato a Catanzaro il 26 agosto 1947
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. D
(Registro generale dell'anno scolastico 1960/1961)

Rispondere alla richiesta
di partecipare alla stesura di una storia testimoniata del Galluppi: voglia
di farlo subito, ed insieme un senso di disagio, come di chi  costretto a far
ordine in una stanza abbandonata da troppo tempo. Il pensiero di dover
scrivere un sia pur minimo e frammentario diario di quegli anni mi costringe a
ritornare sui ricordi con maggiore chiarezza, ad un tentativo di ricostruzione
razionale di un materiale che non pu che essere emotivo e soggettivo. Ma il
foglio bianco deve essere riempito con un ordine che non  quello della
conversazione tra vecchi amici (le in fondo tristi rimpatriate tra vecchi
compagni di scuola che non si vedono mai e non sanno parlar d'altro che
di fatti antichi che appartengono, ormai, ad altre vite e ad altre persone) a
base di ti ricordi.... E l'ordine rimette a posto le cose nella prospettiva
della storia personale di ognuno. E ci fa sentire inevitabilmente vecchi.
Catanzaro, primi anni '60: uno sciopero contro l'atomica, tutti noi del quarto
ginnasio in fila - composti come i ragazzi dell'85 - fin gial Comune, e poi
dispersi, verso i cento metri di Villa Trieste, dopo aver comprato un
piccantino alla bottega quasi di fronte alla villa o qualche mentola, nella
bustina di carta, dal paziente tabaccaio. Pochi anni ci dividono dal '68, e
sono secoli.
Non ricordo altri scioperi 'politici' - se pure quello pu essere definito
tale - ma ricordo bene le tecniche tentate per avviare le astensioni
collettive dallo studio: lo spostarsi davanti al portone principale
(l'entrata delle donne), a rischio di esser presi per le orecchie e trascinati
dentro dai professori anziani, amici e gi compagni di scuola (inevitabilmente,
"Galluppi") dei nostri genitori, in un rapporto 'paterno' (mai paternalista) e
personale che  poi quel che pi mi resta dell'esperienza del liceo "Galluppi".
I professori: difficile nella scuola d'oggi, soprattutto nelle grandi citt,
trovare una continuit di insegnamento, una tradizione, una seriet nei
corsi quale quella che ricordo viva nella stragrande maggioranza dei docenti
d'allora.
Parlo dei Cancellieri, dei Galiano, dei Procopio, dei Mastroianni, dei Giglio,
e cito questi per tutti.
Ho avuto la ventura di frequentare il "Galluppi" anche dall'altra parte,
perch vi ho insegnato da incaricato di storia e filosofia agli inizi degli
anni settanta, e so che insegnare non  facile e al "Galluppi", poi. Eravamo
abituati bene e quando capitava un supplente - o docente - inadeguato e anche
all'epoca ce n'erano, eravamo in effetti capaci delle azioni peggiori. Noi
volevamo - come gli studenti di oggi vogliono - avere una scuola di qualit;
ricordo, per la 'contestazione' vivace conseguente alla incapacit di tenere
la disciplina, una giovane professoressa piangere 'ex cathedra'. Sapevamo
essere feroci. Qualit degli uomini, squallore delle strutture: neanche allora
in effetti il "Galluppi" brillava per attrezzature. La ginnastica fatta in
classe, il gabinetto di fisica fornito di strumenti dell'epoca preindustriale.
Tant', era una scuola 'classica'... mi piaceva molto andarci, nell`aula
di fisica, perch c'erano i banchi alti ad anfiteatro di vecchio buon legno
dipinto di nero facile da intagliare col temperino. Tutta un'altra cosa
rispetto i banchi di metallo e formica che si installavano nelle aule in quel
periodo.
La biblioteca: per qualche tempo mi incaricarono di seguire i prestiti ed ebbi
la possibilit di frcquentarla per bene. C'erano tesori sconosciuti pi adatti
ad una biblioteca storica che a sussidiare gli studi di liceali; comunque
anche allora mi pare, un enorme ritardo nella acquisizione di opere recenti.
E nessuna 'politica' di incentivi per la fruizione.
Le feste del liceo. In una certa epoca gruppi di studenti - spesso non
particolarmente brillanti in partecipazione scolastica o 'politica' - si
trasformavano improvvisamente in manager efficientissimi, e organizzavano
feste memorabili con apparati iconografici (manifesti, caricature) e piccoli
cabaret, per la chiusura dell'anno scolastico, carnevale et similia. Credo che
quasi tutto il loro patrimonio di fantasia e creativit si esaurisse per tali
occasioni ludiche, che costituivano per noi una anticipazione degli sperati
futuri riti goliardici - spazio di tempo 'liberato' in cui si potevano
impunemente sfottere i professori - riti che, forse non sfortunatamente, la
mia generazione non ha quasi conosciuto, perch noi nelle universit abbiamo
praticamente messo piede assieme alla Celere.
Al primo morto a Roma - mi pare si chiamasse Paolo Rossi - dedicai, da liceale,
un pezzo su una rivistina che pubblicavamo - la voce dei giovani - in cui mi
proclamavo in sostanza stupito della violenza e della stupidit che mi
sembrava permeare il sistema di far politica con le spranghe, all'epoca
monopolio di una certa fazione. Tale scandalo credo mi sorgesse proprio dalla
frequentazione con la cultura classica e dalla ovattata atmosfera priva di
tensioni propria della buona borghesia catanzarese, che  un po' il pilastro
storico del "Galluppi" (per scrivere la storia del liceo bisognerebbe scrivere
la storia di quella borghesia e forse  proprio questo che si e fatto, in
forma di autobiografia). Con ben altra violenza e ben altra follia avrei
dovuto convivere, assieme agli altri italiani, negli anni cupi del sonno della
ragione che ci attendevano.
Una scuola classista, dicevo, e non poteva non essere tale; ricordo per che i
miei compagni non lo erano, con i pochissimi che - provenienti dal mondo
contadino, ad esempio - frequentavano il liceo, per formare la 'prima
generazione' di professionisti. Ho molto imparato da loro, che si svegliavano
all'alba per raggiungere Catanzaro con i pullman e le strade d'allora, e non
marinavano mai la scuola. Per loro era una conquista, e quindi non potevano
perdere un apice delle spiegazioni dei professori, perch per quelle i
genitori facevano a meno anche delle scarpe.
Soldi, comunque, all'epoca ne maneggiavamo pochi, tutti noi. D'altra parte le
esigenze erano incommensurabilmente diverse, rispetto ad oggi. Una aranciata
costava da De Nardo, vicino alla funicolare, venti lire, e la mattinata al
Masciari cento.
Quel cinema era una soluzione in caso di salata, a scuola, assieme al
morsello o/e fagioli e rape dietro la posta, a lunghe passeggiate a Pratica
(per inciso: tra noi si facevano anche discorsi che, per la media odierna,
erano un vero e proprio parlar tra filosofi) o ad una corsa a Copanello con
qualche compagno pluriripetente fornito di macchina (e patente).
All'epoca tali soggetti, in genere residuati di altre lontane scuole, erano
invidiatissimi, perch, avendo la macchina, si accreditavano di mirabolanti
avventure a sfondo sessuale (in un ambiente che pi represso non si pu),
schizzando noi poveretti infradiciottenni che dovevamo arrangiarci alla meno
peggio nelle gite scolastiche o nelle feste in casa (spegnete la luce,
ecc...). Confesso il mio profondo sollievo quando, rivisto uno di quei play
boy, non molto tempo fa, ne ricevetti la candida confessione che, in effetti,
erano tutte balle, quelle raccontate all'epoca. L'avevo inutilmente odiato per
anni.
Nel "Galluppi" non c'era molta attivit di gruppo (le assemblee erano di l
da venire) e le uniche che ricordo passavano attraverso ditte esterne: ricordo
il Centro turistico giovanile di cui mi occupavo, e una mostra fotografica
(ci deve essere ancora una scritta a pennarello fatta da me sul vetro
superiore della porta dell'aula che la ospit, almeno c'era ancora dieci anni
fa). Cos ricordo la prima volta che parlai in pubblico, (sulla conservazione
dei beni culturali e dell`ambiente, mi pare,) nell'aula magna del "Galluppi",
con vicino Don Sanzi, buon'anima. Grande organizzatore di gite scolastiche,
lui, e uomo buono. E don Giorgio Bonapace, che ci ha lasciato troppo presto,
vicino alla cui parrocchia mi dicono il "Galluppi" si sia trasferito.
L si organizzavano i cineforum con la intelligenzia del liceo, i Rauty, i
Donzelli, e l'amico Mimmo Rafele, che ora si occupa professionalmente di
cinema, con cui condividemmo la passione per il passo ridotto.
Cos come il popolo del Galluppi si mescolava a gruppi e iniziative nate fuori
dal liceo, anche all'interno si sconoscevano le rivalit e le fazioni tipiche
dei college: s,  vero, c'era la lotta quotidiana tra le classi per la
conquista dei bagni in fondo, vinta sempre - o quasi - incruentemente dalla
mia sezione - la D - contro gli abatini della A (e spero in un contributo
storico sulle diverse strategie e modalit di lotta da parte di qualche
coetaneo), ma in generale si era amici al di l delle sezioni. E parlo di
amici come lo si pu essere da adolescenti, una dimensione integrale ahim
irripetibile.
Adolescenti che ascoltavano - a volte attoniti - i racconti del grasso bidello
claudicante, ricchi di pittoreschi episodi di guerra e amori africani.
Al di l della scuola, erano tempi di formazione culturale intensiva: forse
non ho mai letto tanto come allora, e tanto disordinatamente, da Nietzsche a
Salinger, da Maupassant a Calvino. Bisogna per ricordare che i messaggi
'culturali' erano meno numerosi e violenti di oggi: si poteva scegliere, e i
ritmi di vita erano quelli della Catanzaro degli anni sessanta.
Confesso che non ho mai studiato molto: prima di occuparmi di varie attivit
associative, seguivo il rito quasi quotidiano, verso le cinque del pomeriggio,
dell'appuntamento coi compagni al flipper o al calciobalilla. Quei circoli
erano luoghi da educande, a confronto con l'oggi. Ma mi accorgo di cadere
nella trappola del sentimento, che ci fa vedere sempre migliori i tempi della
nostra giovent.
Studiammo invece molto per la maturit: ricordo nel salotto di mia nonna le
incredibili tirate sui classici, due, tre a tavolino e uno sdraiato sul
tappeto a dormire.
Ed il posacenere carico di cenere di nazionali, di un bel blu carico.
E cos ci preparammo a salutare il liceo, e a dividerci.
La radioattivit nell'aria era forse superiore a quella di oggi scrivo nei
giorni della nube di Chernobyl - perch le atomiche esplodevano nell'atmosfera,
nei paesi della Calabria i bambini andavano scalzi, Ordine Nuovo era la
associazione giovanile pi affermata al liceo, stava per scoppiare la tragedia
del Vietnam: ognuno di noi imparava il mestiere di vivere, dentro e fuori le
grigie mura del "Galluppi", nei vicoli senza tempo di Catanzaro fin gi, sugli
aperti panorami della Fiumarella.
Non capivamo che stavamo gi, una volta per tutte e irrimediabilmente,
costruendo il nostro proprio, unico, modo di essere uomini.

Luciana Repici.
nata a Catanzaro il 27 gennaio 1948
iscritta per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B
(Registro generale dell'anno scolastico 1961/1962)

Sono stata allieva
del liceo "P. Galluppi" negli anni tra il 1961 ed il 1966, quando la sede
della scuola era ancora sul corso Mazzini.
Ricordi? Tanti. Ormai tutti belli perch privi del pathos del momento ed
addolciti dal tempo tra le pieghe della memoria. Come su un palcoscenico si
affollano, brulicando alla mia mente, volti, circostanze, gesti impacciati,
sguardi timidi, il riso dei compagni, le corse del mattino per essere in
classe in tempo e poi l'allegria, i piccoli drammi ingigantiti dall'et, le
delusioni, le lacrime, l'attesa della pagella, l'ansia per il futuro.
Come si fa a dimenticare come eravamo?.
Ora, a distanza di tempo, so che nulla  andato perduto di quegli anni e per
questo il passato non ha lasciato nostalgie, ma voglia di vivere per il
presente. Molte prove che allora sembravano insormontabili hanno temprato il
mio carattere ed arricchito il mio tessuto umano:  cominciata allora la
consapevole ricerca di me stessa e la mia serenit di donna oggi non sarebbe
quella che  senza quegli anni di formazione.
Soprattutto, ho avuto la fortuna di avere ottimi insegnanti. Da loro ho
appreso lezioni che vanno al di l delle ore di scuola e per le quali sono
ancora in debito: la curiosit di sapere, il piacere delle letture,
l'interesse per la ricerca nel campo degli studi umanistici, i primi rudimenti
del mestiere, l'impegno nel lavoro e nel contatto con gli altri, il rispetto
della vita.
Conservo ancora gli appunti di metrica che l'insegnante di latino e greco,
professore Federico Procopio, ci faceva studiare. Ma da lui ho imparato non
solo come si leggono i classici, ma anche il gusto di leggerli nella lingua
originale e di capire il loro modo di pensare.
E come dimenticare le ore che l'insegnante di storia e filosofia, professor
Ezio Galiano, dedicava alla spiegazione di avvenimenti, processi culturali,
idee di pensatori pi lontani o pi vicini nel tempo?  stato nelle sue
lezioni che ho imparato che cosa sia la libert da ogni pregiudizio o
condizionamento in ogni settore della ricerca.
In questo ambito sono nati i miei primi interessi per lo studio del
pensiero antico, quegli stessi interessi che avrei avuto modo di
sviluppare pi tardi e che mi hanno portato oggi ad insegnare Storia
della filosofia antica all'Universit.
Quel che cerco di trasmettere ai miei allievi  l'eredit preziosa dei
miei anni di formazione liceale: il metodo nello studio e l'amore per la
ricerca.

Carmine Donzelli.
nato a Catanzaro il 19 ottobre 1948
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1961/1962)

Un liceo una citt
1. Il cognome del Larosa
La professoressa Leli, storia dell'arte, riccioli biondi su un volto
appesantito dalla mezza et, preparazione raffinatissima, bravura mostruosa,
quasi quanto il suo sembiante da colonizzatrice artistica, si era fatta
mandare in Calabria per poterne studiare le bellezze. Entr per la prima volta
nella III B il 6 ottobre del 1965. La classe aveva avuto in precedenza
esperienze diverse con la materia: professoresse maggiormente rispettose del
nostro senso estetico (decisamente pi belle) e per meno pretenziose e
rigorose in fatto di tuttotondi e nonfiniti.
In pi , per uno strano vezzo, che ora mi accorgo essere tipicamente
meridionale, la storia dell'arte aveva presso di noi una brutta fama, di
materia secondaria e un po' inutile. Non proprio come la ginnastica cui ci
rifiutavamo sistematicamente, con disperazione di Calaminici - ma quasi; e
comunque assai distanziata, nella nostra gerarchia di valori, dalla
letteratura, dalla storia, dalla filosofia.
Entr, la Leli, e lesse nell'iconografia dei nostri volti queste cose: decise
immediatamente di attuare una controreazione preventiva. Si sedette in
cattedra e si mise a fare l'appello, guardando fisso in faccia ciascuno di noi
che a turno si alzava per rispondere.
Aprile, Belmonte, Bruni, d'Amico, Dell'Olio, De Vinci, Donzelli, Invidia,
Lamanna, Lanzo, Larosa.... Anche Larosa rispose presente, con un
impercettibile surplus di indolenza che era connaturato al suo carattere, ma
che alla Leli dovette sembrare provocatorio: Larosa, il suo cognome non mi
piace; e neanche lei mi  simpatico; cerchi di tenerne conto, se vuole che
andiamo d'accordo per il resto dell'anno.
Non c' problema, professoressa - il tono della risposta era mutato, ancora
impercettibilmente, dall'indolenza all'ironia appena risentita - non si
preoccupi. Vorr dire che per non disturbarla, d'ora in avanti quando entra
lei esco io; va bene?.
Larosa di alz e usc; lo fece sistematicamente per tutto l'anno, con una
costanza priva di risentimento o di rancore: doveva pur difendere - pensavo io
ogni volta - il suo bel cognome. Fu ammesso agli esami con 2 in storia
dell'arte.
2. Quattordici firme
Di Dino Vitale avevo - ed ho - una stima intellettuale grandissima; di sicuro
era tra di noi il pi bravo, e non tanto nel senso del rendimento scolastico.
Aveva una speciale capacit di ragionamento, un modo originale e solitario di
costruire i nessi e le relazioni tra i vari oggetti delle sue letture e dei
suoi studi. Il suo rapporto con la cultura aveva pochi tramiti esterni: era
piuttosto un rapporto diretto, un lavorio mentale continuo, assai vicino a
forme di implosione leopardiana (gli piaceva e gli piace molto Leopardi).
Chiss da dove aveva imparato quell'uso asciutto delle parole, quella retorica
talmente ben costruita e sapientemente dosata da non possedere alcun elemento
di ridondanza, quella sicurezza di giudizio che in altri giovanotti come lui
sarebbe sembrata pura presunzione.
La scrittura era il suo regno; la parola parlata gli usciva fuori contorta e
smozzicata, nervosa, incredibilmente sarcastica e provocatoria, esagerata.
La scrittura no: era precisa, concettosa, densa.
Lo avevamo inseguito e corteggiato molto, nella nostra piccola guerra di
cattolici impegnati a contrapporci ai comunisti, ma anche genuinamente
preoccupati di smuovere le persone dalle secche dell'individualismo, di
coinvolgerle in una dimensione forte della socialit e dell'impegno civile.
Per molto tempo questa dimensione collettiva lo aveva interessato poco; aveva
preferito le sue letture, tra esistenzialismo, letteratura e psicanalisi;
per il nostro giornale, Il Sentiero, aveva recensito l male oscuro di Berto;
aveva scritto, per un altro giornale studentesco di area cattolica, La voce
dei giovani, una pesante scheda critica sulla Noia di Moravia, scrittore che
pecca di originalit e di inventiva. E certamente il disagio esistenziale
dei personaggi di Moravia gli sembrava esaminato dal lato pi superficiale e
contingente e perci meno passibile di sviluppi, e comunque in nessun modo
preceduto da quel lento logorio interno che consuma con la forza di una
macina i personaggi di Dostoievskij.
Dopo queste letture, e quelle di Kierkegaard, di Nietzsche, di Freud, venne
anche Marx, il Manifesto, la passione, nuova e difficile in lui all'inizio,
per la politica e la dimensione collettiva della liberazione umana. In terza
liceo si iscrisse alla federazione giovanile comunista: era perduto per la
nostra causa.
Fu un giorno di gennaio di quell'anno che una insipida insegnante di latino e
greco, capitataci inopinatamente quell'anno da non so pi dove, alla fine di
una vivace discussione in cui erano stati palesemente messi a nudo i suoi
errori e le sue impudiche ignoranze, mand fuori dalla classe Vitale e
rifiutandosi lui, lo sospese.
Non credo di aver agito per solidariet, o almeno non fu quella la molla pi 
importante: era una questione di credibilit e di prestigio: un compagno
sbattuto fuori in nome dell'ignoranza; un nemico ideologico, troppo
importante per noi, colpito da una patente ingiustizia; un concorrente in
fatto di solidariet e di impegno, punito per aver saputo difendere
l'esattezza del suo punto di vista.
Non lo potevo lasciare solo.
Quando arriv il bidello col registro in cui era stata ratificata la proposta
di sospensione, mi alzai e uscii dalla classe, dichiarando di condividere la
protesta di Vitale. Lo trovai di fronte all'uscita del liceo, seduto sul
gradino della farmacia. Mi andai a sedere vicino a lui e stetti in silenzio
per un po'. Lui, che era pi cupo del solito, accenn ad un impercettibile
sorriso.
Il pomeriggio organizzammo la protesta: volevamo cacciarla, quella
professoressa.
Scrivemmo una lettera al preside e al provveditore, e cominciammo a fare il
giro dei compagni per chiedere loro di sottoscriverla. Non tutti per se la
sentivano di firmare, e secondo il nostro democratico punto di vista
occorreva almeno superare la met per dare alla richiesta la necessaria
autorevolezza e ottenere l'effetto sperato.
Nel tardo pomeriggio avevamo solo 13 firme su 26. Ce ne voleva almeno un'altra.
Allora decidemmo di andare da una nostra compagna che abitava a Gagliano,
oltre il ponte nuovo. Era questa persona assai strana; pi grande di noi,
troppo grande e troppo bella allora per noi, si aggirava per la nostra classe
come il negativo di un fantasma (perennemente vestita di nero): a giorni
alterni, per, perch spessissimo non veniva a scuola, firmandosi poi da sola
le giustifiche, dall'alto della sua maggiore et. Era compagna di banco di
Vitale, ma i due sembravano chiusi in due palloni differenti. Quasi mai si
guardavano, comunicavano poco e sempre a monosillabi: solo in una cosa si
assomigliavano; la lunghezza delle minigonne di lei era assolutamente
identica a quella (abnorme) dei maglioni di lui. Lei, a cui piaceva darsi arie
da stravagante e svampita, e scandalizzare un poco la provincia pudorosa,
faceva la comunista, con non so quanto interesse e costrutto.
Andammo a chiederle di firmare la nostra lettera, ma lei tergiversava: non 
che non volesse firmare, ma non le interessavano quelle cose, non capiva, quel
giorno non c'era, non aveva voglia... Vitale mi guard e mi fece segno di
uscire un momento. Mi allontanai con una scusa. Dopo pochi secondi usc dalla
stanza anche Vitale, trionfante, con la lettera firmata. Inforcammo la sua
lambretta e ce ne andammo veloci sotto una pioggia torrenziale. Sul ponte gli
gridai: Mi spieghi come hai fatto? Gir un po' la faccia e mi rispose: Mi
sono appellato alla disciplina di partito, ma non potevo farlo davanti a te,
perci ti ho chiesto di uscire.
3. Una riga ogni cinque
Facevo parte, allora, del Movimento Studenti, una diramazione dell'Azione
cattolica, e tutte le nostre molteplici attivit di allora ruotavano attorno a
un giornale studentesco che era il nostro orgoglio, il nostro fiore
all'occhiello.
Stampavamo Il sentiero alla Tipomeccanica, una tipografia che stava proprio
sotto le finestre posteriori del "Galluppi", quelle delle nostre aule, che
davano appunto su via Carlo V.
La tipografia aveva una dotazione problematica: una sola linotype, un paio di
centinaia di clich con qualche fotografia di pini silani, di contadine in
costume, di onorevoli locali, tra cui bisognava scegliere le illustrazioni.
Pochi i caratteri per i titoli, tutti da comporre a mano. Ogni numero era
un'avventura: si doveva stare l coi tipografi a impaginare pezzo a pezzo
tutto quanto, tagliando, allungando, spostando le linee dei piombi e legandole
poi con delle cordicelle perch non si dividessero, il padrone, don Ciccio,
chiedeva costantemente almeno qualche anticipo, ma intanto
ci regalava in dosi massicce bicchieri di latte che era prudente bere quando
si stava per ore vicini alla linotype, per evitare di intossicarsi di piombo.
Era bello, Il sentiero; la gabbia grafica rispondeva al semplice ma
sacrosanto principio di non eccedere con le parti scritte, e di lasciare molti
bianchi; la testata aveva le lettere disordinatamente infilzate da una lunga
penna che spandeva inchiostro; il formato, dapprima grande, era cambiato
quando il giornale aveva compiuto dieci anni, e si era ridotto al tabloid che
veniva di moda: anche noi avevamo voluto la nostra piccola rivoluzione grafica.
Facevamo il giornale con Sergio Bruni, amico e fratello di tutta una vita.
Forse perch in tante cose siamo cos assolutamente diversi, forse per questo
ci siamo costruito un rapporto di cos stretta consuetudine, che resiste ad
ogni prova del tempo e dello spazio, se  possibile rafforzandosi ancora.
Certo, molti suoi caratteri erano e sono agli antipodi coi miei: intelligenza
precisa e analitica, rigore esasperante, fino alla pignoleria, mai un
soprassalto di iracondia, mai un fiotto di bile ideologica, sempre il
tentativo, lento, pervicace, implacabile, di ragionare; e poi un'ironia
sottile, un understatement tagliente, capace di scarnificare le nostre, le mie
megalomanie.
Nel '64, a sedici anni, si interessava alla crisi economica (la famosa
congiuntura), si occupava di storia della Resistenza, di rapporti Est-Ovest,
di sviluppo e terzo mondo.
Il tutto senza soverchie preoccupazioni ideologiche: studiava queste cose per
capirle, non per prendere partito; e simile disposizione mentale un po' mi
sorprendeva, un po' mi faceva rabbia. Amava pi la storia che la filosofia, e
questo ne faceva un allievo anomalo, nella classe di Mastroianni.
Insieme facevamo quasi tutto; arrivavamo persino a contrattare preventivamente
i nostri interessi e le nostre avances sentimentali: allora con questa ci
provo io... quest'altra forse interessa pi a te. Naturalmente insieme, e
sotto lo stesso banco, facevamo anche i titoli, gli articoli, le bozze del
Sentiero. Poi arrivava il giorno della chiusura in tipografia e allora, a
turno, uno dei due salava la scuola. L'altro si teneva pronto dalla finestra,
ai cambi di ora, all'intervallo. E in quella condizione logistica,
uno alla finestra, l'altro sotto per strada, si discuteva: questo titolo 
lungo, la fotografia della quarta non va bene, ecc.
Una volta avevamo deciso di pubblicare un paginone centrale di poesie, e
avevamo lanciato l'idea tra i compagni tramite il giornale: chiss perch la
gente, che  in genere cos contenuta, e addirittura restia, verso la
scrittura in prosa,  invece fluvialmente disponibile alla poesia. Ci trovammo
con una ridondanza di materiali francamente imbarazzante. C'era una sola cosa
da fare: abbattere la nostra malcerta scure filologica su quei poveri versi,
d'altro canto previggentemente redatti senza rime, per fortuna. Una di queste
poesie - un amore enigmaticamente disperato, tanto per cambiare - non c'era
verso di farcela stare, nella pagina. Con questa, cosa faccio? - gridai a
Sergio sulla strada. Quante righe ci sono in pi ? - mi chiese lui
dalla finestra. Sei. E quante sono in tutto? Una trentina. Allora
cacciane una ogni cinque, mi rispose.
Non ho mai trovato un criterio pi equilibrato ed equanime per fare a pezzi
una poesia.
4. Don Giorgio
Veniva da lontano, Il sentiero; era nato nel 1954 per iniziativa di don
Giorgio Bonapace e di un gruppo di studenti dell'Azione cattolica. Come in
ogni giornale studentesco che si rispetti, vi erano state varie redazioni,
che si erano avvicendate per motivi anagrafici e anche ideologici. Il primo
nucleo era stato quello di Sarino Maida, di Tot Ameduri, di Umberto Tropiano;
molti di loro avevano preso poi strade diverse, avevano abbandonato il fervore
cattolico, o lo avevano applicato a contesti politici e ideali differenti. Don
Giorgio, che ne aveva sofferto oltre ogni dire, non si era perduto di
coraggio. Aveva continuato a chiamare a raccolta, attorno al giornale,
gli studenti delle generazioni successive.
Strano e un po' amaro destino, il suo: questo autentico intellettuale e
grandissimo prete vide progressivamente allontanarsi dalla fede, dalla
religione, dall'ideologia per cui tanto intensamente militava, alcune delle
persone su cui aveva pi puntato, di cui era stato amico fino alla
condivisione fraterna della stessa esperienza quotidiana. E tutti quelli che,
come me, hanno modificato in seguito le proprie idee, che si sono
schierati sotto altre bandiere, non hanno mai dimenticato la lezione di
tolleranza, di apertura mentale, di senso critico, venuta da questo sacerdote
rigoroso, ortodosso, a tratti integralista, anche duro nella polemica
ideologica, ma portatore di un senso profondo della solidariet umana.
Non credo di parlare cos sotto la spinta di una emozione recente e di un
dolore bruciante, quali pure sono quelli che mi stringono il cuore, a pochi
mesi dalla sua morte. Don Giorgio  stato in tutti questi anni una delle pi 
grandi, delle pi significative figure intellettuali della nostra citt. Ha
tessuto nel corso di una vita di lavoro, una rete fittissima di raccordi
culturali, di scambi di esperienze, di vicinanze di vita.
Nessuno, forse, vi ha dato il giusto peso: ma  proprio su una iniziativa come
quella del Sentiero (e di tutto ci che attorno al giornale ruotava) che si
 basata per anni, a Catanzaro, la possibilit di un dialogo civile e di una
tensione intellettuale. Oggi quei tempi sono incredibilmente lontani nella
memoria, e sembra prevalere il tratto della disgregazione.
C'era un segno comune, un luogo di riferimento intellettuale preliminare, che
ci faceva cos intensamente discutere tra noi, che ci portava a litigare con
tanto accanimento coi nostri compagni-nemici comunisti: la dimensione
dell'impegno collettivo, il rifiuto dell'individualismo gretto e filisteo. Era
una sfida continuamente aperta sul terreno dei valori, della competizione
ideale.
Il dato di partenza era il rispetto per la cultura, la convinzione che
bisognasse vincere con le idee, e non con le volgarit o con la propaganda.
E poi, su questo in particolare insisteva don Giorgio, il fatto che le idee
potevano essere sbagliate, ma gli uomini che le sostenevano meritavano sempre
il massimo rispetto.
Cos il prete che ha costruito con maggiore accanimento e dedizione
l'associazionismo cattolico studentesco a Catanzaro  stato anche tra i
maggiori dispensatori di questo senso profondamente laico dei valori umani: e
tutto ci nel massimo rispetto delle sue gerarchie, delle sue fedelt, senza
mai proporsi o farsi strumentalizzare come il prete d'opposizione, l'utile
idiota, lo sgabello dei comunisti.
Si capisce allora perch ci tenesse tanto al suo posto di professore al Liceo
classico.
Aveva intuito la centralit strategica di quella posizione, il ruolo di
riconosciuta primazia di quella scuola dentro la citt, nel formare gli
embrioni di una lite dirigente.
Aveva capito che era quello uno dei livelli essenziali per la determinazione di
un orientamento delle personalit, di un governo delle coscienze. Svolgeva
questo suo ruolo con una confidenza e umanit particolari, schierandosi dalla
parte di una sensibilit giovanile, ma senza giovanilismi. Era proprio questo
piglio aperto, e anche vagamente trasgressivo, a fissare in tutti noi una
forte impressione positiva. E poi, per quelli che gli stavano pi vicini, il
senso di libert e d'apertura della sua casa, vero e proprio porto di mare,
dove si andava a tutte le ore; il modello di gestione democratica di una
famiglia numerosissima e multiforme, di cui si era trovato a capo
suo malgrado, orfano precoce e primogenito di undici fratelli; sopra ogni
altra cosa, il senso dell'allegria della vita, il distacco da ogni moralismo
piagnone, l'inguaribile, ottimistica, voglia di giocare, di divertirsi. In
quanti siamo stati insieme nella sua provatissima R 8? In dodici, o in
quindici? E quante volte gli abbiamo accarezzato ridendo il pancione da
prete incinto, prima che il terribile primo infarto lo smagrisse
cos drammaticamente?
Scriveva, nel decennale del Sentiero, ricordando i motivi che avevano
portato alla scelta di quel titolo, che esso stava ad indicare sommessamente
e con molta umilt quello che il modesto gruppo di studenti che lo aveva
costituito intendeva raggiungere: indicare agli amici una via da
percorrere insieme, e, per non spaventare troppo i pusillanimi, la indicava
come un sentiero agevole e difficile, sicuro ma anche arduo. Si trattava di
lanciare un'idea, dopo averla provata e vissuta ed attirare ad essa la
comunit studentesca perch diventasse pi cosciente e prendesse posizione di
fronte alle grandi scelte della vita con spirito di responsabilit.
I pusillanimi non si sono spaventati troppo; l'idea, provata e vissuta  stata
lanciata; per molti anni don Giorgio ha agito con la soddisfazione rarissima
di riuscire a mettere davvero in atto le cose che pensava: e pazienza
se non sempre gli  riuscito di farlo nella direzione in cui avrebbe voluto.
Pu davvero riposare in pace con se stesso, adesso. A noi tocca, come minimo,
discuterne la lezione, e non affievolirne la memoria.
5. La seicento verdebottiglia
Quelli della C erano i pi discoli. Relegati nella classifica delle gerarchie
di sezione (che allora, come una legge non scritta, sancivano il prestigio e
la provenienza sociale degli iscritti al liceo) in una posizione un po'
secondaria, non erano per questo i meno intelligenti o preparati. Tra loro,
anzi, qualche talento sicuro e genuino si raccomandava gi decisamente alla
considerazione - e alle preoccupazioni - della scuola. Dico preoccupazioni
perch era innegabilmente presente, nei pi bravi tra quelli della C, una
sorta di irridente sarcasmo, di denigratoria sicurezza, una voglia
non di sovvertire le gerarchie della provincia piccolo-borghese, ma di
sottolinearle per quello che erano: segni effimeri di un'angustia tutto
sommato subalterna.
Talvolta il sarcasmo sconfinava nella goliardia, come nel caso di questo
episodio, cui assistetti da spettatore neutrale (non so se pi compiaciuto o
scandalizzato: anch'io avevo un senso preciso dei valori e delle gerarchie
sociali, seppur mitigato da una robusta propensione polemica e da una certa
vocazione trasgressiva).
Il professor Morello, ordinario di matematica e arcigno vicepreside della
scuola, nume tutelare della Disciplina, aveva una seicento verdebottiglia.
Quella seicento era un simbolo di prestigio e potere degno di uno studio di
antropologia: non solo veniva custodita e lustrata come una cristalleria di
famiglia dai bidelli della scuola (Mercurio, in specie, detto il messaggero
alato per via del nome, ma anche per la scarsa velocit di spostamento della
sua andatura claudicante); la seicento veniva sistematicamente parcheggiata
nello spazio angusto compreso tra il portone centrale e la rampa dei gradini
interni, proprio in mezzo al passaggio. Non credo che vi fosse
alcuna cattiva volont di prevaricazione o di sopruso nel lasciare l in mezzo
quell'oggetto traslucido, che costringeva a qualche contorsione chiunque
volesse passare. Era solo una comodit, un piccolo privilegio che il
vicepreside del liceo classico immaginava di sua spettanza.
Quelli della C ce l'avevano con Morello: loro ne combinavano di tutti i colori,
e lui li castigava, comminando ammonizioni e sospensioni. Una volta la
tensione dovette arrivare a un punto critico, perch quel giorno la seicento,
la lucida seicento verdebottiglia, venne ignominiosamente profanata: al
tergicristallo del parabrezza fu appeso uno di quegli oggetti che servono a
fare bene l'amore (come recita l'attuale, edulcorata pubblicit), riempito
per l'occasione di latte.
L'effetto che si pot contemplare, dal marciapiede di fronte, fu di un crudo,
esasperato realismo. Tocc a Mercurio lavare l'onta; e per qualche giorno la
seicento non fu parcheggiata dentro il portone.
6. Il professore
Il nostro professore  stato Giovanni Mastroianni, non se ne abbiamo a male gli
altri.
Era una presenza incombente, enorme, sistematica, che ti costringeva
continuamente a fare i conti con te stesso, perch ti metteva addosso la voglia
e il bisogno di pensare, di ragionare.
Irreprensibile, colto, elegante in tutto ma specialmente nella parola, era
dotato di una capacit professionale che doveva addirittura risultare
irritante ai suoi colleghi, perch insinuava continuamente imbarazzanti,
impliciti paragoni. Tra l'altro non nascondeva in nulla la sua scelta
ideologica di opposizione, anzi, senza mai ostentarle, riconosceva alle sue
idee - al suo marxismo - una capacit di primizia intellettuale, una forza
egemonica che era (ed ) l'origine vera del suo carisma.
Mi sono chiesto spesso quanta fatica gli sia costato e gli costi impersonare
una parte cos difficile, imporsi per una vita intera livelli cos
rigorosamente elevati di coerenza.
Mi sono chiesto anche (ce lo siamo chiesti in molti tra i suoi allievi) se il
suo acume e la sua cultura non fossero compressi, anzi schiacciati, dalle
angustie intellettuali della provincia calabrese. Certo Mastroianni ha anche
avuto grandi soddisfazioni, ha vissuto in un contesto di generale e costante
gratificazione della sua persona e del suo ruolo. Il professionista e il
notabile, il professore e lo studente, il funzionario di partito e la signora
della Fidapa, hanno infatti consolidato nel tempo l'idea secondo cui  proprio
lui il vero depositario della funzione intellettuale in questa citt. Per
molti versi, e per molto tempo, hanno perfino accettato l'idea di
delegargliela, questa funzione intellettuale, condonandogli il suo marxismo
e il suo comunismo, quasi fossero qualcosa di diverso dall'anima stessa del
suo lavoro intellettuale e della sua cultura. Cos  sempre stato facile per
tutti, a Catanzaro riconoscere che quel Mastroianni ha un grande cervello.
Pi difficile per il professore  stato trovare in questa citt interlocutori
veri, capaci di discutere con lui per davvero, disposti ad affrontare i suoi
argomenti senza dargli o delegargli la ragione. Difficile  anche discutere
con lui da parte dei suoi stessi allievi, persino da parte di quelli pi cari.
Si potrebbe definire, il suo, un atteggiamento iperpedagogico, nel senso che a
Mastroianni interessa molto di pi farti capire le cose che non capire ci che
ne pensi tu. Forse proprio per questo tanti di noi hanno subito il fascino
della sua vocazione intellettuale fino a volerne in un modo o nell'altro
riprendere la lezione, seguire le orme? La verit  che Mastroianni  stato
per tutto un lungo periodo l'emblema stesso della funzione formatrice della
scuola nella nostrta citt. Ha nobilitato il ruolo della cultura in una
societ a scarsa o nulla vocazione produttiva, in cui, in un certo senso,
pensare non aveva sbocchi, non serviva a nulla, se non appunto... a pensare.
Anomalo  il numero dei suoi studenti che hanno scelto di continuare a
studiare filosofia all'Universit (nella mia classe di liceo almeno 7 su 23).
Anomalo  anche il numero di quelli che hanno ottenuto esiti brillanti negli
studi - normalisti, professori universitari, intellettuali di prestigio. Quasi
tutti, per, se ne sono andati, hanno redistribuito altrove l'alto tasso di
concentrazione intellettuale che il professore si era saputo creare intorno.
Lui no; lui  rimasto. Ha fatto il preside,  andato a insegnare
all'Universit di Cosenza, ha continuato a lavorare ai suoi sofisticati
progetti di ricerca accettando di stare in Calabria, ha sopportato le angustie
della provincia con un non completamente disdegnato cilicio, consapevole
com'era che le sue doti intellettuali e la sua cultura avrebbero potuto
assicurargli ben altri uditori, e interlocutori ben altrimenti impegnativi.
Io, che ai tempi del liceo ho avuto con lui un rapporto teso e dialettico, che
ho cercato spesso in quegli anni nella mia mente le ragioni che potessero
motivare nei suoi confronti anche contrapposizioni e dissenso, col passare del
tempo mi vado avvicinando a lui sempre di pi . N credo che ci sia dovuto in
misura primaria al fatto di avere nel frattempo maturato idee e sensibilit
culturali pi vicine alle sue. Mi pare di avergli voluto bene sempre, ma di
capirlo meglio ora, adesso che la forza del suo eccezionale carisma non
disdegna di lasciar trapelare qualche sprazzo (solo qualche sprazzo) della sua
finissima, contraddittoria, malinconica umanit.
7. Una citt, un liceo
La memoria tradisce, nel doppio senso per cui tramanda e insieme deforma:
modifica le proporzioni, ingigantisce o rimpicciolisce gli episodi,
soprattutto seleziona le cose arbitrariamente. Quando mi sono accinto a
scrivere questi ricordi di liceo ne ero perfettamente consapevole; e so
altrettanto bene che l'immagine del liceo classico di Catanzaro che uscir
dagli scritti dei suoi ex-allievi sar fortemente distante, sicuramente
migliore, rispetto alla realt evocata. Nessuno - credo - parler
delle cose brutte, delle meschinit, delle mediocrit e delle inculture, che
pure vi sono certamente state, se non per contrapporvi un qualche elemento
positivo. Del resto, questo ci viene domandato: non una neutra e asettica
ricostruzione oggettiva e nemmeno un esercizio di critica storica, ma
un'operazione di memoria che contribuisca a rinverdire e restaurare la
tradizione del "Galluppi".
Ora  noto che tutte le tradizioni, a partire da quelle pi nobili, hanno in s
una gran parte di invenzione, nascono esattamente da operazioni della memoria
che esaltano e valorizzano elementi marginali, ne tacciono o mortificano altri
essenziali, proiettano, insomma, verso il passato bisogni, tensioni,
aspettative del presente.
Sono per questo meno legittime le tradizioni? Servono esse meno, per il fatto
di essere poco veritiere? Io non credo. Alla fine di questa operazione di
esercizio della memoria - e della retorica - collettiva, forse non si sapr
che cosa sia stato nel corso degli anni il Liceo Galluppi, ma certo se ne
sapr di pi su quello che tutti noi vorremmo fosse stato, sui compiti, il
ruolo, la funzione che l'immaginazione collettiva di una citt ha assegnato e
assegna al suo liceo nel corso del tempo.
Un liceo classico in una citt meridionale - specie in assenza di una
Universit - non  una scuola qualunque:  precisamente il luogo deputato di
formazione delle lites dirigenti locali, la sede di riconferma o di
stravolgimento delle gerarchie urbane, il termometro ideale della temperatura
sociale di un aggregato umano.
Il Liceo Galluppi  stato tutto questo, nei lunghi anni della sua storia. Solo
di recente questa sua funzione si  fortemente attenuata,  anzi decaduta.
Perch questa decadenza? Qui il discorso si farebbe lungo, ma baster
osservare che tra le molte cose che sono cambiate nel Mezzogiorno negli ultimi
anni vi  proprio questa: si  verificata una perdita di identit dei vecchi
ceti dirigenti urbani, vi  stata una conquista della citt da parte dei
provinciali, si  realizzato un aumento della viscosit sociale. In questo
contesto, ricchezza potere e fortuna delle famiglie e dei singoli passano
sempre meno per la porta della affermazione di uno status intellettuale. Ecco
allora che il liceo decade. Decade - si badi bene - nell'immagine, nella
memoria. Non  affatto detto che decada nella realt, che una volta fosse pi 
qualificato e oggi lo sia meno.  diminuito il grado di interesse, la
quantit di aspirazioni, il concentramento di aspettative collettive da
riversare intorno a questo catalizzatore urbano.
Chi abbia almeno la mia et pu ancora ricordare che cosa volesse dire quel
quarto d'ora dalle dodici e trenta all'una meno un quarto davanti alla porta
del "Galluppi".
Vi si svolgeva un rito quotidiano della Catanzaro-bene. Universitari in
attesa delle ragazze, padri importanti nell'espletamento della stessa
funzione, professori, attivisti politici, notabili, preti: c'erano tutti.
La stessa collocazione fisica della sede del Convitto Liceo Galluppi, dentro
le anguste geometrie urbane della citt non si potrebbe definire altro che
centrale. L di fronte si prendeva l'aperitivo (al bar Guglielmo); l di
fronte si compravano i giornali e le riviste di cultura (all'edicola di
Paparazzo); l dentro, nella sua Aula magna, la citt consumava i suoi rituali
di iniziazione culturale, fossero le sofisticate e difficili conferenze di
Mastroianni e le lezioni sul jazz - con ascolto guidato - tenute dal giovane
Papaleo - guance di porpora.
Era buono tutto questo? Soprattutto, era meglio? Questo libro  stato pensato
esattamente perch ciascuno di noi potesse rispondere a questa domanda con un
appassionato s. Non sar io, dopo le pagine che ho scritto, a rispondere di
no, anche se mi pare d'obbligo, se non altro, adottare la cautela
dell'autoironia.

Domenico Vasapollo.
nato a Catanzaro il 22 aprile 1948
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1961/1962)

L'austero Liceo Galluppi a Catanzaro,
la frustrazione per me studente non bravo ma consapevole e poi, l'Universit a
Perugia. Uscire finalmente dal guscio, dalla protezione familiare e sociale,
dal rigore scolastico per assaporare l'indipendenza, la contestazione, quella
vera del Sessantotto, ma anche per cimentare le sopite ed intrappolate
energie intellettive nel campo della medicina. Periodo universitario
bellissimo, superato di slancio, con l'entusiasmo delle nuove conoscenze, pi 
confacenti alle personali attitudini. Esplosione di sapere, di studio, di
amori. E poi la turrita e fredda Bologna, l'insegnamento universitario, la
brillante attivit professionale, negli ultimi tempi proiettata nell'ambito
della medicina sportiva ed il contatto con un mondo che, magicamente, mi
riporta alle origini, alla passione giovanile per il calcio.
Il filo del ricordo si dipana: Catanzaro, la famiglia, gli amici di infanzia
pi cari, la scuola, il Ginnasio Liceo Galluppi da cui ero letteralmente
scappato, forse intimorito e deluso.
La lettura del recente volume del tenace prof. Galiano, Vecchio Galluppi, i
piacevoli ricordi dei cari amici Piero Bevilacqua e Rino Zumpano mi hanno
permesso di rivivere con rara efficacia l'atmosfera di quegli anni cos
lontani, filtrati da tante altre vicende personali accumulate in quasi trenta
anni. E gi, i ricordi del Ginnasio, il preventivo slancio, subito sedato da
problemi fisici legati ad uno stress sportivo e la rinuncia, a causa della
stupida insipienza del medico di famiglia che ebbe a dire ai miei:  meglio
che smetta di giocare al calcio. Poi la paura di rimanere fuori o
indietro (all'ultimo banco, sempre!), avvalorata sul campo, negli anni del
liceo pur sempre con la recondita convinzione, la tenace convinzione di
potercela fare. Gli amici, alcuni esempi da seguire. Gli studi, per me
pesanti, difficili, noiosi, lontani millenni! dalle mie attitudini forse pi 
pratiche, l'incredibile rigore, il blocco del libero sfogo, della esuberanza,
ma anche i numerosi dribbling che con tempismo e scelta tecnica impeccabile
mettevamo in opera l'amico Zumpano ed io. Il capolavoro di sagacia, di
temperamento, di equilibrio e di equilibrismo, veniva da noi messo in opera in
occasione del compito di greco. Rino ed io venivamo scaraventati nella
mischia, lontani dalla protezione reciproca, dall'austero Procopio. Che fare?
Di volta in volta bisognava pensare, studiare gli stratagemmi pi 
impensabili, come quella volta della carta carbone, per copiare il compito,
tentativo miseramente fallito (quella sola volta!), perch scoperti, e quindi
sconfitti, dall'onnipresente Federico. E posso assicurare, a scanso di
equivoci, che il numero 33 e 34 non furono mai estratti dal compianto prof.
Morello, non perch da noi sottratti, tant' che, durante le estrazioni 
(poi, a distanza di anni, durante un piacevole incontro casuale nei giardini
di San Leonardo, in un assolato pomeriggio estivo, il caro professore mi disse
che era stato un bluff, dal momento che, a volte, chiamava chi voleva lui), ci
munivamo dei pi classici e potenti amuleti della fortuna, dai corni al
gobetto, che venivano da noi lungamente strofinati e che, puntualmente, ci
portavano fortuna. Ed i grilli, faticosamente recuperati tra le zolle
prospicienti la Scuola Agraria e poi riversati in piena classe per
sollecitare lo spirito protettivo del claudicante Ciccio Tallarico, od anche
il fazzoletto macchiato ad arte di rosso con pennarello, per simulare una
tempestiva epistassi, in modo da evitare una scorbutica interrogazione di
greco o di latino. Eppure furono anni formativi, certamente non noiosi o
monotoni, in una citt peraltro statica.
La voglia di fare, sembrerebbe strano, era in me presente gi da allora. La
spinta alla cinematografia, sollecitata dall'amico Rino, in un cenacolo di
primissimo piano, da cui avrebbe preso poi il via, uno del gruppo, Gianni
Amelio, ora affermato regista; la spinta culturale di Ugo Fantasia, di Paolo
Sirianni o le dinamiche politiche di Piero Bevilacqua. Il maledetto Piero,
a cui invidiavo la capacit di scrivere in modo impeccabile, seppur semplice,
ma per me affascinante.
Il nostro mondo era cos permeato da tante cose, banali, frivole, ma anche da
tante spinte culturalmente valide, che hanno certamente rappresentato una
base di approfondimento nel periodo universitario e nella attivit
professionale. Certo sapere che tanti cari compagni di classe si sono
affermati nel campo umanistico , sinceramente, motivo di vanto per il nostro
Galluppi e per i tanto amati-odiati insegnanti di allora. Gi, il temuto
gruppo docente della sezione A, a cominciare dallo smagrito e severo Michele
Riolo che ebbe la malaugurata idea di abbandonarci in terza liceo e a cui non
perdoner mai di avermi interrogato sullo spettacolo teatrale a
cui la classe aveva partecipato il giorno precedente, al florido e
rigoroso Federico Procopio che, abitando al centro, in via Indipendenza, in
posizione strategica, impediva a noi di Catanzaro alta di accedere
indisturbati al rituale passeggio lungo il Corso Mazzini, dal dinamico,
sanguigno e brioso Salvatore Morello al comprensivo Ezio Galiano. Diciamo la
verit: era un gruppo di docenti altamente qualificato e preparato troppo,
ahim, per uno spaurito studente a cui quel modo di fare e di insegnare non
andava gi, a cui quel mondo classico cos lontano non interessava, ma
altrettanto temuto. Ricordo, come fosse ieri, che prima che iniziasse l'ora
di scienze, il solito Zumpano distribu le solite fialette lacrimogene,
senonch, subito dopo che le avevamo frantumate, fece capolino Procopio che,
per nostra fortuna, mentre ci guardavamo sgomenti, riusc, beato lui, a non
versare nemmeno una lacrima. Da quel lontano 1966 non l'ho pi visto o
incontrato; certo, la sua presenza cos viva, vitale ed educativa ha
rappresentato una testimonianza di rara cultura e seriet a cui ho cercato di
attingere nella mia vita professionale, oltre che universitaria, anche se nei
suoi confronti (ora finalmente riesco a capirlo) maturavo una sorta di
ribellione, di contestazione, attraverso un rifiuto corretto ed educato.
Ugualmente non ho pi avuto notizia di tanti e tanti compagni di classe, dal
piccolo Afeltra al biondo Giordano, dai poderosi Carnevale e Benincasa, al
simpatico Lillo Pavia, dalla sanguigna Mandino alla gradevole Rotiroti e
all'enigmatico De Benedetti, dal chiassoso Masillo all'evanescente Zafferana,
dalla brava e quadrata Serenella Siciliano alla tranquilla Gabriella Papaleo,
amica d'infanzia, che tutti vorrei incontrare. Purtroppo la malaugurata sorte
mi ha concesso di vedere, esanime, su di un freddo tavolo marmoreo
dell'obitorio dell'Ospedale Maggiore di Bologna, uno di noi, Nicola Iozzo,
carissimo amico spentosi in una drammatica vicenda. Lo ricordo con tanto
affetto perch spensieratezza, gioia di vivere ci accomunavano.
Un ricordo particolare, direi fraterno, tra i docenti va all'amico prof.
Galiano, dalla carica umana intensissima che, unico tra tanti eccelsi
ptofessori, mi ha saputo incoraggiare e spronare, puntando su di un cavallo
che certamente non era tra i favoriti.
Le ragazze, gli amori: ahim, poco da raccontare. Pochi di noi, ricordo,
allora i pi temerari si lanciavano con le coetanee, cos come schiettamente
ricordato dall'amico Raffaele Teti. E pensare che non eravamo poi da buttare
via. Rappresentava certamente un freno il mondo culturale della Catanzaro
degli anni Sessanta, tant' che l'unica volta che ebbi modo di uscire con una
compagna di scuola, marinando insieme, al rientro a casa, dopo una piacevole
gita al mare, i miei erano gi a conoscenza del fattaccio. Smisi l,
rifacendomi poi, lontano, a Perugia. E s che eravamo contornati da
bellissime compagne: Rossana Pittelli, Luciana Repici, Maria Giovanna Riitano,
Liana Rabissi...
Ora da adulto, di tutto ci conservo un magico ricordo anche se il lavoro
impegnativo, la famiglia, il contesto sociale in cui opero mi ha
profondamente cambiato. Spero per che in tutti voi, compagni del liceo e
nuovi giovani allievi, accanto al maturo e tormentato adulto, ci sia sempre
posto per quel fanciullo che non dobbiamo, a nessun costo, dimenticare o
perdere nel corso della nostra vita.
P.S. Di una cosa sono personalmente convinto: che, se i nostri docenti di
allora, fossero stati consapevoli della problematica dell'Io sono okey. Tu
sei okey vi sarebbe stato il massimo e totale coinvolgimento in una
avventura culturale ed umana senza pari. Ma, approfondire ora questa tematica
ci porterebbe lontano.

Armando Vitale.
nato a Catanzaro il 7 novembre 1948
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. C
(Registro generale dell'anno scolastico 1961/1962)

Alla ricerca del tempo
perduto? Non credo che Ezio Galiano abbia voluto costruire un'augusta galleria
di memorie, sollecitare la rievocazione nostalgica di uomini e cose. La domanda
che pone mi sembra un'altra, pi densa: si pu guardare, nella controluce di
oggi, al Liceo come crocevia di esperienze e pensieri, decisiva stazione di un
cammino, luogo di svolte e ricco di futuro?
Il presente che viviamo  straordinario per la velocit dei cambiamenti: mutano
le forme di vita, il costume, le culture, i modi del lavoro; si spezzano
antichi equilibri e viaggiamo verso il duemila carichi di speranze e incognite
drammatiche il Liceo Galluppi degli anni '60, osservato dalle vertigini del
nostro tempo, sembra precipitare ancora pi lontano negli anni, ritagliarsi
tutto dentro i confini di una provincia appagata e sonnacchiosa, rispondere
pi al richiamo degli affetti che alla curiosit forte della mente.
La messa a fuoco obbliga per a un giudizio pi attento, dialettico; il palazzo
severo di corso Mazzini riacquista un fascino e lo studente di vent'anni
addietro, che ripensi a quanto vi accadeva, si trova a comporre frammenti
significativi di una storia non banale.
Il ginnasio: davvero oltre l'infanzia
Il ginnasio ho cominciato a frequentarlo, lievemente contraddicendo mia madre:
sola e inabile amministratrice di una scarna eredit avrebbe forse preferito
un solido diploma e il lavoro a breve termine.
Velia Critelli, di forte carattere, era la rigorosa insegnante di lettere;
debbo riconoscere che pur nelle sue durezze riusciva a mettere un soffio di
vita negli arcaici programmi ginnasiali. Non poche lezioni, qualche lettura
non manualistica in classe, gi stimolavano la discussione di adolescenti
vogliosi di maneggiare le idee.
Senza sconvolgimenti apparenti, i due anni passati tra le esercitazioni di
latino e greco e il lento rituale dei Promessi Sposi contengono gi l'inizio
di uno svolgimento.
Si consuma il distacco dal quartiere e dalle sue strade, cambia il paesaggio
degli affetti e delle amicizie, si perde l'infantile sicurezza nell'ordine
delle cose e nella buona provvidenza. Un prete arguto ed estroverso, che non
c' pi faceva a scuola da ironico contraltare ai discorsi ispirati di un
bravo e dotto religioso dell'Universit Pontificia di Pio X che curava le
anime giovani di un drappello di militanti dell'Azione Cattolica presso
l'antica e popolare parrocchia di S Francesco. Accensioni devote e
dubbi inquieti allora si alternavano: ricordo un'atroce confessione
prepasquale e il tono ammonitore dell'uomo in tonaca nera dietro la grata: gli
avevo naturalmente raccontato di innocenti curiosit per l'altro sesso. Venne
la crisi di angoscia e poi il salto liberatorio; e la fine delle credulonerie
e di tante oneste convinzioni.
Paolo Sirianni e Piero Bevilacqua, compagni di ginnasio, mi hanno aiutato,
senza saperlo, nell'approdo al disincanto laico. Il primo, rampollo di una
famiglia della borghesia impiegatizia cittadina, sapeva civettare con le idee,
aveva il gusto della polemica e modernit di vedute. Piero era gi un
personaggio, una sorta di leader, per la precocit delle conoscenze e la
spregiudicatezza dei comportamenti.
L'estrazione popolare ne esaltava lo spirito provocatorio e ribaldo, le
consistenti letture lo facevano capcace di un discorso fine e costruito. In
classe insorgeva contro la pavida morale di un certo Manzoni; sul corso
cittadino intratteneva un gruppo di fedelissimi su argomenti di varia umanit:
dalle donne ai raffinati poeti del decadentismo francese.
Il liceo passagio al mondo in idea
Il passaggio al liceo apre nuovi orizzonti: maturano posizioni ideali e scelte
di vita. I ricordi sono vivaci e puntuali, una folla di personaggi ed episodi
mi torna davanti senza fatica, per l'incidenza che hanno avuto e per
i rapporti che durano. La distanza e le poche cose buone imparate impongono
per anche l'esercizio della cattiveria critica. Non ricordo una sola,
autentica lezione sulla grande realt del mondo antico: negli insegnanti di
discipline classiche dominavano sovrani la retorica e il formalismo.
L'unzione accademica di qualcuno era pari allo sconsolante vuoto di idee e di
cognizioni effettive. La storia, i conflitti, le culture di straordinarie
societ sparivano nella grigia sequenza di opere ed autori mai penetrati nel
loro linguaggio e nei loro intenti pi profondi. Confesso, a mio danno, che
ancora oggi, davanti a un solido brano di latino, fatico a cogliere subito il
pensiero centrale, la linea d'argomentazione. Se penso a qualche documento
recente della Direzione Classica del nostro vecchio Ministero della pubblica
istruzione, trovo le mie ragioni confermate persino dalla burocrazia e dalla
cultura ufficiali. Dov'era mai, negli stanchi e tediosi sermoni di qualche
abbottonato e accigliatissimo professore di latino e greco, l'imponente
costruzione giuridica dei romani, la loro sapienza agronomica,
l'intelligenza dei loro urbanisti? Gli stessi filosofi e letterati, nello
scadimento di ogni discorso, rimanevano nudo oggetto di torturanti
esercitazioni scolastiche. Credo peraltro che i soli allievi del prof.
Procopio abbiano allora nel "Galluppi" appreso gli strumenti, le tecniche di
decifrazione delle lingue classiche.
Il vuoto di messaggi e stimoli si riempiva, nella sezione B, con l'attenzione
passiva degli scolari diligenti, l'indolenza dei pi e gli esercizi in libert
di eretiche, ristrette minoranze.
Arceri, Marani, Righini, giocavano con mosse felpate lunghe briscole o
impegnate battaglie navali; io ascoltavo musica armato di transistor e di un
lungo auricolare.  come ripassare una scena dell'Amarcord felliniano: in
seconda liceo un giorno l'auricolare si stacca e la minuscola radio manda in
onda per una classe esilarata, davanti all'attonito docente di latino, la
Cavalcata fragorosa delle Walkirie di Wagner. Cos l'adolescenza crudele si
risarciva delle inutili ore perdute.
L'orgoglio della citt per il suo "Galluppi" non era interamente fondato:
dentro le mura mediocrit e intelligenza si mescolavano, stanche tradizioni e
fermenti critici coabitavano. Sar pure schematico sociologismo: ma il liceo
era deputato, da un lato, a riprodurre una pigra e altezzosa classe dirigente
locale o l'onesto ceto professionale cittadino; a liberare, dall'altro,
energie intellettuali e forze innovatrici. Tanti, tra i migliori, che hanno
assorbito i succhi pi forti e vitali del vecchio "Galluppi", hanno trovato
poi stretto l'abito della citt e hanno altrove investito intelligenza,
competenze e voglia di cambiare. Il libro pensato da Galiano fornir
sicuramente impressionante testimonianza delle risorse che abbiamo perduto.
Catanzaro intanto continua a mutare, sempre pi moderna e anonima, terreno di
scorreria di gruppi politici rampanti, deturpata senza rimedio, con una
gioventdisorientata che tace. Il mio debito col liceo resta comunque
grande: in quei tre anni c' stata la conversione mentale. la rottura con le
aspirazioni del ragazzo cresciuto fra decoro piccolo-borghese e svaghi
popolani.
Fare l'avvocato, sedere sullo scanno del magistrato perde di fascino; la
curiosit per il libro diventa gusto per la lettura della realt e la
comprensione delle cose. Decisivo  l'incontro con un "padre"
intellettualmente generoso: Giovanni Mastroianni. La traccia dei miei
interessi  stata segnata dal confronto con lo straordinario insegnante di
filosofia e l'appassionato uomo di scuola. La comparsa in classe fu una sorta
di rivelazione. Nel silenzio rispettoso dei pi e concentrato di pochi
prendeva corpo e assumeva contorni un discorso sulla societ e sugli uomini,
sulla storia delle idee e l'incidenza loro nella vita del mondo. Tutto
passava attraverso l'antica lezione dalla cattedra, dal lessico piano,
lontana da false e atteggiate profondit, sobria e densa di domande. Il
personaggio aveva e mantiene le sue civetterie: l'elegante compostezza, la
puntualit pignola, l'intelligente maldicenza. Anche l'ironia lo rendeva
diverso da altre compunte figure professorali; agli adolescenti introversi
insegnava il distacco dai compiacimenti esistenziali e dall'autistica
contemplazione di s. Senza nulla concedere ai giovanilismi il professore
aveva con gli alunni un rapporto moderno, felicemente socratico. Come altri
ho considerato pure io un privilegio accompagnarlo qualche sera nella
passeggiata sul corso Mazzini per l'antica strettoia ancora integra. Il
gruppo si infoltiva a volte di studenti universitari, intellettuali gi
impegnati e pronti a misurarsi, e la conversazione scorreva sui binari ardui
della filosofia e della politica, ma anche sui vizi e sulle virtdella gente
comune.
Ho conosciuto cos Nicola Siciliani, oggi giovane cattedrattico, allora
appena laureando ma carico di letture e di curiosit. Nino era gi un
interlocutore maturo, intelligente, accreditato. I pi giovani, assistendo al
confronto, ci sentivamo pulcini, ansiosi di crescere, di padroneggiare anche
noi gli strumenti di quella discussione. La classe restava naturalmente il
laboratorio da Mastroianni privilegiato. Allora non c'era il gran discutere
di oggi sulle didattiche e sulle metodiche dell'insegnamento; il
testo di filosofia era il vetusto e compatto Lamanna, il manuale di storia era
il bellissimo Spini in carta patinata. Eppure ogni lezione costituiva un
appuntamento da sfruttare, un'occasione per provarsi nel giuoco delle idee.
Gli studenti lamentano ancora una scuola lontana dalla vita e dalle domande
della societ: dipende certo dai ritardi delle istituzioni e dalle riforme
mancate, ma resta al fondo la povert di chi fa scuola senza trasmettere
conoscenze e impulsi a pensare.
L'ora di filosofia che teneva invece avvinti me e un gruppo di amici si
svolgeva senza alcun cedimento giornalistico agli stimoli del quotidiano o
dell avvenimento; dalla cattedra veniva un esempio di rigore, nel rispetto
della logica di autori e testi, ben lontano da tentazioni imbonitrici o da
banali furori dottrinari. Passioni e rabbie venivano cos piegate all'esigenza
dell'esame razionale e del vaglio critico.
Il cammino non  stato per limpido: ricordo momenti di lungo torpore
spirituale e di drammatico ripiegamento; ho superato la stretta della
coscienza infelice imparando a guardare al mondo grande e terribile e alle
sue ragioni. Adesso comprendo l'amore ereditato per la Ginestra di Leopardi
e la Fenomenologia del grande Hegel.
C' un forte recupero, tra filosofi e giornalisti, nel costume diffuso, dei
temi dell'individuo e della felicita, dei bisogni e del godimento ricco della
vita.  una reazione liberatoria alla disciplina coatta degli organismi
collettivi e all'ingenuo globalismo della cultura del sessantotto; c' anche
per la preoccupante rinuncia ai disegni di solidariet nuove tra gli uomini e
a progetti di cambiamenti possibili.
Questa prospettiva, guadagnata al Liceo, resta invece per me salda. Il
messaggio di Leopardi  ancora alto: rinunciare agli egoismi di ceto e nazione
per costruire la social catena contro le minacce incombenti  compito di
un'umanit adulta.
E come pu sembrare una suppellettile filosofica l'idea che stiamo comunque
dentro un processo, dentro una storia che ha punti critici da riconoscere? In
terza liceo fu perci suggestivo l'incontro col linguaggio densamente ispirato
della Prefazione alla Fenomenologia. C' un brano, pi volte riletto, che
veniva incontro alla voglia di futuro di un diciottenne inquieto: A quel modo
che nella creatura, dopo lungo nutrimento, il primo respiro, in un salto
qualitativo, interrompe un lento processo di solo accrescimento quantitativo,
e il bambino  nato; cos, lo spirito che si forma, matura lento e placido
verso la sua nuova figura e dissolve brano a brano l'edificio del suo mondo
precedente. Lo sgretolamento che sta cominciando  avvertibile
solo per sintomi sporadici; la fatuit e la noia che invadono ci che ancor
sussiste, l'indeterminato presentimento di un ignoto, sono segni forieri di un
qualcosa di diverso che  in marcia. Questo lento sbocconcellarsi che ancora
non altera il profilo dell'Intero, viene interrotto dall'apparizione che, come
un lampo, d'un colpo, mette innanzi la piena struttura del nuovo mondo
(Hegel, Fenomenologia dello spirito. Firenze, 1963, p. 9). Hegel sa che pu
essere male interpretato, si rifiuta di essere letto in chiave profetica,
avverte che il lavorio della storia  lungo e complicato:
l'inizio del novello spirito  il prodotto di un vasto sovvertimento di
molteplici forme di civilt,  il premio di una via molto intricata e di una
non meno grave fatica (ibidem). Sicuramente, pi che oggetto di attento scavo,
il passo acuto di Hegel fu, mentre si compiva l'esperienza liceale, il luogo
di riconoscimento di una personale avventura: la conversione a un modo nuovo
di percepire le proprie contraddizioni, lo spostamento dell'interesse verso
l'esterno, la societ e i suoi problemi.
In quell'anno straordinario, per come sempre lo rivivo, il disagio del mondo,
che esprimevo con l'ingenua passione per La Nausea di Sartre, diventa
giudizio politico sulle cose e scelta di campo.
L'insegnante di filosofia era sempre stato cauto e discreto, immune da ogni
predicazione ideologica; la filigrana del suo discorso era per, nel senso pi 
alto, tutta politica, orientata sul tema centrale della storia, del ruolo degli
uomini e delle loro possibilit. Ero dunque preparato a un passaggio,
mentalmente predisposto a raccogliere una spinta. Anche nella vicenda nostra
di individui operano tendenze profonde e congiunture; c'era per me bisogno che
una linea di svolgimento gi matura diventasse esplicita attraverso il giuoco
delle circostanze e delle relazioni umane.
La politica a scuola. Cattolici e comunisti
Come accade ancora oggi, nell'autunno maturo scendemmo in piazza per gridare la
protesta del liceo contro le celle monacali che ci ospitavano: il vecchio
stabile era angusto e un p bucato dalle piogge.
Improvvisato leader mi ritrovai a dirigere il corteo e ad arringare la folla
dei compagni. Nell'immaginazione di noi ragazzi l'episodio si trasfigurava,
assumeva il rango di una storica battaglia contro le incurie e i peccati di
una classe dirigente.
Per giorni e giorni un pezzo della mia 3 B si trasfer dai banchi ai tavoli
delle lunghe, appassionate, a volte inconcludenti discussioni, dove bisognava
decidere le strategie e le tattiche. Dentro quest'esperienza si venivano
delineando posizioni, schieramenti; la simulazione della lotta politica
portava ad assumere un punto di vista, a rompere con la neutralit critica del
puro osservatore. Il Partito comunista  il mio approdo.
La cosa non era affatto naturale. Tre anni prima, studente ginnasiale perbene
e ancora timorato, avevo assistito con oscuro panico a un comizio catanzarese
di Palmiro Togliatti: L'orda contadina che avanzava verso piazza Prefettura,
la voce tagliente e la limpida requisitoria del segretario generale del PCI,
erano evocatrici di un futuro possibile di disordine e di distruttiva anarchia.
Sono convinto che ancora oggi, nell'istinto profondo di tanta gente del
Mezzogiorno, abbiano residue ma forti radici paure cos antiche. In me si
esprimeva l'educazione religiosa e codina, l'irrazionale rifiuto del piccolo
modesto proprietario abituato, dentro e fuori la famiglia, a guardare ai meno
fortunati come bisognosi di sola carit. In secondo Liceo la lettura del
Manifesto di Marx ed Engels mi metteva invece davanti al grande e
potente affresco della storia delle classi e del loro scontro per la direzione
della civilt. Un lungo tratto di strada era compiuto. Perci, nelle passioni
e fra i contrasti suscitati dalla battaglia per un maggior decoro
dell'Istituto, finii per ritrovarmi in casa Lamanna, accanto a comunisti
impegnati e di spicco: Giovanni, il padre, ex proprietario terriero del
crotonese, travolto dalla passione politica, deputato al parlamento, colto e
di grande vena oratoria; Gaetano il figlio, compagno di classe dell'ultim'ora,
gi rodato dirigente della Federazione giovanile di Crotone, privo di
fanatismi, attrezzato di discrete letture e di pungente umorismo. La famiglia
abitava in casa d'affitto a V. Turco; in una stanza minuscola preparavamo
volantini, documenti, piani di guerra.
I risultati furono scarsi, ma c'era stata la prova, il cimento collettivo, il
battesimo politico. Nel giro di poche settimane divenni militante e dirigente
della gioventcomunista, non certo per le doti straordinarie, ma per la
penuria di forze dell'organizzazione. La rassicurante ironia di Gaetano
contribu a sdrammatizzare l'impatto con un ambiente profondamente diverso dal
mondo fino ad allora frequentato; cominciavo a conoscere severi e provati
funzionari di partito, i personaggi umanissimi e pittoreschi della base
ancora devoti al culto di Stalin, giovani contadini orgogliosi di battersi per
un'altra societ. Era davvero un tempo molto dissimile dal nostro; nelle
sezioni comuniste si respirava ancora il clima della fortezza assediata; il
settarismo dei pi era il segno di una diversit impotente, ma anche di una
tensione forte verso un mondo migliore e giusto. Il rancore di classe, il
sogno socialista, la dura lotta politica, l'esercizio spregiudicato del
mestiere: tutto si mescolava, in casa comunista, in un quadro a tinte forti,
primitivo e affascinante. Una piccola schiera di comunisti pensanti fu poi
un metro di misura e di conferma; attraverso di essi diventava esplicita la
possibile prospettiva storica e politica di proletari di paese e artigiani di
citt. Nello spaccato modesto della provincia, prima che sui Quaderni
carcerari, si poteva apprendere la gramsciana lezione sul ruolo degli
intellettuali chiave di volta del blocco progressista e rivoluzionario.
Ricordo lo sguardo assorto e la figura alta di Giovanni Di Stefano, allora
segretario del Partito calabrese, da alcuni anni scomparso; Sarino Maida con
la sua passione ragionata e l'ardore della iniziativa, che ho il rammarico di
non sentire pi per le terrene polemiche della piccola vicenda politica,
Quirino Ledda col suo impeto battagliero; e ancora Piero, con una barbetta
alla Lenin, tutto preso dalle sue diagnosi rigorose.
Quell'esperienza l'ho vissuta come un grande arricchimento; fu invece un
trauma per la famiglia e una sorpresa per amici carissimi.
Preoccupata fu la reazione di Sergio (Bruni) e Carmine (Donzelli), due degli
intelligenti animatori del dibattito in classe, impegnati su un altro versante,
col gruppo cattolico cementato dalla vivace iniziativa di don Giorgio Bonapace.
Un giornale studentesco e il Cineforum erano i canali d'espressione culturale
e politica dei giovani conciliaristi della parrocchia di don Giorgio. Sergio
e Carmine, diversi e complementari, l'uno accorto e prudente, l'altro
appassionato e generoso, sostenevano con le idee e la fatica organizzativa un
progetto d'intervento nella realt giovanile aperto al confronto e libero da
angustie confessionali. La voce dei giovani e Il Sentiero, fogli agili e
succosi, che non disprezzavano contributi laici ed esterni, tentavano dalla
provincia di aprire una finestra sulle cose del mondo. Le rassegne di Films,
sapientemente introdotti dai due giovani dioscuri della cultura cittadina o da
un versatile e umorale Raffaele Teti, consentivano a molti di noi di misurare
le ancora fragili concezioni della vita e della societ. Io non ero pi 
conquistabile ad un'altra prospettiva: in un lungo scambio telefonico con
Carmine riconfermai l'irrevocabilit della scelta compiuta. La milizia in
campi diversi ebbe per uno strano effetto: dopo i primi stupori si
consolidarono i legami affettivi e la reciproca stima; i comunisti Vitale
e Lamanna, i cattolici Bruni e Donzelli riuscivano a parlarsi nel pubblico e
nel privato, a intendersi su questioni di fondo, a intraprendere battaglie
comuni. C'era naturalmente una ricca materia di contesa e non mancavano gli
scontri; ho in mente un numero del Sentiero col resoconto del dibattito
svoltosi, a cura della FGCI di allora, su Marxismo e cattolicesimo. L'aveva
introdotto l'ortodosso divulgatore di Marx, Luciano Gruppi; io venivo
rimbeccato per un intervento dottrinario, da comunista di sacrestia. Da tutte
e due le parti si erano comunque sfoderate le armi della tenzone ideologica;
partiti dall'esigenza di trovare il punto d'incontro, avevamo fatto emergere
le visioni alternative, il diverso orizzonte ideale. Che cosa allora ci
teneva insieme e profondamente ci univa? Forse la schiettezza delle posizioni
e l'onest intellettuale, la volont di scuotere la palude della vita
cittadina, il gusto per le idee e la coerenza nel sostenerle. Sui nostri
tavoli, in fondo, non c'erano i soli manuali di scuola, ma anche qualche
giornale e libri di vario impegno, dal classico Pavese per adolescenti a
volumi di maggiore dottrina. La discussione in aula si giov del nostro
impegno: divenne pi intensa e motivata, pi esplicita e meno acerba e
scolastica. Il tavolo dei partecipanti era abbastanza largo; spunti e
osservazioni venivano anche da Franca Invidia e Amelia Paparazoo, da Ugo
Marani e Gigi Larosa. Tuttavia la polarit e la corrispondenza tra comunisti e
cattolici fin per costituire il filo d'oro del dibattito di un intero anno.
La lezione di filosofia e storia era ovviamente un momento forte di
aggregazione e di lavoro analitico; l riversavamo le nostre poche cognizioni
e venivamo chiamati a ridiscutere ogni cosa, a rinunciare alle certezze della
propaganda e ai convincimenti ultimi e definitivi. Non voglio per
scordare il prof. Voci, colle sue estasi per il Paradiso di Dante e i suoi
crucci di cattolico osservante per le deviazioni ideologiche di allievi da lui
considerati. Ricordo un rimbrotto per aver parlato di Verga con spirito di
bottega, sostituendo sociologia a letteratura. Convinta faziosit e paterna
bonomia nel personaggio si confondevano; ma lo ricordiamo in tanti con affetto
perch sapeva stimare gli altri e accettava il confronto e la discussione.
Ancora materia da macinare ci veniva dall'ora di religione con don Giorgio.
Senz'avere con lui un rapporto diretto e pieno, lo seguivo con interesse; era
uomo di talento e di forte presa sulla giovent. Poco davvero abbiamo invece
spremuto nella sezione B dalle discipline scientifiche: scarse le idee e le
teorie, mai avviata la pratica di laboratorio; il liceo "Galluppi" era un
piccolo spaccato dell'Italia scolastica la pi ignorante di cose scientifiche.
La contestazione per la buona didattica. Gli esami.
In terza liceo ci fu una drammatica precipitazione nel rapporto con la
neoincaricata di Latino e Greco. Questa era la persuasione maturata nel
gruppo degli amici: il personaggio aveva un indigesto tratto di arroganza
senza masticare a dovere quanto pretendeva di insegnare. Non so pi quali
carte aveva imbrogliato traducendo Epicuro. C'era in classe parecchia
irritazione; non avevamo uno splendido rapporto con le lingue classiche, ma
potevamo ragionevolmente ricostruire i pensieri del filosofo sulla vita e la
morte, a nostro giudizio tanto scandalosamente equivocati. Pensavamo che il
brutto voto per la traduzione non toccasse a noi. Io affrontai con durezza e
spavalderia l'insegnante sulla porta della classe; il consiglio di presidenza
si riun il giorno dopo per studiare le misure contro la provocazione
impertinente. L'episodio, abbastanza comune, accese per la rivolta che nel
profondo covava; la punta avanzata della 3B organizz la protesta,
predispondendo in affannosi incontri un quaderno di doglianze da inviare al
Provveditore agli Studi.
Vivemmo un lungo quarto d'ora di passione, giorni concitati: in fondo, era
stato aperto un conflitto con l'istituzione. Ci sentivamo trasgressori e
carichi di ragione; c'era un vago sapore di '68: la cattiva qualit della
scuola non era oggetto di satira soltanto o di goliardica ferocia, ma di
contestazione dichiarata e formale.
Non tutta la classe riusc a reggere l'urto: mancava la piena maturit dei
tempi e si opponevano timidezze e paure. Nacque cos un controdocumento di
sostenitori della signorina incriminata, a conferma di quanto contrastato sia
il cammino di ogni rivoluzione.
La docente in questione scomparve per circa un mese. Rientr abbastanza mutata,
almeno per la mansuetudine e la disponibilit ostentate. Altro non si poteva
pretendere.
Il bilancio della battaglia sostenuta fu comunque assai pi ricco delle
modeste correzioni di comportamento strappate. Tenne, in quella circostanza,
il fronte degli impegnati; si stabil un'intesa cordiale vincente fra
cattolici e comunisti che permise di costruire consenso e di rendere egemonica
la ragione dei contestatori. Tra i docenti fecero giusta presa i nostri buoni
argomenti. Ci fu un consulto in casa Mastroianni, e, Voci, don Giorgio,
l'inflessibile e pungente signorina Morica, guardarono con simpatia all'azione
di rottura avviata. I legami umani si erano intanto infittiti; stavolta i
piani li avevamo maturati e decisi a casa Donzelli in un clima di solidariet
e di comprensione. Il giudice e la signora, pur esprimendo la tradizione del
professionismo cittadino restio ai clamori, avevano intuito che la materia era
delicata e il nostro sforzo non privo di nobilt.
Chiusa la vicenda, la sinistra militante, io, Gaetano e Amelia Paparazzo,
con Sergio e Carmine, ci ritrovammo per tanti pomeriggi a casa di Tot Ameduri
a rifarci la bocca con un p di buon greco, in vista dell'esame di Stato. In
quegli stessi pomeriggi abbiamo continuato tante conversazioni di letteratura
e politica, abbiamo malignato e sognato. C'era il giusto interlocutore: il
giovane professore di lettere, col viso fresco da ragazzo, nella vecchia
stanzina di via Montecorvino, piena di libri accatastati pure sul pavimento,
aveva una grande capacit d'ascolto, lasciava dire intervenendo al
momento giusto, correggendo un'approssimazione, moderando un'intemperanza,
componendo un contrasto di vedute, restituendoci il senso profondo di un testo.
Frequentandolo abbiamo imparato una lezione di seriet e di umilt
intellettuale, ma anche a capirci di pi oltre le diversit delle nostre
esperienze e dei caratteri.
Ritemprati anche nelle lingue classiche, ci accingemmo alla prova finale;
l'esame di Stato aveva ancora il vecchio impianto e costituiva un impegno
rilevante. Ha ragione Giorgio Amendola: bisognerebbe comunque rimpiangerlo per
la costrizione felice che sapeva esercitare; era un duro ostacolo, un prezzo
da pagare per il passaggio fra gli adulti.
Nel luglio torrido del '66 si chiuse un'intensa stagione di vita con qualche
incontro felice. Il genovese commissario di matematica e fisica era un grande
conoscitore delle sue cose: cap, al di l delle notizie che lasciavamo sul
suo tavolo, che l'impreparazione era profonda e si rese ben conto delle
ragioni. Il Barnabita, che mi leggeva Orazio come un umano del mio tempo,
aveva occhi acuti e astutamente sorridenti; per un tratto volle discutere
della filosofia di Agostino assolvendomi da altre lacune. Il minuto prof. De
Rosa rimase invece appagato dalla varia e nutrita discussione che spazi da
Vico ai contemporanei: era di mente agile e uomo senza pregiudizi.
Perci, se gli esami sono tornati negli incubi notturni, restano il luogo di
utili memorie, per le fatiche sopportate e il confronto sostenuto. E la vita,
il quotidiano, lo scherzo, il giuoco, i conati d'amore? M'accorgo d'avere
scritto un modesto romanzo di formazione tutto sbilanciato sulla storia della
mente. Verrebbe allora voglia di raccontare altro: i vagabondaggi sul corso;
gli accattonaggi per rimediare i denari dei morzelli serali, le escursioni nei
paesi, in motocicletta, coi pendolari come Salvatore De Vinci, le lunghe e
ingarbugliate telefonate colle ragazze. E dovrei parlare a lungo,
con struggimento, delle ore felici vissute sui campi di Basket con
l'indimenticabile Maurizio Placanica. Lo rivedo ancora mentre tornavamo
inebriati a sera dalle partite, in tuta e cantando. La mala sorte se l'
portato via giovanissimo, ed io, Sergio, tanti altri ancora, abbiamo perso un
amico buono e la sua umana arguzia.
Com'eravamo allora? Non so se migliori della gioventche popola a sciami i
giardini delle delizie di S. Leonardo. Gli adolescenti di oggi sembrano pi 
liberi e appagati, meno inibiti e frustrati, pi laici e positivi. Noi
guardavamo al mondo cogli occhi pieni, con la convinzione che vivere non
basta, ma  necessario capire per cambiare.
Ingenui ideologi di provincia pensavamo di avere trovato il grimaldello per
aprire le porte del mondo nuovo. Meglio cos che il disincanto precoce e il
realismo scettico di oggi. Al Liceo "Galluppi" di allora, pur con le sue
angustie di uomini e di culture, col suo bagaglio di presunzioni castali, si
pu lasciare il suo merito: spingeva pur sempre a pensare, e magari in grande.
Aspetto di trovarmi nel volume pensato da Galiano cogli amici che mantengono
per le ragioni del mestiere il privilegio dello studio e della ricerca. Penso
che, fra le tante diversit maturate, trover nei loro racconti il comune
luogo ideale guadagnato al Liceo: che il nostro non  affatto il migliore di
mondi possibili.

Fabio Vecchio.
nato a Catanzaro il 14 ottobre 1951
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1964/1965)

La cultura  tutto
ci che resta quando si  dimenticato tutto quello che si  imparato.
Avevo diciassette anni quando il mio professore, Ezio Galiano, dalla sua
cattedra di filosofia della sezione A, proponeva alla attenzione della classe
questa massima gentiliana e spiegava come la cultura non fosse il mero
possesso di nozioni o di vacua erudizione, ma fosse legata alla capacit di
riflettere su tutto quanto si era appreso secondo l'esperienza e la
sensibilit individuale.
La cultura  il lavoro dello spirito che cresce solo cancellando il dato nella
sua singolarit per essere pi agile, pi disponibile a cogliere i sensi pi 
profondi ed oscuri del sapere.
Ricordo che per me, allora, cultura significava soprattutto capacit di capire
ed in quel momento, era il 1968, di cose da capire ce ne erano tante: c'era la
protesta o contestazione studentesca nelle universit di mezza Europa; c'era
stata la primavera di Praga con la successiva normalizzazione imposta dai
sovietici ed a Citt del Messico, qualche giorno prima dell'inizio delle
Olimpiadi, la polizia aveva aperto il fuoco contro una manifestazione
studentesca.
Tutti questi avvenimenti, amplificati dai mass-media, scuotevano anche la
tranquilla e sonnacchiosa atmosfera di una cittadina di provincia, ponendo
interrogativi ai quali era difficile trovare risposte adeguate anche se gli
studenti si riunivano in assemblea nelle scuole e nelle piazze per dibattere e
discutere.
In questo sforzo di capire, la scuola che frequentavo, il Liceo Classico, ci
offriva valide chiavi di lettura ed in un momento nel quale si annuciavano
profonde trasformazioni e si prospettava la contestazione globale del
sistema, gli studi classici si ponevano come un logico contraltare alla moda,
all'effimero, al nuovo che non era cos nuovo come sembrava a prima vista e
costituivano un salutare stimolo a sviluppare ed esercitare quello spirito
critico che  fondamentale nel valutare i fatti che si vivono.
L'identit hegeliana tra realt e razionalit ed il pragmatico buon senso del
carpe diem di Orazio, la religiosa pietas di Virgilio ed il pessimismo
leopardiano, la rivoluzione copernicana e quella industriale: gli studi, che
la scuola con i suoi docenti ci proponeva, ricapitolavano proprio tutta
l'avventura umana e rendevano il passato cos attuale come il presente.
Adesso, a diciotto anni da allora, ci di cui maggiormente mi sento debitore
verso la mia scuola  proprio il senso di formazione integrale della persona
che gli studi liceali mi hanno dato.
Certo, quando ripenso a quel periodo, nella mia mente si affollano anche tanti
ricordi: persone, ambienti, momenti di concentrazione e di svago. Ricordo
l'ultimo sciopero, organizzato nel dicembre del 1968, per protestare contro la
scarsa agibilit di taluni locali e le carenze di importanti infrastrutture
del nostro Liceo e, ricordo, naturalmente, il momento dell'esame finale: la
maturit.
Al di l ed al di sopra di tutti i ricordi resta, per, la gratitudine per il
ruolo formativo culturale che il Liceo Classico "P. Galluppi" ha avuto nella
mia vita.

Antonio Catrical.
nato a Catanzaro il 7 febbraio 1952
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1965/1966)

Caro professor Galiano,
ho ricevuto in ritardo la sua lettera. Rispondo tuttavia al cortese invito di
scrivere un ricordo, forse anche al fine di riportare alla memoria quel tempo
che, a trentaquattro anni di et, mi sembra appartenuto ad un'altra persona.
Il Liceo "Galluppi" era su corso Mazzini, quello stesso corso che ora  stato
sventrato ad opera di una incomprensibile politica urbanistica (torno a
Catanzaro di rado, per trovare i miei genitori, ed ogni volta mi stupisco, con
sentito rammarico, dello scempio che si  fatto della nostra cittadina).
Di fronte al "Galluppi" c'era il bar "Guglielmo", nelle cui salette interne
si rintanavano gli studenti che avevano marinato la scuola.
Il bar era, comunque, meta obbligatoria di tutti non appena suonava
la campanella delle dodici e trenta; con il liceo era tutt'uno.
Al bar ci si dava un contegno non consentito a scuola, talvolta dal metus
reverenziale, talvolta dalla modesta preparazione.
Ci si atteggiava a superuomini, con scherzi simpatici o con bravate da
bulletto di quartiere.
Al bar, si cercava di far colpo su ragazze di altre classi (con le compagne
non c'era speranza: ci conoscevano troppo bene!).
Al bar si decidevano gli scioperi per il riscaldamento, per la palestra, per
le aule o per altre piccole rivendicazioni.
Una volta occupammo un'aula per solidariet con un'altra classe che era priva
di professori titolari ed andava avanti per mezzo di supplenti.
Un signore, che fece finta di essere un capitano dei carabinieri, ci spieg
che, se non fossimo tornati spontaneamente nelle nostre aule, sarebbero stati
guai seri. Dopo cinque minuti, a capo chino, riprendevamo il normale corso
delle lezioni.
Poi, di colpo, venne il 1969.
Nel resto del mondo c'era gi stato il '68.
Io frequentavo il secondo liceo e, spero si ricorder, ero suo alunno nella
sezione A.
C'erano anche il prof. Riolo (lo ricordo sempre con simpatia), il prof. Morello
(non riusciva mai ad interrogarmi in matematica, dato che avevo sottratto il
numero corrispondente al mio nome dalla sua tombola delle interrogazioni),
c'era la professoressa Scalzo, di scienze naturali (mi dava buoni voti, quando
la squadra di pallacanestro vinceva sugli altri istituti), c'era il prof.
Procopio (si diceva che facesse tradurre dal greco in latino; una volta gli
dissi che Creusa era la moglie di Penelope. Avevo inteso male un
suggerimento!).
Per l'educazione fisica c'era il prof. Calaminici (quando la classe
rumoreggiava troppo scriveva Fare tregua sulla lavagna!).
Venne il '69 e presi un bel 5 in condotta al secondo trimestre. Strano.
Non c'erano note sul registro, n sospensioni.
Non avevo certo rimproveri particolari. Non ero stato pi cattivo, in
classe, di tanti altri che avevano riportato nove o dieci.
Pensate che fossi un leader del movimento? Era la legittima punizione per un
sovversivo? Era un avvertimento? La Reazione?
 vero. Gridavamo Potere operaio, potere studentesco. Ma a Catanzaro gli
operai non c'erano, e, in fondo, chiedevamo molto meno di quanto i decreti
delegati, qualche tempo dopo, avrebbero concesso nell'indifferenza generale.
Quando, per motivi di lavoro, ho dovuto studiare gli anni di piombo del nostro
Paese, ho capito che non traevano origine dal '68.
Sicch adesso, pur essendo magistrato, consulente del governo, docente di
diritto, di quel 5 in condotta non mi vergogno, ma ne sono tanto contento.

Luciana Singlitico.
nata a Catanzaro il 12 giugno 1952
iscritta per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1965/1966)

Non eravamo
una maniata 'e cioti, come ci invitava a ripetere in coro il professore
Morello quando non riuscivamo a risolvere, nei tempi regolamentari, un problema
di matematica, se  vero che la stragrande maggioranza di noi affront e
super, senza patemi, gli esami di maturit (che, in verit, non
giustificavano, come non giustificano tuttora, particolari angosce) e, senza
grosse difficolt, i successivi studi universitari.
Nella mia classe non c'erano Pierini, n secchioni, fenomeni di erudizione,
gelosi tutori dell'esclusivit della loro scienza; c'era, s, qualche
ambizioso, o meglio, qualche ambiziosa mediocre, ma i pi bravi non erano
certamente i pi diligenti nello studio, n tra quelli di miglior condotta.
In verita, quel sottile piacere della trasgressione, motivazione pi o meno
consapevole di tante gesta memorabili di passate generazioni di studenti, era,
a quell'epoca, alquanto attenuato.
Era il 1968 e, anche nel nostro liceo, molte cose stavano cambiando, sia pure
pacificamente e, forse, pi lentamente che nelle grandi citt dove la
contestazione studentesca si univa a quella operaia.
Erano cambiati i professori che non incutevano pi il timore di una volta ma,
soprattutto, eravamo diversi noi: pi che il diritto di assemblea, da poco
ottenuto, ci rendeva pi autonomi una maggiore consapevolezza che ci
consentiva di non dare eccessiva importanza ai conati di autoritarismo di
qualche professore (espressione pi della sua personalit che di una mentalit
diffusa nel corpo docente) che si infrangevano contro la nostra provocatoria
indifferenza o contro un generale, palese, sorridente atteggiamento di
derisione e che, significativamente, non osavano mai sfociare in provvedimenti
punitivi. Ovviamente, anche noi, qualche volta, ci trovammo nella necessit di
doverci difendere dal rischio di un'interrogazione non gradita o dalla noia di
un'ulteriore spiegazione in un'aula diventata troppo buia rispetto al sole
smagliante dell'estate incipiente e, per risolvere rapidamente la questione,
decidemmo di provare l'ebbrezza di una fuga collettiva dalla scuola.
Le nostre ripetute diserzioni in massa dall'ultima ora non ebbero, per,
grande risonanza, n strascichi sul piano disciplinare. Una di queste evasioni
ci consent di saltare la lezione di storia dell'arte e la reazione
dell'insegnante, Emilia Zinzi, serv soltanto a farci vergognare: provo ancora
rimorso quando ripenso all'accoramento con cui la professoressa, il giorno
successivo, senza rimproverarci o minacciare punizioni esemplari, ci annunci:
Ragazzi miei, voi mi farete piangere!.
Un ennesimo tentativo di fuga fu sventato dalla professoressa di scienze che ci
sorprese in flagrante e ci risped, urlando, nell'aula dove ci impose di
rimanere in piedi, per tutta l'ora, ed in silenzio. Anche lei rimase in piedi
sulla pedana della cattedra guardandoci con aria di sfida attraverso le lenti
scure dei suoi sorpassati occhiali bianchi e neri stile op, senza immaginare
quanto giungesse gradito quello strano tipo di punizione che ci assicurava
un'ora di completo far niente ed eliminava, per quel giorno, qualsiasi
pericolo di indesiderate interrogazioni. L'imposizione fu, dunque,
unanimemente accettata senza alcuna reazione; ci sorprese, e non poco,
i pi innovatori tra i nostri professori quando, il giorno successivo, vennero
a conoscenza dell'accaduto: dai loro sorrisetti ironici capimmo che il nostro
comportamento non era stato certo in linea con gli ideali sessantotteschi, non
si accordava con la tradizione della classe, non era degno di studenti liceali
e non era neppure approvato da loro. Nessuno di noi ebbe il coraggio di
spiegare quale fosse stata la comune, seppur non reciprocamente esternata,
motivazione di quell'umiliante resa collettiva: tutti per, in cuor nostro,
sperammo che potesse presentarsi l'occasione di riscattarci.
Non eravamo dimentichi di questo edificante episodio quando, in terza liceo,
ci riunimmo per discutere sulla situazione preoccupante che si era venuta a
creare in un'altra terza di recente formazione la quale era letteralmente
priva di docenti, bench fosse gi da tempo iniziato l'anno scolastico.
Decidemmo, noi privilegiati della sezione A, di occupare, in segno di protesta,
l'aula dove avrebbero dovuto svolgersi le lezioni di quella classe. La mattina
successiva, dunque, con il cuore in tumulto ma con l'orgogliosa consapevolezza
di batterci per una giusta causa, anzich dirigerci verso la nostra aula,
imboccammo tutti insieme il primo corridoio a destra e marciammo verso la
terza F.
Entrati nell'aula, ci sedemmo ordinatamente nei banchi e restammo muti ad
attendere gli eventi. Di l a poco, comparvero i nostri professori, informati
dai bidelli dell'ammutinamento; di fronte al nostro ostinato silenzio, ci
esortarono a farla finita con quella pagliacciata ed a tornare nella terza A.
I sempre pi perentori inviti e le minacce di drastiche punizioni per poco
non piegarono le resistenze, per la verit gi assai deboli, di qualcuno che,
sin dall'inizio, aveva cercato di schermare la paura per le possibili
conseguenze, argomentando che il gesto di solidariet non era del
tutto disinteressato, ed ora, tremante, cercava di guadagnare la porta o,
quantomeno, la finestra.
Ma poich, da sempre, in una classe che si rispetti non sono consentite
insubordinazioni ed assai ristretto  lo spazio per le scelte individuali non
gradite alla maggioranza, immediatamente fu bloccata ogni via di uscita e, con
essa, la libert di movimento degli isolati ribelli i quali furono costretti a
scendere a pi miti consigli.
Mentre, dunque, ciascuno di noi sentiva aumentare dentro di s l'orgoglio per
l'eroismo di cui la classe, compatta, stava dando prova, ed immaginava di
ritrovarsi immortalato sulle prime pagine dei quotidiani dell'indomani, si
sparse d'improvviso la notizia che, dietro la porta dell'aula dentro la quale
eravamo ormai barricati, si trovava un commissario di polizia.
A quei tempi, i poliziotti che intervenivano alle manifestazioni studentesche
non familiarizzavano con i manifestanti e non si lasciavano fotografare
sorridenti accanto a loro, come poi accadde con i ragazzi dell'85. Le immagini
che televisione e giornali ci trasmettevano quotidianamente erano immagini di
guerra: alle sassaiole ed agli insulti degli studenti la polizia rispondeva
con dure cariche che comportavano, spesso, l'uso di idranti, lacrimogeni e,
qualche volta, anche di armi. Per un attimo, forse, questo pensiero ci esalt
ulteriormente e la notizia della presenza della forza pubblica circol tra i
banchi senza alcuna apparente reazione; ma... subito dopo, uno dei miei
compagni si alz esitante e, con inconsueta, innaturale lentezza, mosse
pochi incerti passi in direzione della porta; allo stesso modo si alz il
secondo e poi... il terzo ed... il quarto e quindi... tutti insieme, senza
guardarci o dirci una sola parola, composti ma decisi, uscimmo dalla terza F e
ritornammo nella nostra aula per iniziare regolarmente le lezioni.
In fin dei conti, la nostra azione di protesta l'avevamo fatta e non era poi
necessario prolungarla.
La sconfitta, invece, la sentimmo tutta quando scoprimmo che il famoso
commissario non era nei corridoi della scuola perch chiamato ad organizzare
una carica di polizia ma, da padre premuroso di uno studente, era
spontaneamente venuto a chiedere ai docenti notizie sul profitto del figlio.
Provvedimenti disciplinari, che io ricordi, non ce ne furono; vi fu, invece,
la reazione risentita del professore Morello il quale trovava terribilmente
offensivo che non avessimo accolto le esortazioni dei nostri insegnanti e che
avessimo capitolato solo per paura. Ci disse che non meritavamo nulla e che
la scampagnata, che da tempo stavamo organizzando e durante la quale - aveva
promesso - ci avrebbe dato un saggio delle sue virtculinarie, non avrebbe
mai pi avuto luogo. Tentammo di farlo recedere dalla sua decisione e, solo
dopo tante insistenze, promise di accontentarci se, da quel momento in poi,
fossimo stati disciplinatissimi, anzi addirittura funerei.
Fu cos che un giorno, su mia iniziativa, ci abbigliammo, maschi e femmine, da
autentiche prefiche ponendoci sul capo nere mantiglie trafugate alle nostre
nonne.
Cos addobbati, con il capo chino e le mani giunte, ci trov Morello entrando
in aula e, dopo essersi fatta una grossa risata, decise di perdonarci
definitivamente.
Secondo questo professore, che noi chiamavamo Morellik per i suoi
atteggiamenti ostentatamente sadici, noi alunni eravamo una razza infida e
malvagia e non dovevamo essere mai creduti, neanche in punto di morte, perch
capaci di raccontare le pi bieche bugie e di ideare le pi diaboliche messe
in scena pur di evitare interrogazioni e brutti voti. Ed infatti, quando un
giorno, durante un intervallo prima dell'inizio dell'ora di matematica, si ud
un urlo lacerante provenire dai bagni e, poco dopo, vedemmo comparire nel
corridoio un gruppo di nostri compagni che, trafelati ed agitati, portavano a
spalla, svenuto, Marcello Paonessa (che non era, notoriamente, uno dei pi 
studiosi della classe), il feroce Morellik, per la... disperazione, per poco
non sveniva (sul serio) anche lui.
E quando Marcello, ormai sicuro dell'effetto ottenuto, ritrovandosi sdraiato
sul tavolo della presidenza, decise di riprendere conoscenza, il diabolico
professore tent in tutti i modi di rassicurarlo spiegandogli che la probabile
causa del suo malore era, forse, da ricercarsi nella sigaretta che aveva
fumato e nella quale, in qualche modo, si era infilato un capello (!)
In quell'occasione, per, il pi frastornato ed angosciato di tutti (esclusi
noi che, pur colti alla sprovvista, avevamo compreso al volo come in realta
stavano le cose) ci parve il preside Cancellieri. Qualche tempo prima,
purtroppo, era morto nella palestra della scuola, per un attacco cardiaco, uno
studente, ed il povero Cancellieri, come tutti noi del resto, ne era rimasto
scosso ed assai addolorato, per cui quel giorno, trotterellando a mani giunte
dietro ai miei compagni che sorreggevano Marcello, ripeteva a m di cantilena:
Qua ne muore un altro! Ne muore un altro!.
Povero Livio, cos paterno e comprensivo, ma tanto ingenuo e distratto da
restare vittima dei nostri pi plateali imbrogli.
Qualche volta ricorrere ad un trucco era, infatti, indispensabile, come quando,
in terza liceo, organizzammo una gita a Firenze.
Fatti i debiti conti, dopo un giro informativo presso le agenzie di viaggi, si
stabil una quota individuale di... ventimila lire e quasi tutta la classe vi
ader.
Chiesero di partecipare anche alcuni ragazzi, una quindicina, della terza D,
ma ci sarebbe potuto avvenire solo all'insaputa del preside perch, secondo
una circolare allora vigente, le gite scolastiche potevano essere autorizzate
soltanto se la classe vi partecipava per intero.
Nessuno, ovviamente, si sarebbe accorto di nulla, almeno ufficialmente; si
poneva per un problema dalla cui soluzione dipendeva la possibilit di
mantenere la quota di partecipazione nei limiti stabiliti.
La riduzione del biglietto ferroviario spettante alle comitive presupponeva,
infatti, che il numero minimo di viaggiatori fosse di quaranta e, trattandosi
di gita scolastica, era inoltre necessario presentare in agenzia un elenco
completo dei nominativi dei partecipanti con in calce l'autorizzazione e la
firma del preside.
Il preside non avrebbe, per, mai vistato un elenco di quaranta alunni quando
quelli ufficiali appartenenti ad un'unica classe non erano pi di una
trentina; d'altra parte ci sembrava un'enorme ingiustizia non poter usufruire
di uno sconto, al quale avevamo diritto, solo a causa di una stupidissima, e
certamente pi volte violata, circolare.
Il comitato dei promotori si riun d'urgenza per decidere il da farsi e
qualcuno di noi intravide l'unica soluzione, rischiosa e di non facile
attuazione, e lanci la proposta che fu accettata all'unanimit.
Preparammo cos, febbrilmente, un elenco dei partecipanti ufficiali, poi,
sullo stesso foglio ma parecchio pi in gi, in modo da lasciare spazio
sufficiente per inserire altri quindici nomi, predisponemmo il provvedimento
di autorizzazione, completo di data e generalit del preside, in calce al
quale erano da apporre solo sigla e timbro.
Io non osai far parte del gruppo dei coraggiosi delegati che port in
presidenza il foglio da far firmare: temevo che il preside potesse far domande
per quella strana collocazione della sua sottoscrizione, chiedere spiegazioni
e quindi delle modifiche: chiunque si sarebbe insospettito!
Ma i delegati tornarono, un attimo dopo, sventolando il foglio completo di
timbro e firma e si pass rapidamente (seduti ad un tavolino appartato del
vicino bar Guglielmo che ora non esiste pi ) alla scconda parte del piano,
ovverosia al riempimento dello spazio vuoto con i nomi dei ragazzi della
terza D.
Ho ripensato, a distanza di anni, a questo episodio e mi son chiesta come mi
comporterei adesso se, per ragioni di lavoro, dovessi venire a conoscenza di
un fatto del genere che ora, diversamente da quindici anni fa, mi richiama
subito alla mente alcuni articoli del codice penale che allora, sicuramente,
sia io sia gli altri correi ignoravamo.
Allora ci sentivamo soltanto studenti e, come tali, tenuti a
rispettare, nell'esercizio dell'attivit scolastica, soltanto le nostre
leggi non scritte; l'idea che uno studente, fra uno scherzo ed una protesta,
potesse commettere anche dei reati, non ci sfiorava nemmeno.
Ad ogni buon conto, a qualche collega troppo serioso e rispettoso pi della
forma che della sostanza il quale, per mia sfortuna, dovesse leggere questo
breve memoriale e che, per aver attraversato indenne da ogni tentazione gli
anni di scuola, si sentisse venire qualche strano prurito, faccio innanzitutto
presente che all'epoca dei fatti eravamo minorenni, che il fatto commesso fu
del tutto innocuo e che, comunque, sono abbondantemente decorsi i termini di
prescrizione previsti per il reato astrattamente configurabile in ipotesi.

Giuseppe Soluri.
nato a Catanzaro il 3 febbraio 1952
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale Sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1965/1966)

Misi piede per la prima volta al Galluppi
come studente quando iniziai a frequentare la quinta ginnasiale. Il quarto
ginnasio l'avevo frequentato nelle aule distaccate di Strat e quell'edificio
cos austero ed antico aveva continuato a rappresentare, per me e per tanti
altri, un punto di arrivo non solo fisico ma soprattutto intellettuale.
Sostare dinanzi a quel portone, salire quella rampa di scale, sedersi in
quelle aule, aveva gi significato in quinto ginnasio, entrare in un altro
mondo: un mondo in cui si intrecciavano, formando un mix affascinante,
storia, aneddoti, cultura e sogni. Ma l'ancor giovanissima et, la posizione
decentrata dell'aula in cui frequentavo la quinta A, la scansione ancora da
scuole medie delle lezioni ginnasiali, mi fecero vivere quel primo anno di
approccio col Galluppi con grande superficialit e con scarsa attenzione
verso quel microcosmo nuovo nel quale mi trovavo. Gi allora, comunque il
tarlo del giornalismo aveva cominciato a rodermi. Ne  valida, anche se
ovviamente banale testimonianza il numero unico de Il tappafori, giornalino
di classe che assieme a Fausto Taverniti, Pino Pipicelli e Luciana Singlitico
riuscimmo a pubblicare e diffondere.
Cosa fosse davvero il Galluppi lo compresi solo l'anno dopo, quando in prima
Liceo, anzich trovarmi di fronte alla signora Scicchitano-Critelli, che era
stata mia professoressa di Lettere al Ginnasio, mi ritrovai dinanzi ad uno
stuolo di professori nuovi tra i quali si muoveva, unico insegnante che
ritrovavo dal Ginnasio, il buon Salvatore Morello, professore di matematica
con licenza di lippi e jumra e pmpini e cucuzzara. Una simpatia
prorompente la sua, che mi sembrava fare a cazzotti con la manifesta
supponenza di alcuni dei nuovi professori o con l'apparente mancanza di
umanit di altri tra essi. L'impatto col primo Liceo, insomma, fu per me poco
entusiasmante. L cominciavi ad essere meno ragazzo e pi uomo e gli altri
soprattutto i professori, cominciavano a trattarti senza il filtro
accomodante di chi ti valuta pur sempre come un essere umano in formazione,
come un uomo in fieri.
Al Liceo cominciai a capire che il mondo esterno esercita su ognuno di noi una
pressione precisa, una influenza che pu essere, a seconda dei casi, nefasta,
irrilevante o feconda. Cominciai a capire o a scoprire cosa vogliono dire
amicizia, lealt, cattiveria, invidia, correttezza e scorrettezza. Che 
difficile dire no alle mode, mantenere autonomia, difendere princpi.
Che in ogni classe, come nella vita, ci sono i leali, i vermi, i ruffiani.
E che in ogni momento devi avere la forza di essere te stesso per non essere
travolto dai comportamenti degli altri. Col professore di Latino e Greco,
Procopio, si instaur immediatamente un rapporto difficile. Procopio incarnava
(o faceva di tutto per incarnare) la figura del professore all'antica,
distaccato e severo, duro e poco incline alle assoluzioni. Caratteristiche
che dovrebbero quanto meno accoppiarsi con una dote di fondo: l'imparzialit.
Dote che Procopio, a mio parere, non aveva. Soffriva infatti oltre misura di
simpatia ed antipatia mettendo sempre a proprio agio quelli da lui
prediletti e facendo invece di tutto per mettere a disagio quanti (e io ero
tra questi) non manifestavano nei suoi confronti un ossequio smisurato,
ipocrita, fatto di ammiccamenti, di attenzione smaccata per le sue lezioni,
di sorrisi accattivanti.
L'antipatia tra Procopio e me si svilupp col passare dei mesi e degli anni
sfociando spesso in aperti scontri ed in vivaci discussioni. Inutile dire che
il pi debole ero io e che lo scontro si risolse con la vittoria di
Procopio il quale, in seconda Liceo, decise di respingermi per il Latino,
nonostante io avessi sostenuto un brillante esame di riparazione a settembre.
Fu in quella occasione che ebbi con Procopio l'ultimo e pi duro scontro.
Nella stanza del povero preside Cancellieri, Procopio ebbe il coraggio di
dirmi: Lei all'esame di riparazione non ha aperto bocca. Non era vero e
glielo gridai in faccia con tutta la rabbia dei diciassette anni, ma non ci
fu nulla da fare. Aveva deciso cos e la verit contava poco. Fu proprio
allora che capii definitivamente che la vita pu essere o diventare
difficile. Basta incontrare la persona sbagliata o reagire nel modo sbagliato
ad una ingiustizia subita.
Capii anche che, quando c' uno scontro, difficilmente i terzi scendono in
campo accanto al pi debole. Preferiscono pi spesso, parteggiare per il pi 
forte o per l'omologo. Dei miei professori, infatti, non ricordo benevolenza.
Riolo, professore di Italiano, era spesso assente per impegni politici e,
quando veniva a scuola, si limitava a qualche bella spiegazione. Tra lui e
gli studenti non c'era praticamente alcun rapporto. Diverso, molto diverso,
il discorso che riguarda il mio professore di filosofia, Ezio Galiano, attuale
preside del mio Galluppi, veniva a scuola per insegnare davvero. E riusciva
davvero a stabilire, con chi entrava in sintonia con lui, un rapporto fecondo,
capace di aprire sentieri culturali inesplorati e di individuare affinit
imprevedibili. Dinanzi alla ostilit manifesta di Procopio ed alla
indifferenza di Riolo, cercai di instaurare, con Galiano, un rapporto
positivo ed amichevole. Fu impossibile. Anche Galiano aveva diviso la classe
in buoni e cattivi, in gente capace e studiosa e gente che non aveva
queste caratteristiche. Questo atteggiamento, in Galiano, non era dettato da
protervia oppure da viscerali simpatie o antipatie.
Non penso infatti di essergli mai stato antipatico. Solo, non facevo parte
del giro di quelli che, per definizione, erano attenti, bravi, studiosi.
Quindi, ero per lui poco pi che un numero o un nome. Ho riparlato col
professore Galiano di queste cose poco tempo fa, allorquando mi ha invitato,
con grande trasporto a scrivere per il Vecchio Galluppi i miei ricordi di
Liceo. Gli ho esternato la mia amarezza per un rapporto che, in quegli anni
lontani, non era riuscito a nascere e a svilupparsi.  finita tra le lacrime
di entrambi.
La mia carriera di galluppino, bruscamente interrotta da Procopio, si
concluse l'anno dopo con la maturit ottenuta proprio al Galluppi con la
stessa commissione che esaminava i miei compagni di classe e nella quale
Procopio fungeva da commissario interno. Avevo deciso di non darla vinta
al mio avversario, di non ripetere il secondo Liceo, di prepararmi da
privatista e di sfidare Procopio a viso aperto.
Fin con un grande encomio per il mio tema da parte del Presidente di
Commissione (un preside napoletano di nome Ippolito), con il pi alto voto
ottenuto da un privatista al Galluppi (il dato  aggiornato fino a dieci
anni dopo la mia maturit, vale a dire fino al 1980), con Procopio
sconfitto in casa e con lo sconfitto di un anno prima diventato infine
vincitore.
Forse il preside Galiano, chiedendomi di scrivere i miei ricordi del
Galluppi si aspettava qualcosa di pi scanzonato. Ma a dire il vero
queste avversit, queste ingiustizie, sono le cose che ricordo pi 
nitidamente dei miei anni galluppini. E devo essere grato al mio Liceo
che, attraverso l'azione di qualche suo professore, mi ha cos bruscamente
iniziato alla vita dandomi la possibilit di capire subito che la societ
pu essere giusta o ingiusta, madre o matrigna, a seconda dei casi e delle
circostanze. L'importante  sapere comunque reagire compostamente e
correttamente, dando fondo, anche dinanzi alle pi meschine manovre, al
proprio capitale di intelligenza, di capacit, di spirito di rivalsa. Per
quel che mi hai insegnato, quindi, grazie vecchio Galluppi!

Antonio De Marco.
nato a Ronito il 14 giugno 1952
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. C
(Registro generale dell'anno scolastico 1966/1967)

Il "Galluppi" al bivio fra tradizione e cambiamento
E il vento della contestazione studentesca spir anche nei corridoi antichi ed
austeri del vecchio Liceo Galluppi, sul finire degli epici Anni Sessanta,
cogliendo un po' tutti di sorpresa.
Spir sulla scia dei tumultuosi ed appassionanti avvenimenti che in quegli anni
scuotevano l'Europa e l'Italia, determinando nuovi rapporti e nuovi processi
sociali, ma spir con la particolarit e l'originale autenticit che ha forse
sempre contraddistinto la storia del vecchio Liceo e di quante generazioni in
esso si sono formate.
Fu difficile, all'inizio, dare il giusto senso alle iniziative studentesche
che sbocciavano.
Distinguere quanto di esse appartenesse alla goliardica storia dell'Istituto,
in fondo da tutta la Citt accettata con un bonario sorriso, e quanto invece
appartenesse realmente ad una nuova coscienza della diversa dimensione dei
processi sociali e culturali a cavallo tra gli Anni Sessanta e Settanta.
E, come in tutte le realt sociali dove gli equilibri sono consolidati e
difficili da incrinare, il processo risult lungo e complesso da interpretare.
Le radici del coinvolgimento del Galluppi nella grande stagione dell'impegno
studentesco e della contestazione globale furono dunque profonde. Legate s ai
grandi processi sociali avviati nel Paese nel 1968, quando il Sindacato
lanciava le grandi lotte di massa; ma legate soprattutto all'iniziativa degli
studenti che protestavano ripetutamente per le deficienze strutturali e
sanitarie del vecchio edificio di Corso Mazzini, ormai logoro, e che si
impegnavano per migliorarne le condizioni.
I ricordi di chi ha vissuto quella stagione contraddittoria, ma non di meno
esaltante, della storia sociale e di ciascuno di noi, si fanno a questo punto
un susseguirsi di fatti, di avvenimenti e di emozioni.
Fu nel dicembre 1968 che la fase dell'impegno studentesco divent tangibile e
significativa, apparendo infine un fatto nuovo cos diverso dalle logiche
vacanziere che caratterizzavano in precedenza gli scioperi studenteschi al
Galluppi. In quel mese si susseguirono infatti scioperi a catena, che
assumevano come motivazione i problemi dell'inadeguatezza dei locali del Liceo,
e che generalmente sfociavano in cortei e manifestazioni pubbliche che
sceglievano il Comune di Catanzaro come meta finale di protesta. Cortei senza
ancora connotazione ideologica, se  vero che accanto agli studenti sfilavano
tanti professori e - sigaro in bocca - lo stesso Preside, il compianto prof.
Livio Cancellieri.
L'iniziativa, che si protrasse per diversi mesi, sort l'effetto di una
maggiore attenzione degli amministratori locali ai problemi del glorioso ma
vecchio Galluppi, senza per pervenire ad una soluzione radicale della
questione, che fu rilanciata come occasione di ulteriore iniziativa
studentesca negli anni successivi.
Fu per il battesimo del fuoco della contestazione per gli studenti del
Galluppi.
Ma in pochi c'era la consapevolezza della stagione nuova che si apriva e della
nuova soggettivit politica che andava maturando.
In troppi era molto pi forte la convinzione della continuit storica e
culturale di una tradizione e la consapevolezza di essere ancora espressione
del ceto culturalmente e socialmente egemone della Citt. Un ceto egemone di
borghesia illuminata e laica che storicamente nella Citt, negli ultimi due
secoli, aveva espresso cenacoli di cultura e iniziativa politica e sociale di
stampo progressista, ed in cui il vecchio Galluppi, da Settembrini in poi,
era stato crogiuolo e cerniera della ricerca intellettuale e del cambiamento,
senza per questo mettere in discussione le radici di classe.
Tra l'altro, ancora nel Liceo non esistevano realt organiche di aggregazione
associativa degli studenti, che potessero esprimere consenso e cultura
politica.
Le due uniche realt esistenti erano la Fcderazione Giovanile Comunista,
largamente minoritaria e ghettizzata, e il Movimento Studenti, legato alla
esperienza dei gruppi cattolici di GioventStudentesca, il cui
dissolvimento a livello nazionale avrebbe poi dato luogo a due rcalt opposte
la contestazione ecclesiale di base e Comunione e Liberazione. Nel
Movimento Studenti, animato dall'indimenticabile Don Giorgio Bonapace,
confluivano molte delle migliori intelligenze del Liceo, ma solo negli anni
successivi lo scioglimento del gruppo avrebbe prodotto tante schegge
attive e l'immissione in piazza di soggetti impegnati in prima linea in una
prospettiva di nuova qualit dello studio e della vita.
Ma l'orecchio degli studenti teso a quanto avveniva nel 1969 nelle
Universit e nelle Scuole Superiori di tutta Italia, a partire da Roma e
Milano, era vigile, ed i mass-media furono solerti a propagare a macchia
d'olio lo spirito della contestazione studentesca. le sue immagini ed i suoi
valori culturali.
Un po' per maturazione reale, un po' per emulazione, un po' forse anche per
goliardia, lo scenario nazionale produsse i suoi frutti anche nella Citt dei
Tre Colli.
Gi dall'inizio del 1969, infatti, il Galluppi vide il
susseguirsi di scioperi ed infuocate assemblee degli studenti, indette su
diverse tematiche, non tutte in verit equamente motivare.
Uno degli episodi salienti fu subito il contenzioso aperto con il Preside,
cos incredulo per quanto avveniva, per l'uso dei locali della Scuola per
assemblee studentesche anche fuori orario scolastico ed aperte all'esterno.
La richiesta fu alfine accolta. La prima assemblea aperta si svolse nel marzo
del 1969 nella vecchia Palestra dell'Istituto - sottratta per poco agli
schermitori del prof. Talarico - per dibattere i temi legati alla proposta di
legge Sullo sulla riforma degli esami di stato; ma fu la grande occasione
per lanciare in modo ufficiale gli slogan della pi vasta contestazione
studentesca del momento: la riforma della scuola, la partecipazione
democratica degli studenti, la lotta alla selezione di classe.
Dalle assemblee all'istituzione dei Collettivi aperti di studio sulle
stesse problematiche, il passo fu breve, anche se nell'Istituto questi organi
non divennero mai realmente operativi.
Molti studenti vennero dietro alla contestazione per pigrizia o per ignavia,
molti parteciparono con entusiasmo e coinvolgimento, anche se con punte di
accesa dialettica interna al Movimento degli studenti: ad ogni modo dal 1969
in poi anche il Galluppi fu tratto dentro alle iniziative studentesche ed
alla passione politica di quegli anni.
Ma che qualcosa era radicalmente cambiato ci se ne accorse una grigia mattina
del febbraio 1969, quando, in occasione di una manifestazione indetta per
ricordare il sacrificio di Jan Palach a Praga, davanti al portone del
Galluppi volarono i primi pugni tra studenti di destra e di sinistra. Fu
come una frattura dolorosa, un segno dei tempi che faceva capire che indietro
non era pi possibile tornare e che esistevano nuove logiche di rapporti
sociali ormai governati dall'ideologia.
Prenderne atto fu duro, per quanti erano entrati nel vecchio convento di
Corso Mazzini respirando l'aria di una tradizione culturale illuminata che
tendeva alla mediazione e ricomposizione di ogni contrasto, ed avevano
creduto ciecamente nell'antico legame di solidariet cameratesca che voleva i
compagni di scuola in ogni modo ed al di l di tutto fraternamente uniti.
Un episodio che si ripet pi volte nei successivi anni pi caldi, anche se
il Galluppi non raggiunse mai i livelli di scontro fisico determinatosi
invece in altri Istituti in Citt, soprattutto negli anni susseguenti, in
coincidenza col trasferimento a Catanzaro del processo Valpreda.
Ma scioperi, assemblee e cortei furono per incentrati, nonostante la ventata
di contestazione globale che imperversava, su fatti estremamente pragmatici e
non sempre politicizzati, che riuscivano cos ad aggregare ampi spaccati di
studenti. Tra i temi pi ricorrenti ricordiamo le iniziative ripetute sui
problemi dell'edificio del Galluppi e poi per la realizzazione della nuova
sede del Liceo, che quegli studenti non avrebbero poi mai calpestato; le
lotte per la realizzazione dell'Universit della Calabria; le lotte contro la
legge Sullo; le iniziative per il diritto allo studio.
Le prime iniziative nacquero spontaneamente, poi esse furono ampiamente
guidate dalla Federazione Giovanile Comunista, unica struttura politica
organizzata. Ma ben presto, alla ripresa dell'anno scolastico 1969/70, si
costitu anche nel Galluppi il Movimento Studentesco, struttura autonoma
emula di quella di Capanna a Milano, che si riuniva periodicamente al grande
Salone delle ACLI a Piazza S. Giovanni.
Fu quello l'inizio di un livello pi deciso e politicizzato d'iniziativa degli
studenti, che port in quei mesi ad un altro fatto traumatico e sconosciuto
alla tradizione del Liceo, cio l'occupazione del Galluppi per quasi una
settimana.
Fu per anche l'inizio della grande frantumazione delle forze della sinistra
che sostenevano la contestazione studentesca, parallela al fenomeno nazionale
che si creava con la scissione del Manifesto. A Catanzaro si cre
inizialmente un organismo unitario denominato Collettivo Operai-Studenti,
con in verit molti studenti (soprattutto del Liceo Classico) e ben pochi
operai, che ben presto per si sciolse nell'ampio ventaglio dei gruppi
extra-parlamentari dell'epoca. Attivo rimase in quegli anni, soprattutto nel
Galluppi, un gruppo di giovani cattolici di base che praticavano forme
allora originali di contestazione ecclesiale e di impegno nel sociale.
Ma a partire dal 1970, e dalle grandi lotte per l'istituzione dell'Universit
Calabrese, la storia della contestazione studentesca nel Galluppi divenne la
storia di quella pi generale negli istituti superiori della Citt.
Infatti, mentre ai suoi albori l'iniziativa degli studenti era nata nei Licei,
in genere pi inclini alla ricerca culturale, nei fatti l'egemonia delle lotte
studentesche fu poi assunta in Citt dagli Istituti Tecnici, maggiormente
sensibili ai problemi del diritto allo studio e della selezione di classe, e
favorita dalla minore femminilizzazione dell'utenza. Anzi, col tempo si fin
col guardare con una certa diffidenza gli studenti del Galluppi, giudicati
incapaci di superare in una logica di classe la loro provenienza dai ceti
borghesi della citt. Fu per la generazione del Galluppi la fase
pi difficile, in cui vennero al pettine i nodi culturali e politici non
affrontati nella stagione della passione e dell'entusiasmo, esorcizzati e mai
risolti. E tanti si chiesero: come conciliare tradizione classica e
contestazione? Come conciliare l'affermata egemonia operaia con il grande
fascino della cultura antica studiata ogni giorno in aula? Come conciliare la
solidariet con la borghesia di appartenenza con la scelta di classe? Tanti
non seppero dare una risposta a questi interrogativi, e facile fu il
riflusso dopo gli anni della tensione, o la disperazione dopo gli anni
dell'impegno.
Tanti invece ricercarono in una nuova egemonia ideologica e culturale la
centralit ormai perduta.
Da questa consapevolezza nacque in quegli anni, parallelamente alla
contestazione di contenuti e di metodi di studio allora consolidati, una nuova
disponibilit ed una forte domanda di impegno sugli studi storici e filosofici
contemporanei. Nacque l'affermazione soddisfatta ed erudita della riscoperta
della lettura del giovane Marx, di Engels e di Feuerbach, ritenuti dal
dibattito ideologico di quegli anni (peraltro alla portata di pochi eletti) le
radici del socialismo moderno, in una scuola dove per prassi consolidata la
grande filosofia studiata si fermava ad Hegel.
E fu un vero e proprio laboratorio aperto di idee e di dibattito ideologico,
spesso fortemente stereotipato ma non per questo meno vivo, che si realizzava
dappertutto.
In aula, soprattutto nelle ore di storia e filosofia; nelle riunioni politiche,
dove si creava la nuova egemonia della cultura ideologica di chi ne possedeva i
saperi; nei tanti piccoli gruppi di studio spontanei a casa, dove ci si
scambiava, con l'ansia dei neofiti, i classici della contestazione, dalla
filosofia materialistica ai saggi di Marcuse appena importati dall'America.
Fu il recupero della centralit del Galluppi nella contestazione studentesca
di quegli anni; immagine speculare, tra l'altro, di una pi generale egemonia
nel Movimento di allora dei quadri pi acculturati ed ideologizzati.
Ma contemporaneamente si determin un altro processo di centralit, si direbbe
fisica del Liceo Galluppi sui nuovi fatti sociali della Citt di quegli anni,
attraverso due elementi non secondari.
Il primo fu costituito infatti dal ruolo svolto in quel periodo storico dalla
vicina Edicola Paparazzo, che - unica in citt - dava disponibilit di tutta
l'editoria politica e culturale d'avanguardia, e che divenne cos nei fatti
punto di riferimento e occasione d'incontro per tutti i giovani intellettuali
impegnati. Il secondo fu costituito dal fatto che in quegli anni tutte le
principali manifestazioni politiche si tenevano al Salone della Provincia o al
Ridotto del Teatro Comunale, ambedue dirimpettai del Liceo vedendo cos il
Galluppi quasi momento di cardine, punto usuale di appuntamento degli
studenti anche di altri Istituti e dei quadri politici all'epoca protagonisti.
Fu un vero e proprio rilancio della centralit civile del Galluppi, in un
contesto urbano che l'ha sempre visto al centro della vita sociale della
comunit. Centralit che un tempo si esprimeva nel salotto borghese di strada
e nel caff frequentato, e che veniva recuperata negli anni pi difficili
grazie ai processi di aggregazione spontanea delle intelligenze che in quel
periodo hanno costruito un pezzo significativo della nostra storia.
Tumultuosi e vivi furono quegli anni, forse troppo per non spegnersi ben
presto.
Non senza lasciare per, come eredit della grande speculazione intellettuale
che si era sviluppata, profonde tracce di cambiamento della cultura e della
qualit dello studio anche nel vecchio e glorioso Galluppi.
Fu in quel clima, infatti, indipendentemente dalle possibili valutazioni
politiche di quegli avvenimenti, che nei bui corridoi dell'antico Liceo e
insieme nella strada (se non  irriverente l'accostamento), si form una
generazione di intellettuali, ricca di cultura politica e di tensioni ideali,
che oggi  impegnata con funzioni di responsabilit nella societ calabrese,
col bagaglio di quegli anni.
E fu in quel clima che nacque la consapevolezza di una cultura moderna, che si
confronta in modo dinamico con la tradizione classica e la attualizza.
Questo davvero il grande patrimonio di un periodo di storia nostra che, nel
Galluppi degli anni nostri pi belli e nella societ italiana, fu momento di
rottura reale col passato, e dal quale tutti uscimmo con la coscienza precisa
che dopo nulla sarebbe pi stato lo stesso di prima.

Giuseppe Cognetti.
nato a Catanzaro il 9 aprile 1953
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1966/1967)

L'immagine novalisiana
del fiore azzurro, che Heinrich von Ofterdingen sogna e rincorre senza mai
cogliere,  la pi adatta ad esprimere lo spirito dei miei anni ginnasiali e
liceali. E anche adesso che quel magico fiore ha appena cominciato a
schiudersi, ma non ha ancora mostrato l'infinita bellezza dei suoi petali e
della sua corolla, il ricordo si tramuta in desiderio di rivivere quella
nostalgia insieme tenera e struggente, gentile e appassionata che fu
come la cifra di quel tempo. Ma non si tratta di nostalgia per qualcosa che si
sarebbe perduto, per una modalit esistenziale privilegiata ora eclissatasi o
eclissata da una sopraggiunta piatta maturit incapace di rischiare. Non 
questo il sentimento che accompagna, mentre scrivo, i percorsi della memoria,
e non  neanche quel puro godimento interiore, tutto epicureo, tutto
sentimentale, che il ricordare porta con s.
Il fuoco acceso allora non si  mai spento, anche se talvolta si  ridotto a
fiammella, e le fonti che alimentavano la ricerca del fiore non si sono mai
inaridite.
E se di desiderio di rivivere si  parlato,  perch forse non si sono pi 
ripetute quelle particolari condizioni di spirito, quelle continue eruzioni
vulcaniche, quei terremoti interiori che erano il mio stato nascente.
Non c' quindi soluzione di continuit tra l'allora e l'ora e non c' neppure,
veramente, un passato di questo presente ma un presente che si distende
indietro nel tempo, senza diventare mai passato. E volti, nomi, voci,
esperienze, incontri e scontri non furono e dunque propriamente non ritornano
se non per esigenze di economia psicologica, ma sono: basta viaggiare un po' e
guardare il paesaggio e mettere a fuoco determinate immagini e non altre di
quest'immobile eterno scenario.
Quel che segue vuol essere soprattutto una messa a fuoco, una selezione di
scene e di significati, forse l'indicazione (il mero atto dell'indicare) di
una strada di cui si conosce la direzione solo dopo che la si  percorsa.
Poi bisogner bloccare la messa a fuoco, non semplicemente distogliendo lo
sguardo, ma anzi guardando senza vedere perch il dileguare dei contorni
strappi le immagini alla memoria, le privi del movimento, le fissi in una
presenzialit quasi esemplare e ne ri-veli gli arcana. Animare l'immobile,
reimmetterlo nella vita  una delle funzioni della memoria. La messa a fuoco
deve quindi tradursi non solo in un contemplare le scene come spettatore, e
neppure nel semplice ri-viverle, come se fossero morto passato, ma nell'essere
di nuovo, adesso attore assieme ad altri viventi attori.
Si tratta di muoversi non gi nel tempo (che cos' il tempo?) ma in contrade
sfuocate dello spazio della mente, per lidi poco frequentati di quel vasto
oceano, gettarvi l'ncora, scendere dalla nave, guardarsi intorno, e star bene
attenti agli incontri che capita di fare.
Sono da poco sbarcato, e provo a orientarmi. M'incammino, ragazzino un po'
titubante e molto timido, di una timidezza cocciuta e orgogliosa, verso una
piazzetta antistante una scuola dove frequenter la quarta ginnasio. La
piazzetta non  deserta: attorno a me ci sono altri ragazzini e ragazzine che,
come me, aspettano di entrare. Vedo un tipo che mi sembra simpatico, che non
conosco, che mi sta accanto e indubbiamente ha i miei stessi pensieri: cerca
un'intesa, una solidariet che, appena entrati a scuola, si trasformi nel
sedersi assieme nello stesso banco, nell'essere compagni di banco.
Superiamo cos insieme il grosso problema rappresentato dal prendere posto
accanto a uno sconosciuto (o a una sconosciuta, ancora la sco-nosciuta), ci
presentiamo, parliamo un po'.
Nell'aula mi guardo un po' in giro, scruto, ma non a fondo, coloro che
condivideranno la nuova esperienza scolastica, m'immagino somiglianze,
affinit elettive, possibili amicizie.
Ma non sono in grado di guardare senza pregiudizi, ho bisogno di inquadrare,
di costruire schemi mentali che giustifichino accettazioni e rifiuti. 
all'opera in me un'esasperata e acerba razionalit che mi accompagner, mai
disgiunta dal suo contrario, per i cinque anni del ginnasio-liceo ed oltre.
Fin dal primo giorno di scuola entra in azione un meccanismo psicologico e
mentale che divora l'infinita complessit e variet del reale tutto riducendo
a due astratte ipostasi, la ragione e il sentimento. Io sono, devo essere
il cavaliere della ragione contro il sentimento, e questo forzato omaggio  il
filtro che inesorabilmente deforma i miei rapporti con i compagni e i
professori: la parola le molte parole o il silenzio sono le uniche modalit
di comunicazione. Il resto  un basso comunicare,  un comunicare sentimentale
oggetto di disprezzo e insieme invidiato perch consente ascolti e accoglienze
negati alla ragione. Su questo sfondo variamente si articola la vita
scolastica, e sono al centro le innumerevoli discussioni coi compagni, e la
loro frequentazione, occasione perch la ragione proponga le sue vedute, e
chiarisca i tanti perch, e detti perfino norme di comportamento. Ma, al di l
di questo filtro deformante, la vita di classe  sentita come piacevole,
coinvolgente, tutto sommato bella, perch realmente accoglie le nostre
esperienze e le rende patrimonio comune e cos ci fa crescere. Si discute
moltissimo, e gli argomenti di studio sono altrettante occasioni di confronto
e di scontro tra idee, modi d'essere, caratteri, comportamenti (sono
particolarmente interessati e divertenti i miei incontri e scontri con Enrico
Seta, e proposito di marxismo, anima e Dio, provvisoriamente sfociati nella
prima solenne sbornia della nostra vita, a casa di una nostra compagna,
durante una di quelle feste disciplinate e controllate che alimentano e
consolidano appartenenze e relazioni sociali).
Si impara la comunicazione disinteressata, dove le parole non sono messaggi
cifrati da decodificare, dove chi parla non insegue un proprio disegno di
dominio, dove parlare ed essere sono quasi sinonimi.
La comunicazione disinteressata, la sincerit esistenziale non sono
superabili, non sono fasi transitorie infantili e velleitarie, ma valori
fondanti, strutture relazionali capaci da sole di trasformare i rapporti tra
gli uomini.
In questo clima di sincerit esistenziale, sia pur filtrato, per me, da una
ragione che si crede onnipotente e che  solo l'incapacit di percepire e
vivere le varie dimensioni dell'esperienza, i vari livelli della realt,
prende forma filosofica la ricerca del fiore azzurro, della verit delle
cose, e ogni rapporto con professori e compagni  immancabilmente segnato da
questo pensiero esclusivo e come forzatamente incanalato in una certa
direzione, anche se poi genera effetti incontrollabili e produce
scissioni e contraddizioni.
La professoressa Critelli, la cui presenza ci accompagna per i due anni
ginnasiali,  la professoressa delle certezze, oggettive, positive certezze, o
meglio di un'unica certezza che si frantuma in mille certezze letterarie,
storiche, geografiche, linguistiche; ed  anche la professoressa della
disciplina e del dialogo. I componenti di questa trinit si
richiamano e si implicano vicendevolmente: dalla certezza scende la disciplina,
perch la certezza si concretizza in comportamento soggetto a determinare
regole di ordine, e a sua volta la disciplina forza la certezza a mostrarsi,
la attrae per cos dire; il dialogo d'altra parte ha senso solo se costruttivo,
cio se in ultima analisi costruisce la certezza nel democratico confronto
delle opinioni e ne fa emergere l'aspetto di valore e indica un gruppo di
valori che a loro volta sostanziano il dialogo e i rapporti
interpersonali. Il mio pessimismo razionale urta contro questa struttura:
sono frequenti le polemiche, benevole, a proposito di ci che scrivo nei temi
o delle opinioni che mi capita di esprimere.
Quell'impianto educativo per mi condiziona positivamente sul piano
esistenziale, sul piano della sicurezza di s e della piena assunzione delle
proprie responsabilit.  antica verit esoterica che la disciplina formale,
svuotando l'io, costringa il s ad emergere: gli interminabili riassunti
scritti dei canti dell'Eneide e dei capitoli dei Promessi Sposi, la fatica
quotidiana delle traduzioni dal greco e dal latino, l'improba memorizzazione
di vocaboli e regole grammaticali (cose che per la verit io esaspero
col mio perfezionismo), sganciate da ogni finalit immediata, creano in me un
habitus esistenziale che consente una controllata canalizzazione della propria
energia interiore con un minimo di dispersione e di spreco. Ora si tratta di
elaborare i compiti scolastici magari fino alle ore piccole; quella stessa
energia serve per essere pazienti con i figli ancora bambini, o per percorrere
ostinatamente tutte le tappe della realizzazione di un obiettivo assunto
come prioritario. In questo senso l'antitesi scuola-vita mostra tutta la sua
astrattezza (non accenno qui ad altri sensi per cui l'antitesi  invece
concreta): quando, un po' per scherzo un po' sul serio, in un gioco
didattico, rivolgo a una compagna brava una impossibile domanda di storia,
relativa alla politica estera dei faraoni (sic!) del Medio Impero, non  solo
esibizionismo, e non c' un mero interesse scolastico; c' il gusto di
esplorare aspetti poco noti di un argomento di studio, e c' l'idea che si pu
sempre andare pi in l, che arrestarsi all'acquisito e trasformarlo in
insormontabile pesante datit  morire, nella scuola, nella cultura, nella
vita.
Un altro tratto di mare mentale e poi l'approdo ad un altro lido.
Lo scenario non  molto cambiato rispetto al precedente, ma gli incontri si
fanno pi vari e pi ricchi. Gli echi del '68, il bisogno dello sciopero e
della protesta, l'individuazione dell'assemblea come strumento privilegiato di
confronto e di scontro, entrano prepotentemente nelle aule scolastiche e si
coniugano quasi naturalmente con bisogni psicologici soggettivi offrendo loro
uno specifico linguaggio, particolari modalit di espressione e di
soddisfazione. Il desiderio di una identit meno generica, la naturale
contrapposizione alle figure dei genitori, dei professori, a chi in ogni caso
detiene il potere del controllo, il gusto della discussione interminabile, la
volont di sentirsi parte attiva di una grande processo di trasformazione
rivoluzionaria della societ, l'ideale fedelt al dover essere, tentano
un primo approccio al reale attraverso la tensione di una militanza,
l'individuazione di strumenti politico-partitici e comunque istituzionali, di
parole d'ordine programmatiche, o s'incamminano per sentieri che, d'un tratto
interrompendosi, rendono definitiva quella enorme sproporzione tra linguaggio
e realt che del '68  struttura costitutiva.
Tutto questo introduce nuovi elementi negli incontri con i nostri nuovi
professori e nei rapporti con i compagni, con quelli impegnati e sensibili e
con gli indifferenti, vuoti e superficiali. E colorisce di concretezza le
discussioni e i dibattiti, e ideologizza spesso gli scontri e i confronti.
La fisionomia di ciascun professore si definisce senz'altro in relazione alla
specificit del suo modo di 'rispondere' alle nostre 'domande' attraverso la
sua competenza disciplinare ma anche attraverso la sua particolare umanit e
il suo costituire un punto di riferimento comportamentale. C' per un minimo
comune denominatore: tutti hanno la rara capacit di farci gustare lo studio,
la ricerca, il lavoro culturale, di comunicarci il senso di un loro valore
intrinseco, di una loro non condizionatezza, nonostante l'atmosfera
complessiva di questi anni conduca a una ipercritica radicale,
ad una abnorme dilatazione del concetto di ideologia, ad una istanza di
decondizionamento e di liberazione che, operando a livello sovrastrutturale,
molto raramente incide sulla struttura antropologica.
Il professore Procopio, la cui fama ci  gi giunta al ginnasio,  il
professore dell'amore per le lingue e le letterature classiche. Il rapporto
col latino e col greco e, perch no, col sanscrito o con l'antico
ricostruibile ipotetico indoeuropeo non dev'essere tanto un rapporto di mente
quanto un rapporto di cuore: la linguistica comparata, lo scandaglio
etimologico, i morfemi, i fonemi e le loro trasformazioni
storiche non devono essere oggetto di interesse culturale o, al limite,
erudito, bens oggetto di passione. Anzi l'erudizione in quanto possesso di un
immenso patrimonio di nozioni  direttamente proporzionale all'intensit del
sentimento con cui si accosta quel mondo apparentemente morto per scoprirne
l'intima vitalit e attualit.
Perch dietro la lingua latina e la lingua greca ci sono opere e autori, uomini
concreti alle prese con problemi concreti, politici, sociali, ideali, c' tutto
un universo di significati di cui non  proprio possibile una integrale
storicizzazione che sacrifichi alle ragioni storiche le ragioni eterne,
comuni, naturali. Ci sono Omero, Saffo e Pindaro, Orazio e Virgilio, ma anche
Tucidide e Socrate, Cicerone, Cesare e Quintiliano, e tutta una ricca e varia
umanit che in loro prende forma e parla. E veramente ci sono distanze
siderali tra l'oggi e il ieri? Veramente dobbiamo credere che la storia
si riduca a tempo esclusivo, e non sia anche, feuerbachianamente,
spazio tollerante, lo spazio della coesistenza e della solidariet, del
riconoscimento e del dialogo? Ci sono veramente rivoluzioni categoriali e
brusche soluzioni di continuit tra l'antico, il moderno, questo cos
martoriato moderno, e il post-moderno?
Anch'io mi lascio prendere da questa passione: acquisisco una certa padronanza
delle due lingue nella traduzione, mi occupo con un gusto particolare di
questioni filologiche che ancora oggi entrano nei miei otia, imparo ad amare i
classici.
Accade un giorno che una mia compagna, mostrando una particolare vocazione
alla recitazione, legga Saffo, e la legga con tale partecipazione e
coinvolgimento esistenziale da far commuovere il professore Procopio fino alle
lacrime. Non  solo la melodia dei versi, ma la loro verit che induce a quel
particolare immediato riconoscimento della propria condizione umana che 
subito pianto, un pianto puro, senza tristezza e senza gioia.
Il professore Riolo  invece il professore della sintesi rapida e concettosa,
della contestualizzazione sociale del fenomeno letterario, della critica
finemente scetticheggiante a pregiudizi e luoghi comuni, della benevola ironia
con approccio privilegiato agli studenti. Debbo alla strategia educativa del
professore Riolo un'attitudine razionalistica di fondo che si coniuga
paradossalmente con una mistica meraviglia dell'esistente, impedendole di
sconfinare in una incomprensibile rinuncia alla ragione o di cedere agli
allettamenti della ontologia debole. La sintesi significa la capacit di
vedere l'essenziale e di sapersi orientare nell'immenso oceano
dell'inutile (e quanti libri e studi e saggi oggi sono completamente
inutili!); la contestualizzazione degli autori e delle opere della letteratura
d, a me e ai miei compagni, il senso di una totalit i cui elementi si
richiamano vicendevolmente senza dar luogo a una dipendenza meccanica di una
pretesa sovrastruttura letteraria da una struttura economica presupposta,
sia pure in ultima istanza (e non si capisce cosa ci possa voler dire),
come determinante.
La critica , nell'atto in cui si esplica, distanza da ogni credenza assunta
dogmaticamente (si tratti di schemi mentali, di visioni del mondo, di modi di
essere, di abitudini alimentari),  intelligenza, dinamismo,  l'antidoto pi 
efficace di qualsiasi arteriosclerosi. Le certezze di ginnasiale memoria
sembrano dileguarsi nel fuoco della critica e della dissolvente ironia che ne
rappresenta un ingrediente particolarmente gustoso: in realt quel che vien
distrutto  l'immota certezza senz'anima, la certezza pesante, inerte, data,
non il bisogno esistenziale di un fondamento,  la falsa ricerca che sa gi
che cosa deve trovare, e va superba di questa umana, troppo umana ricchezza,
non l'andare errando verso la terra promessa, quel peregrinare durante il
quale l'anima lascia via via sulla strada il greve fardello delle
sue cianfrusaglie e, arida e vuota, attinge la totale trasparenza e povert
del senso.
Il professore Morello, che insegna al Liceo "Galluppi" gi da decine d'anni,
che  diventato in qualche modo una veneranda istituzione,  il professore
della chiarezza, dell'esprit geometrique, della coerenza logica, cui unisce
una grande umanit e generosa disponibilit, pur nell'adesione a un classico
canone di giudizio scolastico, quello che distingue gli studenti in meritevoli
e non meritevoli, predestinati allo studio e alla ricerca e buoni solo
(eventualmente) a zappare la terra. Ce l'ha a morte con l'ottusit,
con l'incapacit di afferrare rapidamente un concetto, lo svolgimento logico
di una dimostrazione, l'immediata evidenza di un'intuizione; ma poi
quest'apparente durezza si scioglie nei momenti decisivi, quando l'affetto,
una sorta di paterna benevola comprensione, la fiducia, hanno la meglio su una
fredda oggettiva valutazione di meriti e demeriti. La scienza docimologica
(o pseudo-scienza, non lo so) e lontanissima dalla pratica didattica del
professore Morello, come le  estranea una concezione troppo verbosamente
seria dell'attivit scolastica. La realt  cos ricca e varia! Verso la fine
del terzo anno, forse in maggio, nelle immediate vicinanze dell'esame di
maturit, facciamo una gita a Soverato, con i nostri professori al completo.
Io ed Egidio Sestito, per distinguerci, raggiungiamo il posto con
due biciclette alquanto inadatte all'uopo (al ritorno, nonostante le
insistenze di Morello che ha premura per la nostra salute, decidiamo di
pedalare ancora, ma a stento arriviamo a Catanzaro Lido, dove, stremati, ci
raccolgono due agili vespe di sghignazzanti compagni). Mangiamo tutti insieme
in casa di una nostra compagna di classe: il professore Morello ha lavorato
l'intera notte in cucina per preparare un'enorme quantit di squisito
morsello, che  il piatto forte, in tutti i sensi, del pranzo; mi piace
ricordarlo, ora che non e pi , nell'atto di scodellare, lui personalmente, in
ciascun piatto, accompagnato da divertiti commenti, e contento,
fanciullescamente contento, il suo gastronomico capolavoro, una delle sue pi 
riuscite dimostrazioni.
Poi c'e l'insuperabile Don Giorgio, che dovrebbe insegnare religione (che
significa una simile cosa?), ma in realt  una presenza che ascolta senza
giudicare, che sorride dei nostri religiosi scrupoli, che c'invita a un Dio
affabile, ironico, quasi ammiccante talvolta, nemico giurato dell'angoscioso
senso della colpa e del peccato, eppure povero e penitente nel suo figlio Ges.
Don Giorgio non guarda a una fede secolarizzata, a un Dio mondanizzato e
arrendevole alle umane pretese, ma a una fede meno psicologica e pi 
spirituale, a una fede disadorna e a un Dio che all'uomo chiede una
testimonianza essenziale, una responsabile fedelta a una chiamata.
Non  senza l'influenza di Don Giorgio che io vado scoprendo nel Vangelo non
tanto un'etica comportamentale o un insieme di valori, ma la suprema libert
del distacco dalle cose, la chiave iniziatica per distruggere la radice degli
attaccamenti, l'ignoranza, l'aggrovigliato intrico delle false identificazioni
che nascondono all'uomo il suo s profondo. Il fiore azzurro dev'esser colto
prima d'esser cercato (A chi ha sar dato, a chi non ha sar tolto anche
quello che ha): l'intuizione confusa di quest'essere senza essenza mi porta a
lavorare prima in parrocchia, con Don Giorgio, poi con i Focolarini, che
lascer perch aderisco al dissenso cattolico di base, in realt perch
quel che mi appare come insensibilit dei Focolarini a una corretta
impostazione dei problemi sociali, dei poveri e degli emarginati, non  altro
che l'eterna sufficienza dell'uomo religioso (veramente religioso?)
dinanzi all'uomo puro e semplice.
Nonostante questi pensieri profondi, una sera, in parrocchia, dopo un festoso
intrattenimento, assieme a due amici ingurgito una grossa quantit di diversi
tipi di liquori, fino a ridurmi in stato semi-comatoso dopo ore di schiamazzi,
di discorsi filosofici, di improvvise depressioni; la mattina dopo, ancora
brillo, svolgo un tema in classe che non mi va poi tanto male.
Ma il professore che fin dall'inizio acquista per me una particolare
densit simbolica e quindi un'autorevolezza anche umanamente e concretamente
dotata di una sua cifra peculiare  il professore Galiano. Perch la ricerca
del fiore, fin dal terzo anno della scuola media, si  alimentata di Parmenide
e di Platone, di Agostino e di Cartesio, di Kant e di Kierkegaard, e l'attesa
che finalmente quella passione che ho nel cuore venga, per cos dire, parlata
da un altro, nell'aula scolastica, e possibilmente comunicata a qualcuno dei
compagni,  diventata spasmodica. Sicch il mio primo incontro col professore
Galiano si carica di significati e di sensi, di sentimento e di immaginazione,
di cose indefinibili che segneranno l'intero nostro rapporto. Egli  il
professore del dramma educativo, e di come qualcosa che si chiama filosofia
possa far parte di quel dramma, che coinvolge persone, problemi, affetti,
debolezze, emozioni, e talvolta  duro, talvolta dolce e tenero, ma sempre
faticoso e impegnativo. L'esito di un rapporto educativo, per le strutture
profonde che va perennemente chiarendo, per la richiesta in esso intrinseca di
continuamente trascendere ogni datit, di non fermarsi a pretesi presupporti
naturali, di trasformare l'inerte e il sonnecchiante in desto e creativo, 
sempre problematico, e non raramente aperto al rischio del fallimento.
Il dialogo esige nell'educatore un'energia sempre rinnovabile, e nell'educando
una controllata docilit, una autonomia umile e un profondo interesse
esistenziale. Possono tutti educare? E possono veramente tutti essere educati?
O non piuttosto bisogna lasciare che i morti seppelliscano i loro morti e,
pensare, con Eraclito, solo a coloro che sono svegli e sanno riconoscere il
lgos? O forse  pi opportuno usare due pesi e due misure? Il problema si
complica con la filosofia: far filosofia  in qualche modo elevare alla
chiarezza del concetto, della categoria, tutto quel che si  espresso in forma
non concettuale, ed  nel contempo esigenza di fondamento, di ragioni ultime,
sia pur non metafisiche.
E che ne  dell'educazione filosofica per chi , filosoficamente, e sono la
maggior parte, absolut unmusikalisch? Si rischia di sciorinare una inutile
filastrocca, non solo e non tanto di dottrine e di sistemi da prendere e
buttar via, ma di problemi, il che  pi grave. E allora tanto vale tessere
dei rapporti privilegiati, o quanto meno individuare i pochi validi
interlocutori, e limitarsi con gli altri a benevoli tentativi. Ed  quel che
avviene dovunque.
Debbo al professore Galiano il senso acuto di questi problemi, e la
stringatezza e il rigore dell'argomentazione, la lucidit della parola che
forse s'illude di poter ridurre il mondo a linguaggio, ma che non ha altri
mezzi per sottometterlo a una misura razionale. Grazie anche alle sue
suggestioni formiamo, assieme ad altri, un gruppo, che nasce con l'esplicito
intento di contribuire a una migliore conoscenza della questione meridionale
(sono gli anni del boia chi molla) senza obbedire a logiche
partitiche, che si dedica per un certo tempo a raccogliere interviste che
debbono documentare il complessivo livello di coscienza di persone delle pi 
varie appartenenze sociali, ma che poi diventa luogo privilegiato di
confronto, ricerca comune, analisi psicologica, addirittura psicoterapia.
Ci diverte chiamarci mini-socratini, perch saremmo animati dalla stessa
esigenza di critica consapevolezza nella conoscenza di noi stessi e degli
altri che fu propria di Socrate; in questa impresa comune nascono affinit
elettive e vicende sentimentali, e amicizie scambiate per amori e amori non
corrisposti perch neppure intravisti. Mi piace ricordare Franco Benincasa,
col quale ho un rapporto d'amicizia tormentato e spesso troppo cerebrale, un
po' folle forse, e Silvana Marani, con la sua indispettita e fresca
difesa del sentimento e dell'innamoramento, di contro al mio intellettuale
vaneggiare.
E in questo contesto, dulcis in fundo, Maria Ester, mia moglie, ma per il
momento solo privilegiata interlocutrice in interminabili dialoghi.
E poi tanti altri, e ci ritroviamo tutti, prima degli esami, a ripetere i
programmi perfino di domenica, soprattutto col professore Galiano, che non si
tira indietro nello sprint finale, e ci dirigiamo di corsa verso la fine di un
mondo. In quel mondo ci sono anche la professoressa Zinzi, per la quale l'arte
e la sua storia sono faccende di cuore, sono interessi totalizzanti, e la
professoressa Zavaglia, che sa infondere la sua umanit, schietta e spesso
urtante perch troppo vera (e la verit nonostante il luogo comune fa male),
nelle lezioni di chimica e di scienze naturali, e poi i bidelli, il preside,
i banchi, le aule non propriamente luminose, gli scuri corridoi, tutto... ma
ecco che gli occhi si incrociano non riescono pi a mettere a fuoco, e le
immagini diventano macchie dai colori indefiniti e tutt'a un tratto si
immobilizzano e si ode una musica silenziosa che ha il potere di annullare il
tempo, e quel che fu, sradicato dal divenire,  un ktma eis ae.
Antonio G. Cannistr.
nato a Catanzaro il 3 ottobre 1958
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B
(Registro generale dell'anno scolastico 1972/1973)

CARMELITANI SCALZI
PISA

Gentilissimo signor Preside,
ho tardato a rispondere alla Sua cortese richiesta, di cui comunque La
ringrazio, perch essa mi pone problemi non solubili. Il mio presente 
piuttosto particolare, diverso certamente da quello di altri professionisti a
cui Ella avr rivolto il medesimo invito, e non riesco a valutarne il
paradigma. Ma, al di l di questa ovvia premessa, la rievocazione degli anni
liceali presenta per me difficolt intrinseche. Ci che qualche spiritoso
giornalista volle definire riflusso fu da me vissuto, negli anni del liceo,
come horror vacui, cui cercai di porre rimedio con quelle frettolose
sovralimentazioni da autodidatta, che riempiono senza nutrire. Il troppo si
rivela a distanza troppo poco per poterne fare oggetto di narrazione. Vorr
pertanto scusarmi se Le confesso la mia incapacit di contribuire
positivamente alla storiografia del Liceo Galluppi. Mi consola, per, il
pensiero che, se in ogni sistema coerente  necessaria qualche ridondanza o
qualche casella vuota, pu anche darsi Le risulti utile la grigia case vide
che Le fornisce un ex-alievo ex-secolare.


Filippo De Stefani.
nato a Catanzaro il 22 aprile 1960
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale Sez. B
(Registro generale dell'anno scolastico 1974/1975)

Accetto con piacere l'invito
rivoltomi dal preside Galiano di voler rivivere in queste poche pagine i
miei anni trascorsi sui banchi di scuola del liceo Galluppi, anni che sono
legati ai ricordi della mia adolescenza, del formarsi della mia personalit,
delle prime esperienze di vita fatte proprio in quelle aule di cui mi si
chiede oggi di narrare la storia di cui fui attore e spettatore.
Iniziai a frequentare il Liceo nel 1974: erano i giorni in cui la scuola
si trasferiva nella nuova sede e per il primo periodo, in attesa di definitiva
sistemazione, alla IV B era stata destinata un'aula nell'edificio di
Montecorvino; di quell'aula ricordo le file di banchi disordinati, il balcone
stretto dalla vernice scrostata.
In quell'aula conobbi i miei compagni di classe, ragazzi per lo pi 
sconosciuti, con i quali avrei diviso tanto tempo in futuro: non riesco a
ricordare ora i loro volti perch di essi ho un immagine pi recente, ma
ricordo la sensazione di imbarazzo che si provava in quei primi giorni di
scuola nel rivolgersi ai professori, i nostri primi colloqui, il nascere delle
prime simpatie.
Poi, proprio in quei giorni, il primo sciopero: si voleva affrettare il
trasferimento nei nuovi locali, si manifestava per i disagi della sede
staccata di Montecorvino. Ricordo il piccolo spiazzo antistante la scuola
gremito di ragazzi, le discussioni per decidere il da farsi, l'arrivo di
nostri colleghi pi grandi con volantini che decisero le sorti dello
sciopero: per quel giorno ci astenemmo dalle lezioni e ci riversammo per
le vie della citt.
Fu solo dopo qualche mese che prendemmo possesso dei nuovi locali: alla IV B
venne assegnata un'aula luminosa, molto grande: i banchi occupavano solo
met del locale ed alle nostre spalle rimaneva libero un ampio spazio ove
solitamente formavamo dei capannelli durante l'intervallo.
L'edificio che ospita il liceo Galluppi  molto bello ma quando ci
trasferimmo era completamente privo di quei servizi che sono necessari in
una scuola: non ricordo di aver mai visto una biblioteca nel Liceo e
ritengo questa mancanza gravissima in una scuola dove si dovrebbe
incoraggiare al massimo il contatto con i libri; la palestra piaga
endemica in molte scuole, cosa inammissibile in un edificio di nuova
costruzione, era priva di qualsiasi attrezzatura: le nostre ore di
educazione fisica si svolgevano in classe nella maggior parte dei casi, a
volte uscivamo fuori per fare una passeggiata nei dintorni.
Le nostre ore scolastiche si svolgevano quindi quasi totalmente nelle
aule: i laboratori che pure costituiscono un sussidio didattico molto
valido in alcune discipline, erano un qualcosa di cui noi non sospettavamo
neppure l'esistenza e non sapevamo raffigurarcene la funzione.
A quell'aula sono quindi legati i miei ricordi pi cari; in essa trascorsi
quasi due anni, saldai le amicizie con i miei compagni, imparai a vivere da
liceale: una vita diversa sia da quella che avevo vissuto fino a quel
momento, perch pi responsabile, che da quella che mi attendeva una volta
abbandonati i banchi di scuola.
Durante gli anni del Liceo presi contatto con molti problemi che mi si
sarebbero poi presentati pi tardi nella mia vita di studente universitario:
penso che il merito del liceo sia quello di avermi prospettato quei problemi,
senza per l'urgenza di risolverli, caratteristica dei periodi di vita
successivi.
In definitiva, gli anni trascorsi sui banchi del Liceo, nell'ottica in cui li
vedo ora, sono stati una preparazione inconscia alla mia vita futura; ci che
 pi prezioso in tale preparazione, e sar poi irripetibile,  che essa 
guidata da persone che hanno scelto nella maggior parte dei casi in perfetta
responsabilit, di assumersi tale incarico. Ritengo a questo punto doveroso
parlare, sia pur brevemente, di quelle persone che guidarono me ed i miei
compagni nelle varie tappe della nostra vita liceale: i nostri professori.
Se infatti gli studenti scrivono la storia di una scuola, i professori la
costruiscono, danno forma e significato alla parola, in breve sono
l'istituzione fatta persona.
Ricordo tutti i miei insegnanti con affetto e non sia torto ad alcuno di essi
se il suo nome non compare in queste righe: sono solo pochi ricordi di uno
dei tanti studenti del liceo Galluppi.
Nei primi due anni la persona con cui avevamo pi frequenti contatti era
l'insegnante di lettere: la professoressa Guzzi. Ella ci guid fino al Liceo
con affetto quasi materno, ci insegn le regole di una lingua bella e ricca di
poesia quale il greco, che rimpiango di aver abbandonato nei miei studi
successivi, ci fece conoscere meglio noi stessi: ricordo che una volta ebbe a
dire di me che i miei temi di italiano non erano molto brillanti perch la
mia mentalit mi indirizzava alle scienze esatte e che al contrario le mie
versioni di greco e di latino risultavano ben fatte perch applicazioni di
regole precise: non so quanto questo giudizio abbia influito sulle mie scelte,
ma il fatto stesso che lo ricordi nitidamente indica quanto esso fosse
corrispondente a verit.
L'insegnante che rappresent la continuit nei nostri anni di Liceo fu il
professore Sacco, docente di matematica: impar a conoscerci cos bene che,
ricordo, entrando in classe e leggendo i nostri volti, riusciva a determinare
chi avesse svolto i compiti o meno, chi fosse preparato e chi no: era una
cosa che mi stupiva moltissimo ma di cui, a poco a poco compresi il
meccanismo ed i sottili risvolti psicologici, interessanti se si vuole, ma
certamente poco divertenti per lo studente scoperto in fallo.
Tra i miei professori di Liceo amo ricordare la professoressa Critelli che ci
fece apprezzare opere immortali della letteratura latina e greca, ed il
professore Voci, uomo di estrema sensibilit: mi risuona ancora nelle orecchie
la sua voce accesa mentre, passeggiando fra i banchi, declamava le terzine
dell'inferno: ricordo nitidamente la lettura del canto dell'amore immortale
di Paolo e Francesca e di quello terribile per le passioni che vi si agitano,
che condanna il conte Ugolino ad un raccapricciante pasto. Quegli anni di
Liceo hanno lasciato in me un'impronta notevolissima, hanno contribuito in
maniera determinante alla mia formazione e non dimenticher mai le lezioni
ricevute nelle aule del Liceo.
Un essere umano porta con s tutto ci che ha toccato... Un uomo racchiude
in s tutto quello che ha sperimentato e continua a sperimentare, ed in
questo consiste il suo valore, afferma Elias Canetti in un suo recente
libro.
Malgrado la mia professione di ingegnere elettronico mi costringa a diversi
interessi culturali, gli anni del Liceo hanno lasciato in me un gusto
particolare per le opere belle ed immortali ed ogni volta che, nei miei
momenti liberi, riesco ad accostarmi ad esse, provo un gran piacere e sono
grato a quelle persone ed a quella scuola che mi hanno permesso di
riconoscere ed apprezzare le pi alte produzioni dell'ingegno umano.
...
.
...
128. - Fausto Galiano.
.
nato a Catanzaro il 18 dicembre 1960.
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale Sez. B.
(Registro generale dell'anno scolastico 1974/1975).
...
.
...
E risorse, pi grande, in una nuova era.
.
Non porto pi in tasca i ricordi della vita liceale. E non so dire se questo
oblo sia piovuto gi automatico o per scelta.
Ma tant'. Anche se avverto, in qualche nascosto anfratto delle mie
circonvoluzioni, la lor matassa policroma, polifonica ed ingarbugliata,
giacere al di sotto di un nebbioso velo: non direttamente fruibile dalla mia
mente conscia.
.
Per certo riconosco, d'altra parte, come tali ricordi dian struttura, e
substrato primo, al cumulo delle mie esperienze maturate, attraverso cui
decodificare la ricca realt che ci circonda.
.
Usa la mente tenendola vuota, slogan sincretico, evinto da una millenaria
massima orientale, vergato sugli immacolati e freschi muri del nuovo
Galluppi in spray brillante e verde, dalle mani di Ciccio, compagno di scuola
di quei tempi. Mani che sono gi polvere da anni, perdute per strada
nell'impeto dell'inarrestabile treno della vita, immolata, come famelico
tributo, ad una piaga nota con la famigerata sigla americana il cui nome oggi
scuote, nel profondo, il mondo intero.
.
Concetto analogo a quello millenario, avrei conosciuto in un diametralmente
opposto mondo, abitato da bytes e files: che intimo contatto fra
l'abissalmente antico e l'ipernuovo! A significare che le fondamentali
intuizioni concettuali permangono, e si tendono ad arco, in un ponte ardito
sulla storia, ritornando adesso, quando metallo ed energia sono entrambi
piegati dall'uomo, a simulare l'intelligenza stessa della carne: la pi 
mirabil macchina del cosmo.
.
O forse i ricordi sono tanti. E attendono chiacchierellando fra loro
allegramente il proprio momento magico di stura: il giorno in cui le cure al
quotidiano avran sfumato la sapidit dentro il banale, e giunger per la mia
mente il tempo di rivolgersi ad essi, speranzosa, ricercando a ritroso, nei
suoi meandri stessi, la Madre Terra delle sue radici prime.
.
Ho vissuto la transizione, la dicotomia nella continuit: il passaggio.
.
Solo per una mattinata fui alunno nelle aule del vecchio Galluppi. Era il
primo giorno di scuola del mio quarto ginnasio: una premire assoluta!
In una grigia aula, stipati su seggiole gi smangiate, la voce chioccia della
Guzzi, la pi minuta fra le professoresse, ci spiegava che fin dal giorno
successivo ci saremmo rivisti nelle aule di una delle sedi staccate:
Montecorvino. Ma ero contento di andarmene.
.
Nella certezza assoluta di quattordicenne, quell'aula era da definirsi, di
sicuro, inadeguata e fatiscente: emblema di una pessima gestione politica
della edilizia scolastica. Ma forse anche ora direi lo stesso.
.
Conoscevo bene il Galluppi vecchio: vi avevo frequentato le scuole
elementari. Mi era familiare la palestra, dove avevo appreso a tirar di
scherma, istruito dal professore Talarico, col fioretto guizzante in pugno e
la ingombrante maschera di rete di metallo sulla faccia.
.
Continuano a scuotermi, anche nel ricordo, il refettorio e le sue grandi
cucine, pronte a sfornare, per gli amichetti convittori, pasti ben caldi che
sempre mi apparivan freddi, lontano dagli affetti di una casa.
.
Ben conoscevo la prepotente luce che inondava le aule del Galluppi di
sopra, quelle dei bimbi, con l'orologio antico e buffo che scandiva il tempo
della crescita, sempre velocissimo a passare.
.
Ma avevo solo nebulosa e vaga l'immagine dei bui corridori di sotto, del
mistero, del Galluppi dei grandi ove, fra imponenti lapidi in memoria e
soffocate risatine, si aggiravano burberi ed enormi professori, aitanti e
forzuti giovinotti e divinamente graziose signorine.
.
Ma quel che mi ritrovai di fronte nel secondo giorno di lezione fu di gran
lunga diverso e ben peggiore della pur scalcagnata sede centrale.
.
Attraversammo la citt in gruppi di tre o quattro, diretti a scuola, in fila
indiana, muro muro, percorrendo i vichi, attenti a dove porre i piedi e a
non finire sotto alle auto in movimento.
Oppure eseguivamo abili gimcane fra le automobili incastrate tutt'assieme, le
orecchie piene dei clacson inferociti.
.
Il vetusto palazzo dei Conti Pecorini avrebbe avuto bisogno di ben altra pace
di quella che noi, torma implacabile, gli concedevamo, e soltanto dopo
orrende sevizie. La onnipresente professoressa Guzzi, instancabilmente, si
affannava a redarguirci, non appena anche solo provavamo, durante il quarto
d'ora della ricreazione a metter piede sullo striminzito balconcino, posto
appena sopra la chiave di volta del portale.
Ed in effetti la ringhiera corrosa e arrugginita mai avrebbe retto ad un
simpatico spintone. E noi ce ne davamo a iosa!
.
I cavalli che il conte albergava nella stalla appena al di sotto delle aule,
non c'erano pi, purtroppo, cos non potevamo accampare il pretesto
dell'olezzo di sterco per scioperare, come aveva fatto, solo qualche anno
prima mia sorella e la sua cricca.
Per gli equini, di nobile schiatta e nobile padrone, vi era stato il
trasferimento in pi salubri luoghi. E per noi puledrini, forse meno blasonati
ma pi umani?
.
Apprezzo sinceramente quella vaga aura di storia e di mistero che aleggia
impalpabile sugli splendidi scorci medioevali delle citt italiane, ricchi di
vita vissuta e tradizione, ma preferisco lo stile moderno, anonimo ed
efficiente se la manutenzione si  arrestata al Settecento!
.
Cos battagliammo.
Il nuovo edificio era per la gran parte ormai ultimato ma l'ottusit della
burocrazia locale pretendeva che noi si restasse per chiss quanto ancora a
pagare le colpe dei padri che avevano profuso un impegno esagerato nel
produrre il boom demografico degli anni '60.
.
A soli tre mesi dall'inizio delle lezioni, noi, i pi piccoli, sfoderando la
scintillante spada della rivolta che era in quegli anni sempre pronta, snudata
e bellicosa al sole, sfondammo porte e finestre ancor vergini ed occupammo la
nuova struttura, bivaccandoci dentro come una trib selvaggia, inalberando
slogan e chitarre, striscioni di protesta ed emozioni.
.
Il Liceo Classico ha avuto sempre un posto di preminenza, non solo culturale
ma anche architettonica, nella nostra citt.
Come ebbi modo pi tardi di sapere, un importante concorso di idee
progettuali, le cui stesure originali son tuttora conservate in Parigi, fu
tenuto all'epoca della costruzione del primo edificio. Il risultato fu il
palazzo di rigoroso stile classico che tutti conosciamo, in posizione
nevralgica nella citt di allora, su Corso Mazzini, di fronte al demolito
Teatro Comunale, accanto all'imponente Prefettura, quasi a simboleggiare la
centralit del sapere e della cultura.
.
Per certo notevole fu l'impegno, di ingegno e di denaro, profuso allora nel
costruire il Galluppi vecchio, e fu nel segno della riaffermazione della
importanza di questa scuola, che si procedette ad edificare la struttura
nuova.
Per certo il nuovo Galluppi risulta una delle maggiori opere realizzate
dalla amministrazione pubblica locale. E noi, per primi ne godemmo appieno:
spazio, aria, luce... una pacchia!
.
Ci rincorrevamo nei larghi corridoi; esploravamo in gruppetti, a mo' di
scout, i pi reconditi recessi per la gran parte ancora in costruzione;
affibbiavamo nomi ai pi temerari fra i bastardi della muta di cani che
gironzolavano nel cantiere, pronti a raccogliere le briciole di mortadella
degli operai che lavoravano ancora, arditamente in bilico sui ponteggi.
Ci perdevamo, lontano, fuori dalla finestra, annoiati dalle barbose lezioni,
nel brilluccicho del mare.
.
Ed un altro genere di mare, fra i banchi, due anni dopo mi capit di
rimirare, negli occhi immensi della professoressa Sala che ci parlava, in via
informale e casalinga, di profondi filosofi e complesse elucubrazioni del
pensiero come fossero fatti successi gi in strada, all'angolo del bar, appena
l'altro ieri.
.
E sempre il mare con rotolanti onde, nelle declamazioni del professore Voci
che si esaltava, scavando l'immensit dalle terzine scarne, con un piede nel
cielo ed uno nella carne.
Santa Madonnaaa!, col baffettin tremante, commosso dal cantico lirico,
denso e pregnante, mentre a me capitava di pensare quanto nel profondo si
possano mai amare versi letti, riletti e poi riletti ancora, e fiammante,
immacolata verginit di continuo poterci ritrovare.
.
Nell'anno successivo al mio quarto ginnasio, anche il triennio liceale, che
aveva, per onor del vero, concretamente contribuito alla conquista, si
trasfer nel nuovo sito, colmando un vuoto di rapporto fra ginnasiali e
liceali, e realizzando, finalmente, uno scambio ed una crescita comune che
da troppo tempo mancavano al Liceo Classico. Il trapasso era compiuto ed il
vecchio P. Galluppi una cosa triste e abbandonata.
.
Eravamo consci di aver lasciato qualcosa dietro, ma di non aver smarrito il
senso ultimo e profondo dell'essenza del Liceo Galluppi: la continuit nella
tradizione.
.
E, insieme ad essa, quella sottile impronta che lascia il frequentare il Liceo
Classico: il non saper fare praticamente nulla ma possedere, ben saldo, un
lucido strumento per scavare il senso pi profondo della vita.
...
FINE.
...
.
...
APPENDICE. DIDASCALIE DELLE FOTOGRAFIE.
.
ALBUM STORICO-ONOMASTICO DEL LICEO "PASQUALE GALLUPPI".
.
Bernardino Grimaldi (Catanzaro 1841-Roma 1897)
Bruno Chimirri (Serra S. Bruno 1842-Amato 1917)
Giuseppe Casalinuovo (S. Vito Ionio 4 agosto 1885, iscritto per la prima
volta alla quarta ginnasiale sez. I (Registro generale dell'anno
scolastico 1900-1901)
Corrado Alvaro (San Luca 1895-Roma 1956)
Enrico Mol (Catanzaro 1898-Roma 1963)
Antonio Caristo (Montepaone 22-6-1916 - Sidi Amedia 15-6-1941)

Ercolino Scalfaro
Nato a Catanzaro il 21 Arile 1884
Medaglia d'Oro alla memoria
Ercolino nobile dei Baroni Scalfaro da Catanzaro, capitano diciannovesimo
Reggimento Fanteria. Progettava ed effettuava, con quattro soldati,
sotto intenso fuoco la posa di tubi esplosivi nei reticolati nemici,
facendoli brillare ed aprendo cos una larga breccia. Successivamente si
slanciava con mirabile ardimento all'attaco del trinceramento avversario,
e cadeva mortalmente ferito. Nell'attesa del suo successore,
sollevandosi alquanto, continu a tenere il comando della compagnia,
interessandosi all'azione che si svolgeva piche della ferita riportata,
finch una violenta emorragia lo uccise. Dedic, con invitto valore, alla
patria gli ultimi istanti della sua nobile esistenza.
Sella di S. Martino 16 luglio a Sdraussina 18 luglio 1915

Azaria Tedeschi
Nato a Serra San Bruno il 30 giugno 1887
Medaglia d'Oro alla memoria
Non ancora completamente guarito da una ferita riportata in combattimento,
di propria iniziativa accorse ad assumere il comando del suo battaglione
che sapeva in procinto di essere impegnato nella lotta. Sferratori un
improvviso irruento attacco di forze nemiche grandemente superiori che in
breve cre al reggimento una situazione disperata di confusione e isolamento,
conscio dell'estrema gravit dell'ora, alla testa delle sue truppe corse,
con serena decisione e straordinaria fermezza, ad arginare l'uragano, ma
premuto sempre pida un avversario tre volte soverchiante per numero e
per mezzi ed imbaldanzito ormai dal suo successo, con eroica decisione,
ed incitando col mirabile esempio del proprio ardimento i dipendenti
per primo si slanci a capofitto contro la ferrea cerchia degli assalitori,
e insieme con le proprie truppe si impegn con essi in violento corpo
a corpo, che con accanita tenacia sostenne fin quando cadde gloriosamente
colpito a morte.
Velik-Vth (Selo-Bainsizza) 25 ottobre 1917

Silvio Paternostro
di Nunzio
Nato a Normanno il 5 aprile 1893
iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. B
(Registro generale dell'anno scolastico 1906-1907)
Capitano degli Alpini
Medaglia d'oro alla memoria
Attaccato per tre giorni da forze ribelli di gran lunga superiori, era di
esempio ai suoi uomini per sangue freddo e cosciente ardimento. Ferito a
un braccio e caduto in mano all'avversario, che solo con la forza del numero
aveva infine avuto il sopravvento, rifiutava con parole piene di nobilt e
di sdegno di allontanarsi dalle salme dei suoi eroici compagni d'arme.
Condannato alla fucilazione si diceva orgoglioso della sua morte per
dimostrare anche da vicino alle orde ribelli come sanno morire i soldati
d'Italia.
Barca-Hbu-Lencia 26-28 agosto 1937

Stefano Pugliese
fu Giovanni Francesco
nato a Catanzaro il 12 aprile 1901
iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1910-1911)
Capitano di Fregata
Medaglia d'oro al Valore Militare
Comandante di incrociatore corazzato di tipo antiquato, assegnato alla
difesa anti nave e contraerei di Piazzaforte Marittima d'Oltre mare,
continuamente sottoposta alla offesa aerea dalle vicine basi dell'avversario,
sosteneva con incrollabile fermezza e valorosa azione di comando l'ardua
missione. Investita la piazzaforte da forze soverchianti, interveniva
efficacemente anche contro obiettivi terrestri e ricevutone l'ordine, faceva
abbandonare ordinatamente la Nave, dopo averne predisposto la distruzione.
Tornato a bordo con pochi animosi nell'imminenza dell'invasione della
localit, per accertare ed accelerare la combustione delle micce di accensione,
pur avendo constatato che l'incendio sviluppatosi presso il deposito
magazzini centrali ne rendeva imminente la deflagrazione, con eroica
perseveranza assicurava l'innescamento di altri depositi per rendere totale
la distruzione della nave, finch, sorpreso dalla sopravvenuta deflagrazione,
nella tormentosa situazione creata dalle successive esplosioni e dalla nafta
incendiata, dava prova mirabile di serenit e forza d'animo.
Tobruk 26 novembre 1940 - 22 gennaio 1941

Antonio Daniele
di Vitaliano
Nato a Cerva il 13 giugno 1910
iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1921-1922)
Sottotenente - Medaglia d'oro alla memoria
Volontario in A.O. e pure volontario in un gruppo di bande di dubat
instancabile ed entusiasta, prodig la sua fede e le sue energie nella
preparazione degli uomini che guid ai cimenti della guerra con grande
valore. Col suo brillante comportamento di animatore e trascinatore
coraggioso, diede efficace contributo al successo di Danise. Sei giorni
dopo con la sua mezza banda di dubat, in accanito comabattimento contro
orde nemiche cento volte superiori, armate di mitragliatrici e cannoni,
ed appostate in un bosco insidioso e fittissimo, con impeto e fermezza
trattenne le orde incalzanti. Pivolte attaccato, respinse, con indomito
valore l'offesa. Circondato da tutte le parti ed esaurite le munizioni,
con il pugnale e le bombe a mano cerc, con i superstiti, d'infrangere
il cerchio. Nella impari lotta, eroicamente cadde, immolando la sua
giovane vita alla grandezza della Patria.
Sad (Sidamo) 20 ottobre 1936


I PRIMI PROFESSORI DEL LICEO-GINNASIO, SCUOLE UNIVERSITARIE E CONVITTO
NAZIONALE "GALLUPPI" - ANNO 1868-1869
Preside Rettore Nicola Stranieri,
Dott. Pietro Billotta professore scuole universitarie,
Dott. Giuseppe Gigliotti professore scuole universitarie,
Pasquale Serravalle professore di fisica del liceo,
Giovanni Capparelli professore del ginnasio,
Domenico Marincola Pistoia professore di storia del liceo,
Avv. Bernardino Grimaldi professore delle scuole universitarie,
Domenico Torcia professore di matematica del liceo,
Antonio Tarain professore del ginnasio,
Carlo Tarantino professore di storia naturale del liceo,
Luigi Tamburini professore di lettere italiane del liceo,
Dott. Saverio Ciampa professore delle scuole universitarie,
Giacomo Corroa professore del ginnasio,
Avv. Giacinto Oliverio professore delle scuole universitarie,
Giuseppe Mammone Capria professore delle scuole universitarie,
Giuseppe Giamp professore di filosofia del liceo,
Andrea Pisani Massamormile maestro di scherma del convitto,
Giov. Battista Leolta maestro di ballo del convitto,
Alfonso Lagamba maestro di disegno del convitto,
Guglielmo Bianchi segretario del liceo,
Lorenzo Agnelli professore di latino e greco del liceo,
Francesco Foti insegnante scuole elementari del convitto,
Orazio Ciampa insegnante scuole elementari del convitto,
Giuseppe Garcea segretario amministrativo del convitto,
Dott. Francesco D'Elia professore delle scuole universitarie,
Angelo Scambelluri professore del ginnasio.

Classe terza liceo sez. A - anno scolastico 1893-1894
Docenti: Vincenzo Vivaldi, Agostino Lombardi, Sante Calabria,
Luigi Moschettini (preside), Adolfo Sironi, Ludovico Terimez, Ugo Caleri.
Alunni: Enrico Farina, Giuseppe Singlitico, Carlo Montuori, Antonio Macry,
Vincenzo Pelaggi, Giuseppe Migliaccio, Guglielmo Labonia, Giannandrea Tucci,
Giuseppe Caligiuri, Ubaldo Opipari, Achille Sabatino, Ernesto Paolo Squillace,
Rodolfo Perri, Paride Marincola Cattaneo, Ermenegildo Minici, Filippo Gaetani,
Antonio Renda.

Classe seconda liceo sez. A - anno scolastico 1913-1914
Alunni: Gregorio Al, Corrado Alvaro, Giovanni Cardamone, Angelo Campo,
Mario Ciaccio, Nicola Cleric, Carlo Chiriaco, Carmelo Colloridi,
Francesco Colloridi, Edoardo d'Ippolito, Giuseppe Foderaro, Mario Forte,
G. Battista Gliozzi, Vincenzo Greco, Ferdinando Gualtieri, Domenico Lico,
C. Saverio Martelli, Eraldo Pallone, Umberto Pascuzzi, Antonio Pinelli,
Domenico Preiti, Antonio Proto, G. Battista Rubino, Francesco Scerbo,
Ferdinando Sergio, Antonio Staglian, Pasquale Tiriolo, Tancredi Tucci,
Domenico Zappia.

Classe quarta ginnasio sez. A - anno scolastico 1920-1921
Preside: Luigi Di Rosa
Docenti: F. Gemelli, Rosario Rotella, Antonio Torchia, Giuseppe Schiavello.
Alunni: Gilda Buttice, Pietro Caporale, Riccardo Castagna, Mario Cedraro,
Francesco Colucci, G. Battista Colucci, Maria Consarino, Emma Corapi,
Gian Giacomo Dalmasso, Carmine De Angelis, Lidia De Novellis, Enrico Fittante,
Giuseppe Miceli, Rosa Riccelli, Giuseppe Rizzo, Raffaelina Sacco,
Ugo Salvatore, Concetta Scandale, Francesco Sergio, Giuseppe Sorrenti,
Maria Spina, Giuseppina Valenziano, Giovanna Zadotti.

Classe quinta ginnasio sez. B - anno scolastico 1920-1921
Preside: Luigi Di Rosa
Docenti: Alfonso Gemelli, Rosario Rotella, Domenico Miceli, T. Susanna,
Vincenzo Sando.
Alunni: Giorgio Ascenti, Vincenzino Barbieri, Arnaldo Caiola, Italo Capilupi,
Arturo Castagna, Carlo Felicetti, Alessandro La Cava, Federico Mazzocca,
Antonio Miceli, Saverio Naso, Domenico Pittelli, Massimino Proto,
Vincenzo Rubino, Francesco Silipo, Carmelo Sirianni, Alfredo Rizzo.

Classe quinta ginnasio sez. A - anno scolastico 1922-1923
Preside: G. Tancredi
Docenti: Giuseppe Schiavello, Rosario Rotella, Tommaso Susanna.
Alunni: Francesco Berardelli, Fausto Bisantis, Baldassare Boratto,
Mariano Caligiuri, Bonaventura Casale, Gabriele Cianflone, Emma Corapi,
Raffaele Galanteria, Filiberto Giglio, Felice Greco, Raffaela Pittelli,
Rosario (S.?) Rotella, Francesco Ruffo, Elisa Salonia, Giuseppe Sorrenti,
Francesco Garcea.

Classe prima liceo sez. A - anno scolastico 1922-1923
Preside: G. Tancredi
Docenti: Sante Calabria, Michele Stilo.
Alunni: A. Barbato, R. Barberio, G. Bevilacqua, A. Broccolo, A. T. Buttice,
G. Buttice, P. Caporale, B. Carnovale, L. de Novellis, P. de Salazar,
V. Esposito, R. Castagna, P. Falvo d'Urso, M. Cedraro, M. Corsarino,
C. Famularo, C. Felicetti, G. Liotti, A. Macr, N. Mannarino,
G. Migliaccio, G. Monteleone, C. Pitascio, S. Rotella, U. Salvatore,
C. Scandale, F. Sergi, T. Sganga, M. Spina.

Classe terza liceo sez. A - anno scolastico 1922-1923
Preside: G. Tancredi
Docenti: De Stilo, Sinopoli, Talamo, Don Sante Calabria, Vincenzo Vivaldi,
Rotella, Bocchino, Pane.
Alunni: Osvalda Borelli, Francesco Pucciarelli, Vittorio Pugliese, Raffaele
Vaccaro, Vincenzina Colavolpe, Giuseppe Feraco, Mario Scolpini,
Paolina Manfredi, Nicola Pignataro, Mariano Mazza, Giuseppe Raffaelli,
Fausto Paternostro, Gaetano Polifroni, Clelia Sirianni, Umberto Vitale,
Riccardo Femina, Mario De Guzzi, Settimio Perna.

Anno scolastico 1922-1923
Squadra di ginnastica del Convitto e Ginnasio Liceo Galluppi
Rettore: Andrea Brancia
Docenti: Mariano Vulpitta
Istruttore: Pantaleone Mumoli
Ginnasti: Giovanni Migliaccio, Franco Restelli, Alberto Cafasi, G. Span,
Ugo Salvatore, Nicola Ceravolo, Alfonso Le Pera, Giuseppe Adilardi,
Enrico Carvari, Ercole Stiriti, Silvio Martuccelli, Domenico Carnuccio,
Cataldo Pitascio, Cesare Palmisani, Giovanni Restelli, Vito Mauriello,
Domenico Murone.

Classe terza liceo sez. A - anno scolastico 1923-1924
Preside: G. Tancredi
Alunni: Alberto Cafasi, Giorgio Ascenti, Domenico Pittelli, Carmelo Sirianni,
Alfonso Gemelli, Antonio Miceli, Angiolina Mancaruso, Ester Zadotti,
S. Monteverde, Federico Mazzocca, Federico Cavaliere, Saverio Aracri,
Giuseppe Marini, Donato Furino, Gioacchino Ranieri, Francesco Silipo,
Carlo Felicetti, Ilario Niutta, Francesco Bisantis, Domenico Dastoli,
Domenico Bonelli.

Squadra di Atletica del Convitto e Ginnasio Liceo Galluppi partecipante
al Concorso Internazionale di Ginnastica disputatosi a
Firenze nel giugno 1924:
Rettore: Andrea Brancia
Istruttore: cap. Italo D'Alessandro
Economo: E. Mantovani
Istitutore: Pantaleone Mumoli
Allievi: Domenico Murone, Giovanni Restelli, Cesare Palmisani, Ernesto
Le Piane, Giovanni Alcaro, Ercole Stiriti, Cataldo Pitascio, Alberto Cafasi,
Silvio Martuccelli, Piero Caporale, Ugo Salvatore, Alfonso Le Pera,
Costantino Le Pera, Franco Restelli.

Classe terza liceo sez. A - anno scolastico 1926-1927
Preside: Tancredi
Professori: Santulli, Palmieri, Caligiuri, Sinopoli, Chillari, Bonsignore.
Allievi: Bruno Aversa, Antonio Barbieri, Pasquale Barone, Giuseppe Battiati,
Vito Bilotta, Antonio Caputi, Fabiano Cinque, Filomena Cotugno,
Luigi Vittorio Cravosio, Tommaso D'Aquino, Giovanni De Angelis, Maria Fera,
Filiberto Ferraro, Giuseppe Gallo, Filiberto Giglio, Antonio Gimigliano,
Mariannina Giordano, Giovanbattista Gliozzi, Alessandro Graziani,
Vincenzo Grippo, Serafino Groppa, Dorotea Iacometta, Girolamo L'Occaso,
Giovanni Mazzuca, Antonio Minutolo, Francesco Principe, Alfredo Riccelli,
Francesco Saverio Riccio, Francesco Scalamogna, Maria Scandale, Luigi Sgr,
Bruno Sgromo, Alfonso Silipo, Raffaele Sirianni, Onofrio Varano.

Classe terza liceo sez. B - anno scolastico 1930-1931
Preside: Mario Battistrada
Docenti: Letterio Toscano, Emma Casati, M. Pirrone, Marcello Carino,
Giuseppe Cogliandolo, Giuseppe Morabito, Alfredo Paravizzini.
Alunni: Luigi Corapi, Giuseppe Critelli, Giuseppe Diaco, Pietro Lazzaro,
Lorenzo Lucchesi, Luigi Martelli, Oreste Massara, Luigi Petrucci,
Pantaleone Principe, Antonio Procopio, Eugenio Pucci, Luigi Principe,
Giovanni Saladini, Filippo Scorza, Antonio Tucci, Felice Teti,
Pasquale Pagliusi, Franco Macry.
Bidelli: Concolino, Sinatora.

Classe terza liceo sez. A - anno scolastico 1932-1933
Preside: G. Morelli
Docenti: Giuseppe Morabito, R. Scalabrino, Domenico Pittelli, Marcello Carino,
Vincenzo Porcelli, Alfredo Paravizzini, Michele De Stilo, Antonio Battaglia,
P. Lanza.
Alunni: Corrado Basile, Ines Basile, Giovanni Bonelli, Manlio Bottari,
Eva Cafarsi, Iole Cannistr, Ercole Capizzi, Adriano Costanzo,
Domenico Criscuolo, Luigi Filippelli, Raimondo Giordano, Domenico Joppolo,
Umberto Le Pera, Carmine Mancuso, Elda Marchesiello, Filomena Marini,
Alda Morica, Adele Mustari, G. B. Olivadesi, Giuseppe Poerio Piter,
Massimiliano Pregoni, Francesco Rocca, Basilio Sposato, Maria Tucci,
Lilla Zinnari.

Classe seconda liceo sez. A - anno scolastico 1933-1934
Intorno al simbolico ciucciu: Salvatore Gurrieri, Antonio Tarsitani,
Salvatore Blasco, Francesco Fratto, Ernesto Pucci, Giuseppe De Stilo,
Antonio Peta, Giacomo Rispoli, Vittorio Passafari, Gaetano Bisantis,
Gioacchino Morica, Francesco Di Tocco, Giacomo Abiusi.

Classe quinta ginnasio sez. B - anno scolastico 1934-1935
Alunni: Vittorio De Franco, Carmelita Cosco, Picio De Luca, Vincenzo Citriniti,
Giovanni Mol, Alberto Calabrese, Osvaldo Pisani, Gilda di Tocco,
Wanda Costanzo, Lina Cortese, Fortunato La Rocca, Domenico Lombardi,
Iole Protett, Alma Moccia, Renata Cappa, Lydia Pelaggi, Nicolina Cortese.

Classe terza liceo sez. A - anno scolastico 1934-1935
Alunni: Vittorio Passafari, Antonio Peta, Salvatore Blasco, Ernesto Pucci,
Gaetano Bisantis, Salvatore Fratto, Giagiacomo (Giacomo?) Abiusi,
Gioacchino Morica, Salvatore Guerrieri, Francesco di Tocco, Antonio Tarsitani.

Ginnasio-Liceo sez. A - anno scolastico 1935-1936
(Passeggiata scolastica di gruppo)
Professori: Scalabrino, Grimaldi, Centineo
Alunni: Nicola Vaccaro, Italo Iannone, Aldo Perri, Mario Burzachechi,
Canino, Picio De Luca, Angelo Caglioti, Aldo Ferrara, Carlo Amodei,
Mario Casalinuovo, Vincenzo Fella, Francesco Cafasi, Francesco Pucci,
Raffaele Gentile, Sacco, Giuseppe Daga, Vittorio La Torre, Francesco Lavorata,
Giorgio Alberti, Enzo Sanfili.

Classe prima liceo sez. A - anno scolastico 1936-1937
(Passeggiata)
Professori: Grimaldi, Scalabrino, Centineo
Alunni: Badolato, Lavorata, De Luca, Cimino, Mangiacasale, Sanfile,
Amodei, Ferrara, Carnovale, Daga, A. Giorgio, Latorre, Toscani, M. Giorgio,
Raffaele Gentile.

Classe prima ginnasio sez. A - anno scolastico 1937-1938
Professoressa: Teresa Sando
Alunni: Iolanda Cappa, Liliana Valia, Ornella Puteri, Annita Privitera,
Angela Giglio, Luigina Fazio, Teresa Giglio, Maria Robustelli, Ada Fantoli,
Annita Bruni, Ivonne Giannini, Giovanna Capuccio, Maria Falvo,
Ippolita Chiarico, Liliana Gimigliano, Lucia Maiorino, Lidia Binni,
Francesca Sia, Angela Alcaro, Angiolina Turco, Maria Concolino,
Giuditta Pazzalia, Maria Tambato, Maria Corrado, Gilda Zuccardi,
Virginia Calvanese, Raffaela Concolino, Rosetta Gimigliano, Ivonne Spinoso,
Marcella Ceniti, Anna Turco, Ines Bruzzese, Ascensina Poerio, Giulia Iannone,
Luisa Pallone, Luciana Palorati.

Classe seconda ginnasio sez. A - Anno scolastico 1937-1938
Professori: Graziano Graziussi
Alunni: A. Aversa, A. Blandini, E. Blasco, G. Borello, A. Bruni,
M. Caiazza, V. Capialbi, P. Chindamo, P. Cond, L. Cosco, G. Derro,
M. Garofalo, V. Liuzzo, N. Lombardi, B. Mancusi, A. Mastroianni,
G. B. Mazzuca, F. Mirante, G. Montesanto, P. Notaro, F. Procopio,
G. Pugliese, O. Ruggero, E. Salvetti, G. Saracco, G. Scuteri, F. Sestito,
F. Talarico, M. Tranquillo, F. Cannata, G. Messori, O. Nuovo.

Classe terza ginnasio sez. B - anno scolastico 1937-1938
Insegnante: Teresa Sando
Alunni: Dina Marsico, Maria Bertucci, Rosetta Paternostro, Anna Maria Riggio,
Mariolina Sestito, Katia Pelaggi, Ada Piter Quattromani, Wanda Allegrini,
Mariella Borelli, Rizzuto, Wanda Combariati, Lella Palli, Perri, Cosco,
Laudis Iannelli, Farag, Eugenia Fittante, Vincenzina Scorza, Ceniti,
Franca de Franco, Alba Fabi, Leda Galiano, Maria Vittoria Salvetti.

Classe quarta ginnasio sez. A - anno scolastico 1937-1938
Docenti: Maria Anna Giordano, Antonio Cardamone.
Allievi: Giuseppe Alberti, Gaetano Canino, Armando Cappa, Franco Caroleo,
Plinio Cilento, Alfonso D'Amato, Isidoro D'Amico, Carmine De Cerce,
Stefano De Fiores, Gaetano Gallerano, Antonio Garofalo, Domenico Lo Giudice,
Antonio Marando, Vito Mazzuca, Tommaso Mellace, Roberto Milanese,
Giovanni Milano, Domenico Montoro, Giuseppe Morisciano, Carlo Alberto Mottola,
Domenico Muccari, Giuseppe Musumeci, Vincenzo Pisani, Giorgio Pisan,
Ezio Procopio, Ettore Protetti, Piero Pugliese, Ferruccio Raffaelli,
Michele Riolo, Nicola Sansalone, Irlando Scaramuzza, Francesco Spataro,
Domenico Tavernese, Raffaele Trinato, Ezio Tringali, Carlo Zinzi.

Classe quarta ginnasio sez. B - anno scolastico 1937-1938
Professore: Tommaso Benincasa
Alunni: Carmelo Amalfitani, Primo Polacco, Ferruccio Caldirola,
Gennaro Pompegnani, Carmelo Lateano, Antonio Scambia, Tobia Folliero,
Giovanni de Maddi, Nicola Capialbi, Concetta Iacono, Elena Iannuzzi,
Anna Madonna, Maria Greco, Elisabetta Derro, Wilma Zafarana, Angela Barda,
Maria Pirr, Maria de Luca, Beby de Michelis, Wanda Bruzzese,
Pina di Costa, Chiara Cirillo, Leda Guacci, Fedora Accorinti, Maria Negro,
Filomena Mancuso.

Classe terza liceo sez. A - anno scolastico 1937 -1938
Professore: Pietro Fragola
Alunni: Renata Cappa, Nicolina Cortese, Gilda di Tocco, Carmelita Cosco,
Vittorio Spartaco Paparazzo, Franco Bova.

Anno scolastico 1938-1939
In palestra un gruppo di ginnasiali e liceali con l'istruttore prof.
Michele De Stilo.

Classe terza ginnasio sez. A - anno scolastico 1938-1939
Professore: P. Covelli
Alunni: Franca Tedeschi, Giovanna Gualtieri, Maria Pettinato,
Rosa Gimigliano, Teresa Daga, Wanda Allegrini, Rosa Cicero, Lina Sesto Rubino,
Italia Costanzo, Teresa Abbati Marescotti, Pina Forgione, Katia Pelaggi,
Adele Castagna, Valeria Morelli, Luigia Greco, Antonietta Cosenza,
Maria Farag, Carmela Tescione, Anna Minervini, Nunzia Ierardi.

Classe quinto ginnasio sez. B - anno scolastico 1938-1939
Professore: Tommaso Benincasa
Alunni: Gaetano Canino, Ferruccio Raffaelli, Ferruccio Caldirola,
Giovanni de Maddi, Mario Braccini, Ugo Costantino, Carmelo Lateano,
Antonio Scambia, Nicola Capialbi, Primo Polacco, Mario Brecia,
Vincenzo Pisani, Giovanni Daga, Betty Derro, Annamaria (Anna ?) Madonna,
Maria Greco, Dina Mancusi, Chiara Cirillo, Wanda Bruzzese, Teresa Mamone,
Elena Iannuzzi, Teresa Mancuso, Maria Pirr, Leda Guacci, Maria Negro,
Stella Diana, Concetta Iacono.

Classe seconda ginnasio sez. C - anno scolastico 1939-1940
Professoressa: Anna Silipo
Alunni: Francesco Abbati Marescotti, Furio Barletta, Pier Luigi Bonsagni,
Giuseppe Bova, Edoardo Bruno, Saverio calabretta, Pietro Caprioglio,
Alfredo Carelli, Antonio Caroleo, Vincenzo Ceravolo, Tommaso Cianflone,
Eglo Cocco, Domenico Colosimo, Luciano Crispo, Nicola Dardano,
Saverio De Filippo, Attilio De Luca, Leopoldo De Vecchi, Giuseppe Forgione,
Salvatore Biagio Giancotti, Silvio Giancotti, Gaetano Iamundo, Aldo Larussa,
Mario Liuzza, Aldo Lucente, Emilio Marincola, Francesco Martino,
Andrea Mussari, Angelo Nistic, Mario Pallone, Giuseppe Pirr, Alfonso Pisano,
Aldo Procopio, Bruno Russomanno, Antonio Salviati Rotondo, Giuseppe Scorza,
Giuseppe Serrao, Rosario Staglian, Fortunato Talarico, Aldo Alic.

Anno scolastico 1939-1940
Squadra maschile di pallacanestro con il preside Fornari e l'istruttore
C. Costa: Enzo Licari, Franco de Franco, Mario Casalinuovo, Walter Ciaccio,
Peppino Longo.

Anno scolastico 1939-1940
Squadra femminile di pallacanestro con il prof. Pietro Mascaro le cestiste:
Laura Lauria, Dina Mancusi, Liana Moretti, Angotti, Alba Fabi,
Maria Vittoria Salvetti, Flavia Bonsagni.

Anno scolastico 1939-1940
Squadra femminile di atletica leggera con l'istruttore prof. Pietro Mascaro:
Laura Lauria, Anna Battaglia, Betty Derro, G. Derro, Angotti, Liana Moretti,
Alba Fabi, Maria Vittoria Salvetti, Wanda Bruzzese, Perrone,
Flavia Bonsagni, Rosetta Daniele, Dina Mancusi, Elena Iannuzzi, Occhiuto.

Anno scolastico 1940-1941
Ludi dello Sport
Staffetta femminile del Liceo: Alba Fabi, Liana Moretti, Dina Mancusi,
Wanda Bruzzese.

Classe terza liceo sez. A - anno scolastico 1940-1941
Professori: Di Rosa
Alunni: Francesco Abiusi, Enzo Giusti, Renato Leonetti, Tommaso Sabatini,
Tonino Caroleo, Francesco Donato di Paola, Francesco Ferlaino, Benito Colao,
Antonio Pallone, Antonio Montoro, Ernesto Guzzi, Aldo Vero, Aldo Paparo,
Nino Gimigliano, Giuseppe Longo, Aldo Sestito.

Classe prima liceo sez. C - anno scolastico 1941-1942
Professori: Vito battaglia, Mauro Nicotra, Ugo Giordano, Tommaso Benincasa.
Alunni: Raffaele Armentano, M. Nicotera, Tommaso Montesanto, Luciano Pacileo,
Raffaele Barberio, Antonio Talarico, Alfonso Leone, G. de Cicco,
Eugenio Toraldo, Francesco Cosentino, Filippo Fittante, Edoardo Bruzzese,
Alfonso Blandini, R. Grande, Filippo Apostoliti, Filippo Minicelli,
Raffaele Mancuso, Ubaldo Gaudiosi, Ferdinando Sala, Nin Tassoni,
Giuseppe Mannella, Scalise, Francesco Afeltra, Giuseppe Tartaglia,
Giuseppe Colosi.

Classe prima liceo sez. A e B - anno scolastico 1941-1942
(Gita scolastica al fondo Barone
Alunni: Pelaggi, Domenico Bruni, Teresa Giglio, Elia, Giovanna Parisi,
Perri, Scalfaro, Maurelli, Dino Concolino, Iolanda Cappa, Binni,
Chiara Cirillo, Aurora Migliaccio, Maria Concolino, Raffaela Concolino,
Antonella Iannone, Rosa Gimigliano, Romiti, Anita Bruni, M. Robustelli,
Anna Giglio, Alcaro, Saverio Paparo.

Classe terza liceo sez. A e B - anno scolastico 1941-1942
(Gita a Siano)
Preside: G. Fornari
Professori: Santi Di Rosa, Vincenzo Robustelli
Alunni: Domenico Tavernese, Nicola Capialbi, Vincenzo Lamberti,
Pina Di Costa, Maria Greco, Diana Benincasa, Umberto Gualtieri,
Ugo Costantino, Lucio Trinato, Giuseppe Morisciano, Elena Iannuzzi,
Dina Mancusi.

29 Marzo 1942 - anno XX E.F.
Ludi iuveniles della cultura
Convegno sul tema L'Italia e il Mediterraneo
i ragazzi del Galluppi: Nicola sansalone, Alfredo Paparo, Gino Guarnieri.

Classe terza liceo sez. B - anno scolastico 1942-1943
Docenti: G. Daffin, Pietro Fragola
Alunni: Maria Adamo, Maria Bertucci, Maria Borelli, Wanda Combariati,
Wanda Bruzzese, Filomena Clausi Schettini, Franca de Franco, Alba Fabi,
Eugenia Fittante, Leda Galiano, Laudis Iannelli, Dina Marsico,
Maria Marzullo, Graziella Montanari, Liana Moretti, Bice Perri,
Antonio Pirr, Ave piter Quattromani, Maria Pirr, Anna Maria Riggio,
Maria Russomanno, Maria Vittoria Salvetti, Vincenzina Scorza, Maria Sestito,
Uridia Strongoli, Gaetano Carino.

Classe terza liceo sez. B - anno scolastico 1942-1943
Professori: Mons. Pietro Fragola, Vincenzo Caputi
Alunni: Maria Adamo, Annamaria (Maria?) Bertucci, Alba Fabi,
Vincenzina Scorza, Franca de Franco, Maria Pirr, Annamaria (Maria Vittoria?)
Salvetti, Filomena Clausi Schettini, Eugenia Fittante, Dina Marsico,
Anna Maria Riggio, Gaetano Canino, Salvatore Roberto Trovato.

Classe quarta ginnasio sez. D - anno scolastico 1943-1944
Professori: Anna Silipo
Alunne: Ada Barilaro, Sara Basile, Maria Bloise, Giuliana Blois,
Almerinda Cicero, Maria Di Carlo, Anna Greco, Edda Iannelli, Carmela Lauria,
Anna Bertucci, Isabella Scaramuzzino, Amelia Bevilacqua, Marisa Canino,
Antonietta Pettinato, Maria Nistic, Aurora Migliaccio, Rosa Pellegrino,
Giovanna Parisi, Maria Cedraro, Lilia Cianta, Aurora Ranieri,
Benvenuta Polacco, Annamaria Scalzi.

Classe terza liceo sez. A e sez. B - anno scolastico 1945-1946
Preside: Giuseppe Fornari
Docenti: Livio Cancellieri, V. Robustelli, Corrado Siciliani, Vito Battaglia,
R. De Rosa, Abigaille Giglio, Daffin, Basile, Vincenzo Caputi.
Alunni sez. A: Antonio Alberti, G. Armogida, C. Bova, P. Capocasale,
A. Carelli, E. Ceravolo, R. Cerra, G. Cimino, O. Clausi Schettini, E. Cocco,
M. Di Mauro, R. Dodaro, F. Fabiano, E. Focarelli Barone, S. Giancotti,
L. Giglio, G. Ippolito, L. Lapenna, A. Leone, M. Liuzzo, F. S. Madonna,
F. Martino, G. Mirazita, A. Mussari, F. Pavone, C. Pellican, G. Pirr,
A. Porcelli, F. Pucci, B. Russomanno, P. Staglian, G. Serrao, G. Strippoli,
V. Vatrano, A. Voci, F. Pisano.
Alunni sez. B: A.M. Alcaro, G. Basile, G. Bencardino, L. Binni, A. Bruni,
G. Rappuccio, C. Chiefari, L. Cirillo, P. Colace, M. Concolino, R. Concolino,
F. De Vuono, A. Facciolo, M. Falvo, V. Gervasi, I. Giannini, R. Gimigliano,
R. Gimigliano, G. Iannone, Rizzo, Iole Intrieri, G. Lazzaro, F. Mannella,
M.D. Megali, L. Pallone, G. Passalia, F. Pelaggi, R. Perri, P. Piscitelli,
A. Poerio, M. Robustelli, G. Romiti, A. Sgr, F. Spasari, B. Staglian,
M. Sestito, M.R. Tracuzzi, L. Valia.

Anno scolastico 1945-1946
(Gita scolastica)
Preside: G. Fornari
Professori: Robustelli, Benincasa, Comito, Basile, Cortese, Farag, Battaglia.
Alunni: Colace, Concolino, Cirillo, Migali, Passalla, Gimigliano, Chiefari,
Carvetta, Falvo, Giannini, Bruni, Fcciolo, Concolino, Poerio, Robustelli,
Gimigliano, Binni, Intrieri.

Anno scolastico 1945-1946
Liceali: Luigi Adinolfi, Aldo Nicotra, Bruno D'Andrea, Romano Torcia,
Furio Barletta, Renato Anastasio, Pino Minnicelli, Elio Ferro, Lello Panaro,
Pino Torchia.

Classe quarta ginnasio sez. C - anno scolastico 1946-1947
Professori: P. Cimino
Alunni: A. Noce, A. Curcio, V. Gagliano, C. Scalise, R. De Franco,
S. Devito, L. Toscano, E. Pelaggi, G. Greco, F. Russo, A. Pirozzi,
P. Mumoli, N. Rossi, I. Vero, E. Livani, A. Cuomo, F. Maisetta, A. Gentile,
A. Grillo, G. Catanzariti, A. Merante, E. Dolce, S. Pirr, D. Pudia,
E. Foresta, O. Mazza, G. Marcello.

Classe terza liceo sez. B anno scolastico 1946-1947
Preside: G. Fornari
Professori: Corrado Siciliani, Caputi, Daffin, Salvatore Morello,
Vito Battaglia.
Alunni: Maria Amelio, Marianna Calabretta, Diana Caputi, Mercedes Catanzariti,
Carolina Cedraro, Marcella Ceniti, Anna Maria Chiriaco, Giuseppina Cipollina,
Marcella De Cristoforo, Adele Froncilio, Annamaria Giglio,
Giuseppina Gigliotti, Liliana Gimigliano, Marisa Ierardi, Iole Intrieri,
Lucia Manno, Leonilde Marincola Cattaneo, Maria Diana Megali,
Adalgisa Migliaccio, Caterina Mussari, Angelina Negro, Alba Opipari,
Vittoria Poerio, Carmela Romeo, Franca Staglian, Dolores Talamo,
Maria Tambato, Teresa Teti, Liliana Valia.

Anno scolastico 1946-1947
Le liceali: Norina Maraziti, Annamaria Castagna, Marcella Iannuzzi,
Ada Giglio, all'uscita del Galluppi.

Classe quarta ginnasio sez. C - anno scolastico 1947-1948
Professori: Tommaso Benincasa, Aldo Fiorito.
Alunne: Anna Lucia, Lola Calabretta, Ambrosina Parisi, Alba Tonini,
Antonietta Sgr, Giovanna De Medici, Fara D'Amico, Mirella Critelli,
Mirella Colacino, Tina Guzzi, Nicla Piergianni, Maria Agosto, Esterina Aversa.

Classe quinta ginnasio sez. B - anno scolastico 1947-1948
Preside: Giuseppe Fornari
Docenti: Robustelli
Allievi: Alberta Binni, Orsola Blandini, Maria Bloise, Franca Bloise,
Virginia Cafarelli, Carmela Cardamone, Vincenza Cardamone, Angiola Casale,
Filomena Catanzaro, Leda Cianta, Luigia Colosimo, Maria Colosimo,
Michele Colosimo, Maria Corigliano, Maria Criscuolo, Walter Fonte,
Ida Giordano, Silvia Girasole, Annamaria Giordani, Gaetano Greco,
Erminia Marincola Cattaneo, Giuseppe Marincola Cattaneo, Rosa Marini,
Maria Morello, Giuliana Nania, Rosanna Nanni, Liliana Nardo, Elio Pelaggi,
Giuseppina Polizzi, Ezio Russo, Elda Tomaino, Lucia Toscano, Liliana Venditti,
Ines Zaccaro.

Classe terza liceo sez. A - anno scolastico 1947-1948
Preside: G. Fornari
Docenti: Vito Battaglia, Vincenzo Caputi, Daffin.
Alunni: Fausto Allegrini, Francesco Cacia, Antonio Carino, Walter Ciacci,
Serafino Colosimo, Renato Curcio, Marisa De Mercurio, Francesca De Seta,
Renato Di Lieto, Pietro Elia, Italo Romano Falcone, Gennaro Falvo,
Daniele Grassi, Marisa Ierardi, Tommaso Lavorato, Piero Maletta,
Vincenzo Mellace, Domenico Merante, Aldo Mirante, Caterina Mussari,
Raffaele Panaro, Francesco Pirr, Bonaventura, Poerio, Francesco Sam,
Lorenzo Sansalone, Pasquale Silipo.

Classe terza liceo sez. B anno scolastico 1947-1948
Preside: G. Fornari
Professori: S. Madia, G. Morello, A. Giglio, L. Cancellieri, G. Daffin
Alunni: Bevilacqua, Salerno, Borra, De Santis, Blois, Maiorino, Critelli,
Canino, Nistic, Turco, Pellegrini, Scaramuzzino, Pultrone, Bianco, Lauria.

Classe terza liceo sez A, Sez. B e sez. C - anno scolastico 1947-1948
Preside: Giuseppe Fornari
Alunni: Capilupi, Di Lieto, Paparazzo, Colosimo, De Luca, De Seta, Leo,
Carelli, Marascotti, Correale, Panaro, Critelli, Sam, Scaramuzzino,
Bianco, Salerno, Maiorino, Puzzonia, Nistic, Canino, Pelaggi, Silipo,
Bevilacqua, Borra, Pellegrino, Turco, Lauria, Allegrini, Car, Caparello,
Cacia, Barilaro, Carino, Ciacci, Curcio, De Mercurio, Elia, Falcone,
Falvo, Grassi, Ierardi, Lavorata, Maletta, Mellace, Merante, Mirante,
Mussari, Pirr, Poerio, Procopio, Sansalone, Blois, De santis, Maltese,
Pultrone, Tambato, Canale Paola, Caroleo, Carrieri, Catanzaro, Colacino,
Loria, Maiolo, Marasca, Palermo, Pascuzzi, Pio, Pittelli, Riccio, Sacco.

Classe terza liceo sez. A (B ?) - anno scolastico 1947-1948
(Gita scolastica in Sila)
Professore: Giovanni Mastroianni
Alunne: Nerina Bianco, Ada barilaro, Lina Maiorino, Giuliana Blois,
Amelia Bevilacqua, Carmela Lauria, A. Borra, Nicla Tambato, Teresa Falvo,
Rosa Pellegrini, Maria Pultrone, Annamaria Turco, Franca Maltese,
Myrella Critelli, Velia Critelli.

Classe quinta ginnasio sez. B - anno scolastico 1948-1949
Preside: Giuseppe Fornari
Docenti: Ugo Giordano, V. Robustelli.
Alunni: Anna Afeltra, Lina Apa, Rosaria Apollini, Annamaria Asteriti,
Maria Basile, Manlio Bevilacqua, Bruno Bruni, Luigi Carpino, Maria Ceravolo,
Leda Cianta, Alfredo Fiore, Fortunato Giancotti, Maria Luisa Giglio,
Mario Iannuzzi, Anna Mensitieri, Vincenzo Mungo, Ettore Pingitore,
Luciano Procopio, Emilia Romaniello, Michele Rotella, Liliana Rubino,
Annunziata Sala, Antonio Silipo, Camillo Turco, Fausto Bressi, Giuseppe Giorla.

Classe quinta ginnasio sez. C - anno scolastico 1948-1949
Professori: Tommaso Benincasa
Alunni: Enzo Gagliano, Mirella Colacino, Mirella Critelli, Clelia Capomolla,
Maria Agosto, Esterina Aversa, Giuliana Casadonte, Santo Chielino,
Domenico Cortese, Fara D'Amico, Anna De Benedetto, Leda De Lapa,
Annamaria De Luca, Giovanna De Medici, Santina Guzzi, Rosa Lauria,
Anna Lucia, Amelia Marcello, Giovanni Mazzuca, Antonia Mezzatesta,
Ambrosina Parisi, Antonio Perri, Nicla Piergianni, Alessandro Pirozzi,
Antonietta Sgr, Sebastiano Sorrenti, Annamaria Tartaglia, Alba Tonini,
Renato Vatrella.

Classe seconda liceo sez. A - anno scolastico 1948-1949
(Gita in Sila)
Alunni: Guzzi, Cosentino, Tiani, Gentile, Stellina Paparo, Maria Cedraro,
Wanda Cosco.

Classe terza liceo sez. A - Anno scolastico 1948-1949
(Ultimo giorno di scuola)
Alunni: Rachelina Amantea, Anna Borra, Rosario Cosentino, Giovanni Gassi,
Ivan Mottola, Sergio Stranges, Sandro Turco, Francesco Tiani,
Vittorio Liguori, Rosetta Scardamaglia, Rosaria Grillone, Lino Gentile,
Vincenzo Pultrone, Aldo Diaco, Marcello Tartaglia, Anna Maria Longo,
Nicola Sapia, Teresa Rotella, Franco Trocano, Rosetta Guzzi,
Maridina Nistic, Anna Bertucci.

Classe terza liceo sez. A - anno scolastico 1948-1949
(Villa Trieste - Chiusura anno scolastico)
Alunni: Annamaria Turco, Nicla Tambato, Serafino Colosimo, Francesco Bertucci,
Rachele Amantea, Anna Bertucci, Annamaria Borra, Rosario Cosentino,
Aldo Diaco, G. Battista Gassi, Salvatore Gentile, Maria Rosaria Grillone,
Rosina Guzzi, Vittorio Liguori, Annamaria Longo, Ivan Mottola, Ugo Mirarchi,
Maria Nistic, Vincenzo Pultrone, Teresa Rotella, Nicola Sapia,
Rosa Scardamaglia, Sergio Stranges, Marcello Tartaglia, Francesco Tiani,
Alessandro Turco, Francesco Toscano.

Classe terza liceo sez. B - anno scolastico 1948-1949
Professori: Salvatore Morello, Livio Cancellieri, Abigaille Giglio,
Sebastiano Madia, Carlo Amodei.
Alunne: Anna Muccari, Antonietta Pettinato, Maria Paola, Cettina Barbieri,
Marcella Iannuzzi, Olga Giglio, Anna Frontera, Nellina Giordano, Lilia Cianta,
Ada Giglio, Erminia Foderaro, Alma Corasaniti, Adalgisa Benincasa,
Annamaria Scalzo, Mirella Vono, Annamaria Castagna, Nuve Mauro,
Pia Mensitieri.

Classe prima liceo sez. C - anno scolastico 1949-1950
Allievi: Pasquale Cocco, Gaetano Greco, Pasquale Mumoli, Franco Tassone,
Cesare De Septis, Alfredo Goito, Colonna, Enrico Dolce, Giuseppe Chiaravalloti,
Pirr, Bernardo Bevilacqua, Iamundo.

Classe terza liceo sez. A - anno scolastico 1949-1950
Preside: Giuseppe Fornari
Professori: Giuseppina Caputo, Livio Cancellieri, Sante De Rosa,
Rosario Rotella, Salvetti.
Alunni: Arnaldo Menniti Ippolito, Nicola Vaccaro, Ciccio Cafasi,
Nicola Crisafi, Peppino Tallarico, Pantaleone Froio, Mario Ranieri,
Tot Talerico, Nicola Corigliano, Ciccio Pucci, Ezio Romano, Giulio Bossi,
Nino Staglian, Michele Rascaglia, Corrado Ferraro, Mario Casalinuovo,
Ciccio Belmonte, Gabriele Guglielmino.

Classi: prima liceo sez C - prima liceo sez. D - terza liceo sez. C
Anno scolastico 1949-1950
(Gita scolastica a Gagliano - Localit Madonna del Pozzo
Allievi: Enrico Dolce, Mazzacoco, Giacobbe Consarino, Mario Cortese,
Gaetano sanzi, Sia, Raffaele Chirillo, De Laurentis, Evelino Ascenti,
Critelli, Amelia Marcello, Mirella Critelli.

Classe terza liceo sez. A - anno scolastico 1949-1950
(Gita scolastica)
Alunni: Porcelli, Ascenti, Critelli, Concolino, Cortese, Consarino,
Chirillo, De Laurentis, Pitaro, Mazzacoco, Sia.

Classe terza liceo sez. A - anno scolastico 1950-1951
Preside: Giuseppe Fornari
Docenti: Giovanni Mastroianni, Daffin, Salvatore Morello.
Alunni: Carlo Ceniti, Renato Mantelli, Antonio Anzani, Vittorio Antonini,
Enzo Spasari, Giorgio De Santis, Salvatore Pirr, Nuccio Ventrici,
Luigi Pirr, Franco Greco, Nunzio Paternostro, Giuseppe Martino,
Marisa Rossi, Gualtieri, Liliana Maraziti, Fotino, Lidia Pegorari,
Nuccia Caroleo, Villella, Teresa marino, Giuseppe Sigill.

Classe seconda liceo sez. B - anno scolastico 1951-1952
Docenti: Robustelli Daffin, Madia, Nicotra.
Allieve: Venditti, Tartaglia, Salerno, Russo, Anastasio, D'Elia, Parisi,
Falese, Brescia, Foglia, Santoro, Martuccelli, Smiraglio, De Luca, Sicilia,
Calabretta, D'Amico, Piergianni.

Anno scolastico 1951-1952
Squadra di Atletica leggera del Liceo-Ginnasio Galluppi vincitrice
del campionato provinciale Gruppi Sportivi Scolastici.
Professori: G. Greco, Buffa.
Allievi: Catrambone, Cafasi, Bevilacqua, Ponterio, Viotti, Russo, Maraziti,
Maruca, Madonna, Alcaro, Grandinetti.

Classe quinta ginnasio sez. C - anno scolastico 1952-1953
Professori: Francesco Tallarico.
Allieve: Maria Anzani, Lucia Comi, Rosetta Daini, Duilia Malafarina,
Lia Cerra, Vittoria Galasso, Rina Marincola Cattaneo, Ezia D'Amico,
Maria Angotti, Marcella Rizzuto, Fanny Ambrosio.

Classe prima liceo sez B - anno scolastico 1952-1953
Allieve: Tonina Romagnino, Edda Aracri, Antonietta Cancellieri,
Franca Grilloni, Anna Maria Mannella, Giovanna Tassone, Mary Colosimo,
Nella Tripoli, D'Elia, Anna Maria Bertuzzi, Gina Pullano, Pia Ciriaco,
Nicla Pullano, Franca Cal, Lia Merazzi, Maria Russo, Munizza, Veva Giordano,
Giovanna Spinoso, Anna Maria Di Lieto, Anna Marataro, Wally Ciacci.

Anno scolastico 1953-1954
Il liceale Raffaele Notarangelo premiato dal presidente della Federazione
Atletica Pesante per la vittoria conseguita ai campionati nazionali di
Lotta greco-romana, categoria pesi mosca.

Classe quarta ginnasio sez. C - anno scolastico 1954-1955
(Villa Trieste)
Professori: Lina Serrao.
Allieve: Adriana Notarangelo, Marisa Ripepe, Giulia Ferrao Pelle,
Teresa Ripepe, Vannella Butera, Maria Cerra, Maria Teresa Siciliano,
Annamaria Brogneri, Wanna Motta, Gabriella Glejeses, Maria Caligiuri,
Wanda Paola, Onorina di Fruscia, Anna Marino, Emilia Giglio, Alba Carnovale,
Graziella Cammarano, Olga Paola, Lina Lo Giudice, Piera Frezza,
Maria Rosaria Mannella, Giannetta Talarico, Antonietta Fico,
Gabriella Alberti, Elena Fabbri, Sara Murano, Pina Bressi, Doretta Iofrida,
Fortunata Di Lieto.

Classe prima liceo sez. C - anno scolastico 1954-1955
Allievi: Franco D'Alegio, Antonio Forte, Giovanni Le Pera, Franco Gullo,
Salvatore Rolesi, Pietro Chiarella, Cesare Bisantis, Bruno Scarpino,
Franco Puglia, Ezio Mungari.

Classe terza liceo sez. C - anno scolastico 1954-1955
Allievi: Franco Scalzi, Pino Critelli, Tonino Nat, Pino Lombardozzi,
Raffaele Notarangelo.

Classe terza liceo sez. B - anno scolastico 1955-1956
Docenti: Livio Cancellieri, Carlo Amodei.
Allieve: Doretta Faccioli, Adelina Patan, Pina d'Alfonso, Marietta Malfei,
Vittoria Galasso, Annamaria Cefaly, Antonietta Cancellieri,
Rosanna Siciliano, Silvia Paternostro, Ave Muscolo, Pina Passafaro,
Giusy Cipollina, Rosa Thea Bennato, Enza Bressi, Anna Consarino, Gina Lucia,
Marcella Rizzuto, Adriana Bressi, Bianca Ferrucci, Ezia d'Amico,
Linda Mazzocca, Velia Cancellieri, Maria Angotti.

Anno scolastico 1955-1956
(Passeggiata scolastica)
Professori: Livio Cancellieri.
Allieve: Anna Maria Consarino, Bianca Laura Ferrucci, Velia Cancellieri,
Rosanna Siciliano, Adriana Bressi, Giusi Cipollina, Franca Bressi,
Vittoria Galasso, Ezia D'Amico, Maria Angotti, Marcella Rizzuto,
Iolanda Rapex, Isidora Facciolo, Giuseppina Passafaro, Silvia Paternostro,
Rosa Thea Bennato, Antonella Cancellieri, Anna Maria Cefaly,
Giovanna Schettini, Ermelinda Mazzocca.

Anno scolastico 1955-1956
Professori: Livio Cancellieri
Allievi: Anna maria Cipollina, Anna Maria Migliaccio, Maria Giuseppa Nocito,
Agostino Pisano, Carmela Teti, Lucia Maiorino, Policicchio, Anna Maria Pallini,
Mario Buffa.

Classe prima liceo sez. A - anno scolastico 1956-1957
Allievi: Franco Catanzariti, Carlo Iazzetti, Franco Fazio, Francesco Cefaly,
Salvatore Rotundo, Adrianna Raffaeli, Anna Sgalambro, Donato Veraldi,
Elisa Bressi, Nicola Ranieri, Franco Riccio, Piero Gemelli,
Franco Migliaccio, Saverio Magno, Mafalda Barbato, Mario Canale Parola.

Classe prima liceo sez. B - anno scolastico 1956-1957
Professori: Francesco Calaminici
Allievi: Enzo De Nardo, Mario Alcaro, V. Schettini, Pino Blois, Antonio Nania,
Aldo Pasceri, Franco Chiodo, Antonio Parisi, Aldo Pittelli, Benedetto Arcuri,
Giampiero Nistic, Mario Nicotera, Franco Folino, Luigi Cafasi,
Giovanni Butera, Franco Ricci.

Anno scolastico 1956-1957
Preside: Giuseppe Fornari
Docenti: Emilia Zinzi, Velia Critelli, Marisa Leo, Fausta Grandinetti,
Alda Morica, Nunzio Sala, G. Gimigliano, Anna Silipo, Ezio Galiano,
Salvatore Morello, Michele Riolo, Nicola Coscia, Francesco Calaminici,
Dario Sutera, Francesco Tallarico, Francesco Mollica.

Classe prima liceo sez. B - anno scolastico 1957-1958
Professori: Carmelo La Rosa
Allievi: Domenico Blasco, Camillo Gariani, Rina Stranges, Gabriella Fiorenza,
Maria Blandini, Rosetta Infelise, Aurelia Cafasi, Bruno Sirianni, De Luca,
Eufemia Tripodi, Anita Paparazzo, Borelli, Delia Fabrizi, Cesare Pucci,
Mario Tassone, Franco Bertucci, Lanigra, Franco Piperno, Nicola Corradini,
Fortunato Autuori, Cecilia Polizzi, Ennio Nicotera, Domenico Corradini,
Andrea Smiraglio, Raffaele Mazzotta.

Classe seconda liceo sez. C - anno scolastico 1957-1958
(Passeggiata scolastica a Siano)
Allieve: Giuliana Ferraro Pelle, Marisa Ripepe, Doretta Iofrida, Anna Marino,
Pina Bressi, Teresa Ripepe, Elena Fabbri, Emilia Giglio.

Classe terza liceo sez. C - anno scolastico 1957-1958
Festa di addio
Professori: Giovanni Mastroianni, Nicola Coscia.
Allievi: Gerardo Pullano, Carmelo Rota, Ettore Valentini, Ivan Nistic,
Liba Calabretta, Emma Gemelli, Talia Lamanna, Marisa Cosentino,
Gigliola Foderaro, Bice Morelli, Agnese Fabiani, Giuliana Fiorenza,
Vega Varano, Alba Olanda, Flavia Procopio.

Anno scolastico 1957-1958
Albergo Moderno - Ballo del Liceo
Professori: Cancellieri, Morello, Mastroianni, La Rosa.
Allievi: Annibale Marini, Vittorio Cafasi, Franco Fabiani, Rosanna Simonetta,
Manlio Impera, Franco Teti, Gianni Greco, Tonino Grandinetti, Tonino Morello,
Marina Moscato, Teresita Fera, Giulia Massara, Angelo Alcaro, Antonio Sirianni,
Alfredo Consarino, Pino Marsico.

Marzo 1958 -
Filippo de Nobili nell'intervista a Vincenzo Citriniti per
Il Giornale d'Italia

Classe prima liceo sez. B - anno scolastico 1958-1959
(Lezione di Storia e Filosofia)
Professore: Ezio Galiano
Allievi: Lucente, Ripepe, Pagliusi, Giglio, Rotundo, Brunk, Calvano, Mosca,
Traficante, Romano, Ansani, Poerio, Scozzafava.

Classe seconda liceo sez. D - anno scolastico 1958-1959
Docenti: Gerbino, Palermo, Sala.
Allievi: Spadea, Vaval, Giordano, Ledonne, Sergi, Policicchio, Macrina,
Angotti, Rispoli, Panza, Giglio, Longo, Proto, Fusco, Russo, Gigliotti,
Procopio, La Rosa.
Bidelli: Rosina.

Classe terza liceo sez. C - anno scolastico 1958-1959
Festa di addio
Professori: Emilia Zinzi, Anna Giglio, Giovanni Mastroianni.
Allievi: Giovanna Talarico, Adriana Notarangelo, Marisa Ripepe, Aurora Puoti,
Anna Marino, Adriana Bruni, Giuliana Ferraro Pelle, Dora Iofrida,
Mariolina Vornetti, Vanni Clodomiro, Elena Fabbri, Emilia Giglio,
Teresa Ripepe, Graziella Cammarano, Sara Murano, Maria Mannella,
Giuseppe Truglia.

Classe seconda liceo sez. B - anno scolastico 1959-1960
(Villa Trieste)
Allievi: Pirr, Grillone, Greco, Tarsia, Pagliusi, Ripepe, Cognetti, Ansani,
Cacciola, Mosca, Gagliano, Romano, Mascaro, Brunk, Traficante, Calvano,
Scozzafava, Rotella, Poerio, Lucente.

Anno scolastico 1959-1960
Squadra maschile di Pallacanestro
Istruttore: Giagi Rotundo
Allievi: Dino Garcea, Ennio Nicotera, Andrea Giglio, Ninni Mazzotta,
Franco Giglio, Gianfranco Provenzano, Nicola Corradini, Roberto Galera,
Domenico Corradini Piazza.

Anno scolastico 1959-1960
Il preside Giuseppe Fornari lascia il Galluppi
Alla festa d'addio il festeggiato apre le danze con Maria Blandini.

Anno scolastico 1959-1960
Ballo del Liceo
Professori: Livio Cancellieri
Allieve: Lolly Rocca, Pasquina Basso, Paola Gualtieri.

Anno scolastico 1959-1960
Festa del Liceo - giubilazione preside Fornari
Professori: E. Zinzi, S. Morello, Dario Sutera, Ezio Galiano.
Allievi: Brunk, Ciccarelli, Ansani, Calvano, Romano, Marsico, Poerio,
Ripepe, Alcaro, Cognetti, Pagliusi, Rotella, Fera, Marino Trapasso.

Anno scolastico 1960-1961
Preside: Giuseppe Fornari
Professori: Alberto Voci, Nunzia Sala, Augusto Placanica, Giovanni Mastroianni,
Dario Sutera Sardo, Livio Cancellieri, Salvatore Morello, Fausta Grandinetti,
Marisa Leo, Emilia Zinzi, Argentina Gimigliano, Anna Silipo,
Francesco Tallarico, Liliana Morisciano, Velia Critelli, Ezio Galiano,
Nicola Coscia, Francesco Molica, Michele Riolo, Federico Procopio.

Classe terza liceo sez. B - anno scolastico 1960-1961
(Festa di addio)
Professori: Ezio Galiano, Salvatore Morello.
Allievi: Rotella, Paliusi, Rotundo, Fera, Ciccarelli, Scozzafava, Calvano,
Ansani, Mellea, Poerio, Falbo, Alcaro, Cognetti, Romano, Ripepe.

Classe terza liceo sez. D - anno scolastico 1960-1961
Allievi: Angelo Di Lieto, Gennaro Goglia, Raffaele Proto, Rodolfo Brogneri,
Antonio Peta, Pierino Gemelli, Orlando Matacera, Domenico Daniele,
Santino Mauro, Francesco Barillari, Silvano Masciari, Giuseppe Migliaccio,
Antonio Opipari, Tommaso Bruni, Salvatore Guerra, Raffaele Gemelli.

Classe seconda ginnasio sez. A - anno scolastico 1960-1961
(Gita scolastica)
Professori: R. Gimigliano, G. Talarico.
Allievi: Franco Mastroianni, Domenico Menniti, Tagliamonte, Apa, Rauty.

Anno scolastico 1960-1961
(Passeggiata scolastica)
Allievi: Antonio Opipari della terza D e le studentesse della seconda C:
Anna Sit, Anna Maria Rossi, Rosa Gasparro, Nin Provenzano, Adriana Saporito,
Lombardo, Eli Berling, Rosalba Ciampa, Marilena Pacileo, Gabriella Vallese.

Anno scolastico 1960-1961
Squadra femminile di Pallacanestro
Preside: Livio Cancellieri
Professori: Giuseppe Tallarico, Nicola Coscia, Igea Farag,
Salvatore Calaminici.
Allieve: Pasquina Basso, Marisa Alcaro, Rachele Rhodio, Rosetta Monnizza,
Rina Cricelli, Carmen Basso, Marinella Nisco.

Classe terza liceo sez. B - anno scolastico 1961-1962
Preside: Livio Cancellieri
Professori: Alda Morica, Ezio Galiano, Michele Riolo.
Allievi: Luisa Anzani, Antonia Basile, Ernesto Calvano, Gennaro Calvano,
Emilio De Caro, Luigi De Nardo, Roberto Galera, Andrea Giglio, Nada Gilberti,
Giorgio Leonetti, Elena Lico, Maria Gabriella Lo Moro, Bice Maggi,
Filippo Marini, Maria Narsico, Aldo Pegorari, Albino Raffaele,
Francesco Saverio Ranieri, Annamaria Rhodio, Rosamaria Rotella,
Carolina Siciliano, Ida Trapasso, Antonio Ventura.

Anno scolastico 1961-1962
Ballo del Liceo
Provveditore agli Studi: Liuzzi
Professori: Ezio Galiano
Allievi: F. Cirillo, Rosanna Pizzini, Clara Ruffo, Marilena Liuzzi,
Matilde Corradini, Laura Ceci, Anna Brescia, Rosetta Monizza, Lico,
Lino Mandino, R. Galera, N. Corradini, Calvano.

Classe quinta ginnasio sez. D - anno scolastico 1962-1963
Professori: Nicola Coscia, Liliana Morisciano
Allievi: Sergio Rubino, Franco Miceli, Lello Romano, M. Teresa Sirianni,
Gianni Trovato, Mafalda Giamp, Gabriella Migali, Rosa Tronca, Maria Pinto,
Tolone, Marilia Pucci, Valerio Palmieri, Mimmo Rafele, Gigi Daga, Carlo Peta,
Vittorio Brogneri, Franco Zaccone, Massimo Coglitore, Mario Pugliese,
Raffaelli, Raffaele Teti.

Classe terzo liceo sez. A - anno scolastico 1962-1963
Ballo del liceo
Professori: Ezio Galiano, Tiengo, Peppino Scalzo.
Allievi: Nello Apa, Dino Garcea, Gianni Lucente, Domenico Romano,
Franco Martuccelli, Paolo Nazzotta, Piero Toraldo, Maria Opipari,
Antonietta Micelini, Mariella Capicotto, Gianni Susanna, Bruno Aguglia,
Cleofe Merlo, Amelia Le Pera, Lia Monaco, Gloria Sirianni, Bruno Pingitore,
Enzo Papaleo, Rosario Di Filippo, Franco Pittelli, Luigi Cafasi,
Donella Caporale.

Classe seconda liceo sez. B - anno scolastico 1962-1963
Ballo delle Ginestre
Professori: Galiano, Riolo, Morello, Tiengo.
Allievi: Rhodio, Corradini, Basso, Amantea, Liuzzi, Brescia, Ruffo, Ceci,
Longo, Mandino, Raimondo, Paparo.

Classe terza liceo sez. B anno scolastico 1962-1963
(Gita scolastica a Santa Severina)
Professori: Ezio Galiano.
Allievi: Rhodio, Pugliese, Pitaro, Amantea, La Sorte, Basile, Longo, Marsico,
Ranieri, Mandino, Brescia, Goteri.

Classe seconda liceo sez. A - anno scolastico 1964-1965
Allievi: Carnevale, Zafarana, Benincasa, Iozzo, Giordano, Rotiroti, Afeltra,
Riitano, De Benedetti, Mazzuca, Fantasia, Zumpano, Pavia, Mandino, Macrill.

Classe terza liceo sez A - anno scolastico 1965-1966
Allievi: Mazzuca, Iozzo, Larussa, Vasapollo, Bevilacqua, Zumpano, Lanzo,
De Benedetti, Paparazzo.

Anno scolastico 1965-1966
Tre liceali: Mimmo Vasapollo, Piero Bevilacqua, Michele Vonella.

Classe terza liceo sez A - anno scolastico 1966-1967
Professori: Ezio galiano, Salvatore Morello, Michele Riolo.
Allievi: Marilina Singlitico, Luciana De Franco, Angelo Galati,
Giovanna Bellazzi Monza, Nino Cosentino, Rosalba Pane, Yvonne Marchese,
Giovanna Raffaelli, Giampiero Agostino, Rosanna Agostinelli, Vincenzo Sgromo,
Anna Maria Consarino, Natale Greco, Renato Di Lucca, Ketty Dominijanni,
Franca Sit, Pasquale Strongoli, Gigi Veraldi, Luciana Cosentino,
Enzo Crifasi, Achille Arceri, Sergio Foresta.

Classe terza liceo sez. A - anno scolastico 1966-1967
Ballo di chiusura
Professori: Michele Riolo, Rosaria Benincasa, Alba Scalzo, Ezio Galiano.
Allievi: Rosalba Pane, Rosanna Agostinelli, Giovanna Raffaelli,
Giovanna Bellazzi Monza, Luciana De Franco, Carmen Arena, Ketty Dominijanni,
Paola Pizzini, Marilina Singlitico, Annamaria Consarino, Renato Di Lucca,
Angelo Galati, Annamaria Sam, Sergio Foresta, Angelo Alecci,
Vincenzo Crisafi, Giampiero Agostino, Salvatore Splendore, Yvonne Marchese,
Luigi Veraldi, Luigi Fazia, Sebastiano Cosentino, Vincenzo Sgromo,
Achille Arceri.

Anno scolastico 1966-1967
Incontro di calcio quarto ginnasio sez. C - Seminaristi San Pio X
La squadra della quarta C: Claudio Fabiano, Pietro Procopio,
Francesco Isabello, Francesco Lomonaco, Antonio De Marco, Giuseppe Melissari,
Luigi Stella, Alfredo Cosentini, Nicola Lombardo, Giuseppe Folino,
Bruno Calabretta.

Classe seconda liceo sez. A - anno scolastico 1967-1968
Professori: Federico Procopio, Ezio Galiano, Alba Scalzo, Salvatore Morello,
Michele Riolo.
Allievi: Paola Aguglia, Anna Maria Al, Ezio Bossi, Lanfranco Calderazzo,
Francesco Cancellieri, Francesco Cognetti, Sara Colacino, Emma Corigliano,
Renato Daniele, Bianca de Salazar, Carla Ferragina, Angelo Finelli,
Maria Teresa Giannelli, Annalisa Gimigliano, Umberto Godano, Mara Greco,
Raffaele Guarany, Giuseppe Leone, Adele L'Occaso, Paola Longo,
Marinella Mastroianni, Felice Moniaci, Amelia Morica, Rachele Pacileo,
Maria Panaro, Francesco Perri, Emma Ranieri, Giuseppe Riitano,
Giuseppina Sestito, Guido Sirianni, Maria Sirianni, Sandro Tagliamonte,
Rosario Tortora D'Amato, Fabio Vecchio.

Classe terza liceo sez. A - anno scolastico 1967-1968
Docenti: Federico Procopio, Ezio Galiano, Alba Scalzo, Salvatore Morello,
Michele Riolo.
Allievi: T. Bertucci, R. Barbuto, M. Belmonte, C. Bonadio, S. Canepa,
P. Celestino, G. Cleric, A. Concolino Mancini, R. Corradini, G. Cosentini,
S. Costantino, M. Cuffari, M. Di Cesare, G. Fag, A.C. Gagliardi, T. Gigliotti,
R.A. Grande, G. Marasco, A. Miriello, G. Merando, A. Miceli, A. Piroso,
E. Piscionieri, F. Placida, G. Placida, M. Rubino, A. Scarpino, A. Scicchitano,
F. Zinzi.

Classe terza liceo sez. B anno scolastico 1967-1968
Professori: Albero Voci, Alda Morica, Giovanni Mastroianni, Francesco Bartone,
Francesco Calaminici, Doldo, Leo.
Allievi: Rosa Aiello, Graziella Arcuri, Fausto Bagnato, Floro Caroleo,
Adele Cassaro, M.A. Celia Provenzano, Brunella Corda, Marisa de Lorenzis,
Concetta de Salazar, Antonella di Salvo, Teresa Garcea, Rosamaria Gemelli,
Giuliana Gualtieri, Teresa Marchese, Clelia Musso, Gaetano Palmieri,
Maria Paparo, Carmela Pezzano, Rita Paparo, Edda Porto, Rosina Profazio,
Maria C. Pucci, Ivonne Rocca, Lori Rocca, Beatrice Rosa, Vincenzo Ruocco,
Marinella Siciliano, Domenica Tallarico, Enrica Toschi, Alfonsina Trapasso,
Lucia Veraldi, Maria Vona, Ada Zaccone, Magda Zagari.

Anno scolastico 1967-1968
Con i proff.: Bartone, Morica, Migliaccio
un gruppo di liceali alla inaugurazione del gabinetto di Scienze.

Classe quinta ginnasio sez. A - anno scolastico 1971-1972
Proessori: Velia Critelli
Allievi: R. Aiello, A. Arestia, A. Martini, G. Capano, R. Capano, R. Cimino,
T. Della Croce, M.T. Folino, G. Fratto, A. Grani, M. Guzzi, P.G. Iannaccaro,
R. Macrina, E. Maiorana, A.M. Micelotta, G. Minniti, R.M. Munizza, P. Procopio,
A. Raimondo, M. Rodin, R. Rubino, R. Sacco, P. Siciliano, R. Silvestri,
C. Trovato, P. Truglia, E. Vadal.

Anno scolastico 1971-1972
Professori: Francesco Bartone, Rosetta Sala.
Allievi: Iuliano Franco, Russo Gaetano, Ciccone Eliseo, Manno Grazioso,
Puca Alfredo, Mastroianni Guglielmo, Cosco Leonardo, Spadola Pietro,
Calderazzo, Malerba Valeria, Pane Antonella, Tallarico Cinzia,
Zimatore Attilio, Panucci, Mazzuca Nicola, Nestic, Bossi, D'Alfonso Franco,
Tallarico Lucia, Catalano Mario, Cristiani Sofia, Preian Susy,
Ferraro Pelle Ketty, Saporito Domenico, De Marco Fernanda,
Canepa Maria Antonietta, Greco Antonella, Rizzuto Amalia, Apollini Marinella,
Bianco Paola, Paparazzo Flavia, Immacolato Ivana, Ranieri Anna Rita.

Anno scolastico 1971-1972
Squadra di Scherma
Istruttore: G. Talarico
Allievi: Paparo, Pensabene, Nicotra, Marurcio, Mazzuca, Stanizzi.

Anno scolastico 1971-1972
Squadra di Calcio Liceo Galluppi
Allievi: Maurizio Paparo, Cardona, Stanizzi, Nicotra, De Franco, Megna,
Montesano, Sergio Paparo, Pate, Aversa, Corea.

Classe prima liceo sez. A - anno scolastico 1972-1973
Gita scolastica al mare
Professori: Mariella Cosentino, Ezio Galiano, Rosa Cicero.
Allievi: Marinella Truglia, Rossella Galiano, Patrizia Carrozza,
Marinella Marino, Giovanna Amelio, Loredana Contestabile, Daniela Petronio,
Oreste Cagliotti, Gino Capilupi, Maria Pia Tallarico, Roberto Galiano,
Ada Luzzi, Maria Luisa Migliaccio, Serenella Fittante, Antonio Morica,
Alessandro Frega.
...
FINE.
